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Lunedì 27 Aprile 2020

calcio generica

Senza rispetto, e accettazione, non esiste vita civile. Si definisce sovente “dialettica” la “non accettazione”: foglia di fico che non copre l'astio per chi la pensa diversamente. Le guerre civili portano a ferite profonde.


Andrea Bosco

Rispetto: questa inapplicata parola. Oggi, in tempo di pandemia, più che mai. Non mi dilungo: li vedo in televisione quelli che la ignorano mentre io sto a casa. Sono arrabbiato e impotente. La festa del 25 aprile, festa della Liberazione, dovrebbe essere una festa nel segno dell'unità del paese. Non lo è, purtroppo. Non lo è perché dalla festa è stata rimossa quella parola: rispetto. Da parte dei “vinti” (meglio: dei loro eredi, dopo 75 anni) mai veramente consapevoli di cosa sia stata la dittatura fascista, di cosa sia stata la Seconda Guerra Mondiale, di cosa sia stata la feroce repressione repubblichina. Ma anche da parte dei “vincitori”, raramente disponibili ad una vera riconciliazione. Mai veramente disposti a riconoscere anche le numerose crudeltà della “parte giusta” del Paese.  

Oggi si intona “Bella ciao”: marcetta partigiana (che i partigiani non cantavano), diventata, nel tempo, prima il simbolo della Resistenza e della Festa della Liberazione. Poi di una indifferenziata sinistra politica. Non è chiara la genesi di “Bella ciao”. Potrebbe avere persino origini non italiane. Ma l'ipotesi più verosimile è sia stata traslata da un motivo popolare veneto – “Stamattina mi sono svegliata”, … – cantato dalle mondine.

Rispetto: vale a dire l'accettazione dell'altro. Senza accettazione non esiste vita civile. Il cantautore Francesco Guccini che scrive “25 aprile, portali via”, riferito con evidenza agli avversari politici è uno che ancora non ha “accettato”. Definiscono sovente “dialettica”, la “non accettazione”: foglia di fico che non copre l'astio per chi la pensa diversamente. Le guerre civili portano a ferite profonde.

Quella tra Nord industriale e Sud agricolo (e schiavista) negli Stati Uniti ha prodotto divisioni   ancora oggi visibili. Ma la storia è fatta anche di paradossi. Abramo Lincoln, l'uomo che più di ogni altro si prodigò contro lo schiavismo, a guerra terminata, promulgò, da presidente, un atto con il quale, “chiunque ne avesse fatto richiesta” avrebbe potuto ottenere un appezzamento di terra nelle lande libere dell'Ovest. Che “libere” non erano: quelle erano le terre dei pellerossa. Lo sterminio dei nativi che già era stato perpetrato ad Est, assunse così, con quell' atto, nel West, dimensioni di genocidio.

Esemplare la storia di Orso in Piedi, capo dei Ponca, indiani delle pianure non ostili e costretti nel 1877 a lasciare il loro territorio nel Niobrara per le bad lands dell'Oklahoma. Falcidiati dalle malattie e dalle intemperie durante il tragitto, affamati e maltrattati una volta giunti a destinazione, l'anno seguente, in 65 uscirono dalla riserva per onorare una promessa: quella fatta dal capo Orso in Piedi al figlio (morto prematuramente) di essere seppellirlo nell'antico cimitero della terra d'origine.

Inseguiti per mezzo paese e alla fine raggiunti e imprigionati a Fort Omaha, gli indiani finirono al centro di una disputa legale. In loro aiuto si mobilitarono avvocati e giornalisti. Il procuratore distrettuale contestava il diritto dei Ponca di muoversi dalla riserva dove erano stati internati verso altre destinazioni. I Ponca, sosteneva il procuratore, non esistevano come figura giuridica: erano come gli alberi e i bisonti. Ma chi difendeva i Ponca non si arrese. Serviva un giudizio. Elmer Dundy era il giudice del distretto di Omaha: un uomo della frontiera amante della caccia. Lo cercarono per tre giorni mentre era impegnato in una battuta al grizzly. Il “caso”, dei Ponca, nel frattempo, aveva assunto dimensioni nazionali. Fu concesso in tribunale ad Orso in Piedi di parlare. Il discorso dell'indiano risultò commovente ed ineccepibile. Alla fine, Dundy, uomo dal forte senso di giustizia, decretò che Orso in Piedi era una “persona” e non una pianta. E come tale aveva il diritto di spostarsi come voleva, visto che, tra l'altro, non aveva infranto alcuna legge. Solo decenni più tardi i nativi nordamericani ottennero il diritto alla cittadinanza. Ma quella di Dundy fu una sentenza epocale. Nel segno del rispetto.

