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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Italian Graffiti / Qui si prendono tutti un po' troppo sul serio

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Giovedì 23 Aprile 2020

 

domino 


È ormai prevalente una certa commistione, non proprio casuale, sulla parola Sport. Ridotto ad un calderone nel quale tutto trova legittimità, dallo spettacolo televisivo al puro risvolto sanitario. Con qualche strizzatina d’occhio all’impresa.

Gianfranco Colasante

Nei giorni scorsi, in una lunga e articolata intervista a Sky, il senatore leghista Claudio Barbaro ha lanciato un grido di allarme per le sorti del cosiddetto “sport di base”, una indefinita entità che come tutte le altre attività del Bel Paese si vedrebbe minacciato dalle restrizioni di massa e dalle perdite finanziarie imposte del Covid-19. Lo aveva già fatto – a nome dell’ASI, l’ente che presiede – qualche giorno prima con una pagina a pagamento sul Corriere della Sera (16 marzo 2020) titolo: “Lo sport patrimonio di tutti”. Nella quale pagina, stigmatizzando i silenzi del ministro Vincenzo Spadafora, pretendeva “risposte immediate” per lo “sport di base al collasso” e, soprattutto, indicava otto priorità per sostenere il settore e i suoi addetti e fruitori.

Comprensibile dal punto di vista di un ente di promozione. Anche se va pur detto che gli EPS paiono da tempo muoversi in ordine sparso, in maniera non dissimile di quanto fanno le federazioni. Ma non è questo il punto. A me preme ricordare che in tema di “sport” da molti anni, anzi da decenni, è prevalente nell’opinione pubblica una certa confusione, nata non proprio casualmente. La parola, in senso lato, viene oggi utilizzata come un gigantesco calderone nel quale trovano ospitalità e legittimità – senza distinzione alcuna tra loro – l’attività professionistica, quella olimpica, quella salutistica, quella sociale, quella promozionale, quella sanitaria, e così via a seguire se vi vengono in mente altre declinazioni che a me ora sfuggono. Tutti appassionatamente assieme, ma senza alcun progetto di sviluppo comune che non poggi sulle abusate affermazioni generiche (preferite populiste?) più che di principio.

Che oggi poi l’intero settore sia – casualmente o per insondabili arzigogoli politici – nelle mani di due personaggi, il ministro Spadafora (Gioventù e sport) e il funzionario Vito Cozzoli (Sport&Salute), calatisi dall’alto in un mondo, come quello dello sport, che vive (viveva?) e si alimenta (si alimentava?) di volontariato, è un dato di fatto altrettanto incontrovertibile. Oggi a loro due più che ad altri si guarda, da loro si attendono direttive, indicazioni, indirizzi. Tanto più a fronte di un apparato CONI sempre più debole e che si presenta con una struttura direttiva ridotta all’osso (avete mai sentito intervenire qualcuno che non sia il presidente Malagò o, molto più di rado, il segretario Mornati?), tutto il funzionamento transita da Sport&Salute, società ministeriale autorizzata a decidere sui finanziamenti e a disporre di tutto il personale (anzi, come oggi si chiamano, delle risorse, …).

Una condizione di fatto che – piaccia o meno – finisce col togliere ogni residua autonomia al Comitato Olimpico, che pure dovrebbe ancora figurare come rappresentate italiano del CIO, mortificandone i compiti a puri atti esecutivi. In un certo senso, collocandolo in posizione subalterna. Ingerenza della politica, figlia di una riforma politica? Certo, questo è oggi l’elemento prevalente. Ma proprio perché parliamo di scelte “politiche”, non è da escludere che in un possibile cambio di "scenari politici", non necessariamente condizionati dal Covid-19, tutto venga rimesso in discussione. Si scoperchi il calderone e, tanto per azzardare un esempio, la società Sport&Salute venga semplicemente abolita, accorpata o ridotta – come buon senso suggerirebbe – ad un semplice sportello erogatore presso il Ministero delle Finanze. Di modo che il CONI possa di colpo riprendere a fare il CONI, come valori, passato, tradizione, imporrebbero. Con quali nuovi vertici, se pure sarà in grado di esprimerli, si vedrà.

Tornando ora al senatore Barbaro e al suo grido di dolore, che segue quello di altri EPS – al di là dei risvolti puramente economici, probabilmente reali, come sono reali quelli di centinaia di altri comparti produttivi in un Paese allo stremo e che vedrà nell’anno 2020 il suo PIL perdere tra il 10 e il 15% del totale – è indubbio che sottolinea una condizione di disagio: dove avanzo qualche perplessità è che lo faccia anche a nome del variegato mondo del fitness. Disagio che a mio modo di vedere pianta le sue radici in quella generale mancanza di chiarezza su ruoli e su competenze tra mondi lontani tra loro che affollano il calderone di cui sopra, per lo più impegnati a dividersene ferocemente le risorse. Come innescato dalla Riforma di fine 2019 voluta da Giancarlo Giorgetti (Lega) e da Simone Valente (M5S). Pare un secolo fa ed era solo ieri. Il resto, tra dimissioni e nuove nomine, lo conoscete.

In questa guerra tutti conto tutti, con il ciglio umido rivolto alle esangui casse statali, pare non esserci tregua. Ciascuno ha le sue buone ragioni. Basta volgere lo sguardo al dibattito che da settimane si arrovella attorno al tema calcio si/calcio no. “Non sarò il becchino del calcio”, afferma imbronciato il presidente Gravina sulle cui spalle pesano i 4 miliardi di rosso sangue del sistema calcio. “Per quanto il calcio abbia valore come azienda economica per i flussi finanziari che produce, sappiamo bene che lo sport non è solo il calcio e che il calcio non è solo la Serie A”, ribadisce Spadafora alla ricerca di consensi.

“Lo sport sta morendo, dobbiamo proteggere le società sportive dove nascono gli atleti che vanno alle Olimpiadi” afferma Paolo Barelli che assieme al collega in Senato, l'olimpionico Marco Marin, richiede l’istituzione di un fondo di 200 milioni pro sport dilettantistico. Per Sport&Salute allarga il campo Cozzoli: “Immaginiamo il rilancio dello sport di tutti: per i bambini, per i ragazzi e per gli over-65, per le situazione di disagio, E' la nostra mission”. Bene, lapalissiano. E in tutto questo il CONI che fa? Sarò distratto, ma sono ancora fermo alle 12 commissioni istituite a novembre da Malagò che avrebbero dovuto sciorinare tutto lo scibile terraqueo. E indicare il guado. Si saranno mai riunite?

Come si vede, ciascuno pesta sui propri mortai, senza che la mano destra conosca la sinistra. L’uno contro l’altro, come non potrebbe essere diversamente. Se sarà poi il Covid-19 a trovare la soluzione, casomai imponendo un sostanziosa cura dimagrante per tutto il calderone, nessuno escluso, sarebbe già un bel passo in avanti sulla strada della chiarezza. Anche se temo che l’assunto oggi di moda – “nulla sarà più come prima dopo l'epidemia”, – per gli abitanti del nostro calderone resterà solo una locuzione del passato. Perché questo resta un mondo nel quale tutti si prendono troppo sul serio. E soprattutto dove nessuno è disposto a mettere in discussione le proprie convinzioni. Costi quel che costa.

 

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