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I sentieri di Cimbricus / Il ragazzo che volle farsi emerodromo

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Domenica 10 Maggio 2020

 

filippide

Su come è andata a Maratona e su quel che è successo dopo, hanno sempre raccontato un sacco di balle. Oggi, dopo lunghe ricerche – in Grecia, al British Museum, al Pergamum e all’Alte Museum di Berlino, alla Gliptoteca di Copenhagen –, siamo finalmente in grado di far cadere i veli del mito e raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità. E se sarà meno eroica di quel che avete sempre masticato e digerito, pazienza.


Giorgio Cimbrico


“Mamma, voglio fare l’emerodromo”. “Ma caro, ci vogliono buone gambe e tu a volte non vuoi neanche andare al tempio per portare l’offerto ad Atena, nostra protettrice e patrona. E dire che è lì, a quattro stadi da casa nostra”.

“Hai ragione, sono un pigraccio, ma da quando ho parlato con Eucle, ho capito che fare l’emerodromo fa al caso mio: fichi del Peloponneso, miele di Tessaglia, formaggio di Chio, è quello che tocca. Mamma, ho diciotto anni, devo pensare al mio futuro. E poi, ci sarebbe anche qualcos’altro, … Per gli emerodromi le ragazze stravedono. E quando l’ho accennato a Ictina, quella ha cominciato a farmi gli occhi dolci”.

“Fai tu, ormai sei adulto. Ma ricordo che quando ci provò Tirsi, quello che abita qua dietro, tornò a casa con le ciocche ai piedi e calli che lo facevano urlare. Ora vende verdura. Altro che emerodromo”.

“Ma io quello voglio fare, ho già cominciato ad allenarmi con Tersippo. E Eucle può metterci una buona parola: lui è già nell’esercito ed è stato proprio lui a dare una mano a Tersippo perché lo prendessero”.

“E va beh, prova. Al massimo finisci come Tirsi. Io comincio a metter via un po’ di olio di Locri da spalmarti sulle piante”. “L’olio di Locri è meglio sul pane. Comunque, domani comincio e così sarebbe bene che stasera mi tenga leggero. Cos’hai preparato?”. “Capra cotta nel suo grasso”. “Va be’, faccio uno strappo, ma è l’ultimo. E’ una di quelle capre di Amaroussi?”. “Eh, sì, quelle che alleva Falocio”. E Filippide si servì di un cosciotto e, già che c’era, anche di un po’ di frattaglie che gli piacevano tanto. Stava per cominciare la sua carriera di emerodromo, messaggero a piedi. La posta celere di quel tempo.

Inizio estate del 490 prima della nascita di Nostro Signore, venti di guerra. Arrivano i persiani di re Dario, tantissimi e minacciosissimi, e marciano verso l’Attica per mettere a posto i greci che si erano un po’ allargati sulle coste della Licia. Marciano e non solo: hanno anche una flotta pazzesca, sterminata. Gli ateniesi hanno bisogno di aiuto e quelli di Platea aderiscono, ma sono quattro gatti. Rimane da ingoiare un rospo e chiedere agli Spartani, la DDR dell’epoca: tutti duri, tosti, allenati, un po’ fissati con quella che oggi chiamano la fitness. E così Milziade raduna lo stato maggiore.

“Con voi di Platea, arriviamo sui 10.000 uomini. Pochini. Callimaco, quanti sono i persiani?”. “C’è chi dice 30.000, c’è chi dice 50.000. E non sono lontani”. “Proviamo con gli Spartani, Aristide?”. “Proviamo, ma sono degli stronzi”. “Va be’, che siano degli stronzi è noto, ma tentare bisogna. Chiamatemi un emerodrono. L’ultimo arrivato mi sembra buono. Come si chiama?” “Filippide, Fidippide, una cosa del genere. Ma senti, Milziade, Sparta è lontana; se ne mandi uno o quello schiatta o ci mette un’epoca ad andare e tornare con la risposta”. “E allora?”. “Il ragazzo è stato reclutato dai due che avevamo già in forza, Eucle e Tersippo. Se si danno una mano, tagliamo i tempi”. “Non mi sembra mal pensata. Chiamali”.

E così partono in tre, con un piano. Uno si fermerà più o meno dopo due terzi di cammino, gli altri due andranno avanti, sino a Sparta e il meno stracco imboccherà un pezzo della strada di ritorno. Eucle, il veterano: “Filippide, sarai tu a tornare all’accampamento del nostro esercito: sei giovane, non conosci gli spartani che sono dei gran figli di cane e sei anche un nostro amico e vogliamo che tu abbia il tuo momento: se la risposta sarà positiva e a portarla sarai tu, gli strateghi avranno una bella impressione”. “Eucle, Tersippo, siete come dei fratelli. Anzi, meglio dei fratelli. Vi devo una bevuta. Al ritorno, bianco per tutti”. “Sì, ma non quello che sa di resina. Mi fa schifo”. “Allora prenderemo una brocca di quello di Corinto”. “Andata”.

