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I sentieri di Cimbricus / Immagini di una storia simile a una saga

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Venerdì 5 Giugno 2020


rodal 


Il fascino degli 800 deriva dal clima di battaglia scandito dalla campana, spesso senza esclusione di colpi, di contatti, di chiodate, un repertorio che ha scandito appuntamenti indimenticabili: sarà così anche in corsia?

Giorgio Cimbrico

L’idea degli 800 in corsia, un’emergenza (si confida) che ha trovato parere favorevole da World Athletics, spinge a una riflessione, a una rivisitazione e a un abbozzo di record possibili, e mai ottenuti, che può rientrare nella dimensione dell’iperbole, della fantasia troppo spinta. Prima di tutto, cosa sono gli 800? Per alcuni, una distanza nobile, forse la più nobile, quasi regale. Ma svuotandola di attributi aristocratici ed eliminando anche i contenuti estetico-calligrafici ad essa legati, cosa sono davvero gli 800? Una delle etichette è “mezzofondo veloce” ed è una buona etichetta.

La migliore può essere “terra di confine”: l’ottocentista puro ha avuto a che fare con avversari che salivano (dai 400) e con altri che scendevano (dai 1500). Egli stesso poteva allargare i suoi orizzonti e le sue ambizioni, optando quasi sempre per il raddoppio della distanza. Melvin Sheppard (1908) e Peter Snell (1964) sono gli esempi che fecero le scelte giuste nell’occasione importante.

Allargando la sfera alle gioie e al dispetto, l’esempio più significativo è rappresentato da Sebastian Coe: un record del mondo degli 800 che tenne duo per sedici anni, due titoli olimpici nei 1500, quattro incursioni da record su 1500 e miglio. E due sconfitte cocenti, a Mosca e Los Angeles, sulla sua distanza. Gli 800 sono insidiosi, possono essere una trappola.

Rudolf Harbig, che diede nuovi orizzonti con l’1’46”6 milanese nell’estate prebellica del ‘39, andò a percorrere nuovi veloci terreni e un mese dopo corse il quarto di miglio in 46”0 trasformandosi nel primo grande interprete dell’accoppiata 400-800. Imitato nel dopoguerra dal fondatore delle fortune giamaicane, Arthur Wint, campione olimpico dei 400 e due volte argento negli 800, in entrambi i casi alle spalle di uno dei pochi “doppiettisti”, Malvin Whitfield. Della galleria fanno parte altri due quattrocentisti che allungarono: Marcello Fiasconaro e Alberto Juantorena.

Il fascino degli 800 deriva dal clima di battaglia (l’amico Salvino Tortu individua i momenti più accesi nella conquista della corda e nel suono della campana), spesso senza esclusione di colpi, di contatti, di chiodate, un repertorio che ha scandito appuntamenti indimenticabili: il tumultuoso arrivo d Monaco ’72 (la millimetrica rimonta di Dave Wottle e la caduta di Evgeni Arzhanov che, parole sue, perse l’oro per la lunghezza di un naso), il disperato tentativo di Coe su Steve Ovett a Mosca ’80, lo scontro a quattro a Atlanta ’96 (ventisette centesimi tra l’oro di Vebjørn Rodal e il quarto posto di Norberto Tellez, cui non servì battere il record cubano di Juantorena per salire sul podio), sono alcune tra le immagini di una storia simile a una saga, in grado di produrre esiti sorprendenti, terremotanti: chi avrebbe scommesso a Sydney sul successo del tedesco Nils Schumann sul kenyano di Danimarca Wilson Kipketer?

Applicare al passato questa misura “precauzionale” significa aprire un non piccolo libro di ipotesi, di suggestioni. Il Michael Johnson delle annate tra il ’96 e il ‘99 non avrebbe avuto difficoltà ad applicare in corsia un ritmo da 49”+ 51” che lo avrebbe portato nei pressi dei cento secondi. E un progetto di assalto ai record del mondo, per il suo allievo Samson Kitur, balenò nella mente di Gabriele Rosa, così come un abbozzo di programma attraversò la ragione e il sentimento di Carlo Vittori. Il freno venne proprio dalla natura e dall’imprevedibilità della distanza, terreno di accelerazioni, di frenate, di contatti, di sviluppi tattici improvvisi, spesso imprevedibili.

C’è, in realtà, chi ha usato una propria corsia chiudendo con vantaggi siderali: Fiasconaro a Milano ’73, Juantorena a Sofia ’77, Coe a Oslo ’79 e a Firenze ’81, Rudisha a Berlino 2010 e soprattutto a Londra 2012 poggiando su un’aria per solista, su una pianificazione segmento per segmento che prevedeva il concetto della solitudine. La muta quel giorno non riuscì neppure ad abbaiare.

 

 

 

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