Io lo ottenni a sedici anni sul campo di calcio. La mia Quinta Ginnasio era una straordinaria squadra di calcio. Nell'Istituto dove studiavo, medie, ginnasio, classi dello scientifico, della ragioneria e del linguistico si disputavano tornei: nel calcio, come nel basket. Non avevamo un allenatore, concesso solo ai liceali. Ma avevamo un leader: Montebelluna giocava con il numero 6, da mediano. Era, (assieme al 10, funambolo biondo che faceva dribbling e gol alla Skoglund), tecnicamente il più dotato. Io non lo ero: io ero un manovale del gioco. Ma correvo e picchiavo a centrocampo cercando di farmi valere. Vinciamo la prima partita per 4-1. Il quarto lo faccio io dopo mischia in area.

La settimana successiva il calendario ci rifila la Seconda Scientifico. Che è più forte di noi. In formazione hanno uno che arriva dalla Primavera del Vicenza. Là gioca terzino, ma nell'Istituto, visto che è grosso, tecnico e sa far gol, si infila la numero 9. Ne hanno anche un altro che arriva dal Padova: ha un anno più di noi e si è già affacciato alla Prima squadra. Il giorno prima della partita Montebelluna mi catechizza: “Padova va limitato: stagli addosso”. Il giorno dopo quando l'arbitro fischia l'inizio, al primo contrasto lo stendo. Mi guarda incredulo per quanto avessi “osato”.

Al secondo vado in scivolata sull'out: prendo la palla ma lo travolgo. Lui si alza e sibila: “Se lo rifai, ti spezzo una gamba”. Io sono un manovale, ma non ho paura. Sono cresciuto al campiello dove per anni le ho solo “prese”. Poi nessuno è più riuscito a darmele. Lo sfido: “Mi sto cagando sotto, ...”. Sono matto, perché quello è più grosso di me. Ma in quella stagione sono incosciente: tutto rappresenta una sfida. Segnano loro con Vicenza, poi il nostro centravanti, Trebaseleghe, pareggia. Io continuo a stare appiccicato a Padova. Mi ha messo un paio di volte i tacchetti sulle caviglie, ma gli ho restituito la cortesia. Quando manca un minuto alla fine del primo tempo, accade: mischia nella nostra area, palla che si impenna, il nostro centromediano rinvia di testa. Ma al limite c'è appostato Padova. La stoppa, la porta sul sinistro ed esplode un missile fa secco il nostro portiere: 2-1 per loro. Ho sbagliato: sono “uscito” in ritardo. Mi sento il mondo sulle spalle. Secondo tempo: rischiamo per tre volte il naufragio ma due legni e uno stinco ci salvano. Ma Skoglund dal nulla inventa: ne dribbla un paio e in spaccata pareggia.

Arriviamo agli sgoccioli e a centrocampo riesco a liberarmi di Padova. Poi faccio una cosa che “non so fare”: un lancio mentre corro la palla di una ventina di metri. Roba da bravi giocatori. Io non lo sono. Ma, non so come, riesco a farlo. La palla raggiunge Skoglund che compie un'altra magia: la stoppa di petto, la cala sul sinistro e poi sul destro. Il “piatto” che inventa si inarca e fila all'incrocio dei pali: 3-2. Abbiamo vinto. Neppure esultiamo: quasi non ci crediamo. Con Padova ce le siamo “date” per tutta la partita. Lui però uscendo dal campo si avvicina e mi dice: “Uomo Ombra: nessuno mi ha mai rotto le palle quanto te”. La sento come una coccarda. Negli spogliatoi, cinque minuti dopo Montebelluna mi mette un braccio sul collo. E a voce alta, spiega: “Questo qui ha fatto una grande partita”. Avevo conquistato una seconda medaglia. Per la storia ne pareggiammo una (0-0 contro la Seconda Ragioneria) e vincemmo tutte le altre. La mia Quinta Ginnasio era imbattibile.

Se riavvolgo il film di quella gara rammento più i falli commessi su Padova che le giocate positive. Ma quel match è stato il più importante della mia (modesta) carriera calcistica. Quello nel quale mi ero guadagnato il rispetto. Degli avversari. E dei miei compagni.

 

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