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Doping / La giustizia ed il trionfo del buon senso

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Mercoledì 10 Giugno 2020

 

giustizia

 

Dopo sette anni si chiude una paradossale vicenda giudiziaria con il pieno e definitivo proscioglimento di Giuseppe Fischetto, Pierluigi Fiorella e Rita Bottiglieri, ingiustamente coinvolti nella vergognosa vicenda Schwazer. E ora chi paga?

Sandro Aquari

“Il fatto non sussiste!”. Era il 10 dicembre scorso quando a Bolzano la Corte d’appello ribaltava la sentenza di primo grado mandando assolti Giuseppe Fischetto, Pierluigi Fiorella e Rita Bottiglieri dall’accusa di essere stati a conoscenza del doping di Alex Schwazer del 2012, ma di non aver fatto niente per fermarlo e quindi di averlo favorito con una condotta omissiva. Il 25 gennaio 2018 il giudice monocratico Carla Scheidle, ignorando quanto era emerso in modo inequivocabile dal lungo dibattimento (oltre venti udienze a partire ufficialmente dal 25 novembre 2015 con una quarantina di testimoni alternatisi nell’aula di Bolzano), aveva condannato i due medici a due anni e la funzionaria Bottiglieri a nove mesi, aumentando le richieste del pubblico ministero che per Bottiglieri aveva chiesto addirittura l’assoluzione.

Ora invece per tutti e tre l’assoluzione è diventata irrevocabile perché la Procura di Trento (sentenza del 28 maggio 2020), resasi conto di quello che aveva in mano, si è ben guardata dal presentare ricorso alla Cassazione. Anche la parte civile, rappresentata dalla WADA, ha ritenuto opportuno rinunciare a qualsiasi rivendicazione.

Si chiude così definitivamente questa paradossale vicenda giudiziaria che neanche doveva approdare in un tribunale e che è costata alla comunità un prezzo elevato in termini di spesa, ma che soprattutto ha ferito moralmente, professionalmente ed economicamente tre integerrime persone rimaste coinvolte all’interno di un demenziale teorema costruito grazie anche a malevoli personaggi, il tutto, in fondo, a difesa di un dopato che ha scritto una delle pagine più brutte dello sport italiano.

Vogliamo chiudere senza però dimenticare, e far dimenticare, che la Gazzetta dello Sport, mai garantista sulla vicenda, come gran parte di una stampa addomesticata, il giorno dell’assoluzione mise la notizia all’interno di un pezzo su Schwazer (era arrivata la comunicazione che il Tribunale federale svizzero aveva respinto la richiesta di sospensiva della squalifica), senza nessun riferimento nel titolo e nell’occhiello. Era la stessa testata che alla condanna di primo grado aveva dedicato un paginone con tanto di foto dei “condannati”, aggiungendo anche il “fondo” di un suo vicedirettore. Una riga o poco più dentro una breve anche da parte di Repubblica che le sue sentenze le aveva emesse ancor prima dei processi.

 

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