Giugno, il caldo comincia a picchiar duro. Per Sparta, sempre dritti a sud ovest: il sole è una buona guida. Dopo un giorno di corsa leggera, Filippide si ferma in una macchia d’olivi. “Quanto tornerete?”. “Con gli spartani di mezzo, non sai mai. Magari ci fanno la pelle. Aspetta qua buono. Acqua ne hai”. Eucle e Tersippo vanno sinché la polvere dell’orizzonte li assorbe. Eucle è il più anziano, sa distribuire bene le energie ma Filippide pensa che l’indomani sarà Tersippo a portargli la notizia: è giovane e già esperto e gli dei sanno tenere la fatica lontano dai suoi muscoli. Il sole tramonta, la notte cala, la luna sorge e, come diceva quel poeta cieco di cui gli parlava il retore, arriva l’alba dalle dita rosate. Quando il carro del sole corre già alto nel cielo, ricompare un puntino, è Tersippo.

“Notizie di merda. Non vengono. Perché hanno una delle loro feste, dicono, ma secondo me è perché sanno che siamo vicini a esser fregati e se Atene scompare, per loro è una pacchia”. “E Eucle?”. “Eucle arriva, ha il fiato un po’ corto, e ce l’ho anch’io. Vai dai capi e racconta com’è andata”. “Vado, qui c’è ancora un po’ d’acqua e un po’ di ricotta”.

L’esercito è radunato in una pianura a nord della città, Maratona si chiama. Milziade è un generale che va per le spicce ma è anche un tipo comprensivo e dopo che Filippide gli ha riferito le notizie, aggrotta il volto, ma lo congeda con gentilezza e gli dice di andarsi a riposare. Notte, fuochi nella radura. Tersippo ha aspettato Eucle, arrivano e si fanno scivolare a terra, vicini all’amico. “Come l’ha presa?”. “Bene, no. Ma è uno con le palle e ha chiamato gli altri comandanti e stanno parlando da qualche ora”.

L’indomani è quello che noi chiamiamo 12 settembre ma qualche storico pensa sia l’11: si vede che quel giorno ha avuto sempre in serbo qualcosa di grosso. I persiani vengono avanti con quei loro berretti frigi, con quei loro archi corti, una siepe fitta. Milziade accetta battaglia e naturalmente non c’è niente di eroico: è solo un taglia, affetta, sfonda, picchia, massacra. A metà pomeriggio, la pianura è coperta di morti. Persiani. “Callimaco, come sta andando?”. “Milziade, a occhio direi che abbiamo vinto. E abbiamo anche avuto pochi morti. Il problema è che pare che i persiani, con la flotta, stiano tentando di aggirare l’Attica per puntare su Atene”. “Senti, se gli uomini ce la fanno, radunali e marciamo verso la città”. “Mandiamo un emerodromo?”. “Macché emerodromo. Se ci organizziamo, questi 200 stadi ce li sbraniamo in quattro ore. Gli uomini saranno anche stanchi, ma sono eccitati e hanno vinto. In marcia”.

Danno un elmo e una lancia anche agli emerodromi e partono: prima in salita, poi una lunga discesa verso la città. Non ce la fanno in quattro, ma in cinque ore sì, e trovano un’aria tranquilla perché dal Pireo nessuno ha segnalato l’arrivo di navi persiane. E’ allora che Milziade annuncia che ha appena sbaragliato il nemico. Festa, ghirlande di fiori preparate al momento, bevute e, a sera inoltrata, rompete le righe.

“Figlio, figlio mio”, urla isterica Vuia, la mamma di Filippide quando vede il figlio sull’uscio di casa. “Mamma, cos’hai? Sei fuori di te”. “E’ che girava la voce che il comandante avesse mandato un emerodromo per annunciare la vittoria e che lui era arrivato, sì, ma aveva appena avuto il tempo di dire Nike e poi era spirato. E io mi ero messa in testa che fossi tu e così ho pregato tutti gli dei, a cominciare dal gran padre Zeus. Ma ora sei qui, tutto intero. Grazie Zeus, grazie Athena, grazie dei del cielo e degli inferi. Mio figlio è a casa”.

“Mamma, io avrei fame”. “Figlio, Falocio ha portato un’altra di quelle capre che ti piacciono tanto. Un paio d’ore e sarà in tavola. Mentre aspetti, riposati e mangiati un po’ di formaggio con le olive di Kalamata”. “Mentre cucini, ti racconto di quando ho corso dalla strada per Sparta sino a Maratona. Non ero mica stanco”. “Figlio, sei un emerodromo nato”.

 

 

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