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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / E se riscoprissimo la cultura?

Mercoledì 25 Marzo 2020


tokyo-fiaccole


Forse è solo una illusione di vecchi sognatori: ma vogliamo continuare a credere che Tokyo 2021 vada oltre un semplice spostamento di date. Che significhi l'avvio di un recupero di valori e, perchè no, di etica. Che lo sport torni ad essere lo Sport.

 

Giorgio Cimbrico

Di fronte al responsabile assedio delle federazioni internazionali – in primis, l’atletica – e di alcuni comitati olimpici che non potevano più sopportare l’atteggiamento della casa madre, e cogliendo al balzo la resa di Shinzo Abe, il CIO ha evitato un mese di vuote chiacchiere e in tempi contratti ha benedetto la decisione del governo giapponese. “Se l’hanno detto loro, noi cosa potevamo fare?”.

Il tempo sarà utilmente impiegato per sottoporre alla Tac i contratti con gli sponsor, con le tv e tutti assieme, non si sa quanto appassionatamente, marceranno verso la prima Olimpiade dispari della storia. Su magliette, zaini, berretti etc rimarrà scritto e stampato Tokyo 2020 ma è solo una faccenda merceologica. Buttar tutto sarebbe stato uno spreco.

In questa vicenda c’è chi ha tenuto un atteggiamento responsabile, costruttivo si dice in questi casi, e così riporto in scena la Iaaf-WA che dopo il deciso, umano invito di Sebastian Coe a Thomas Bach, ha allargato la sua disponibilità: Eugene 2021 diventerà 2022 in modo che i Mondiali non cozzino con i Giochi e, al tempo stesso, non perdano il loro valore, la loro forza di impatto. Si tratta di vedere come si comporterà l’altra grande federazione che ha in calendario i Mondiali, la FINA.

Di certo c’è che l’epidemia-pandemia ha spazzato via le sicurezze, le arroganze, le superficialità di un mondo che pensava di essere intoccabile nelle sue modalità imposte e accettate. Lo sport, questo sport che ha perso gran parte della sua antica e dimenticata etica, fa parte di questa dimensione. Ridotto a merce, spedito a occupare ogni minuto, ora, giorno, mese a un ritmo ossessivo, questa sfera, ormai in mano a dirigenti facenti funzioni, si è trovato alle prese con un brutale e inevitabile azzeramento. Quel che stava accadendo non è stato compreso, non è stato compreso sin in fondo o è stato compreso ma a quel punto ha preso il sopravvento un tentativo di dissimulazione.

Lo sport, i suoi padroni, non si sono adeguati. Continuano a parlare di date, di Tour a porte chiuse (che fa un po’ ridere per una faccenda en plein air), di rinvii, di posposizioni, di recuperi. Quando? Dove? Altri mondi hanno accettato, non hanno aperto bocca. Sto pensano alle mostre e alle pinacoteche (porte chiuse, sigh), al festival di Cannes, al semplice piacere di girovagare tra i banchi di una libreria. Non ho sentito lamenti, minacce, reazioni sguaiate, ricorso a messaggi di cosiddetti famosi per ottenere sensazioni a buon mercato.

La cultura, aborrita da caporalmaggiori in servizio permanente, ci tiene in vita anche quando si trasforma in un soffio, in un filo così sottile che deve essere maneggiato. Non sempre è disponibile un’Arianna disposta fornirne un altro.

L’altro giorno ho detto a un vecchio amico, Roberto Beccantini, che quando o se finirà, andrò a Brera e starò mezz’ora davanti alla pala di Piero della Francesca. L’ho fatto un sacco di volte alla National Gallery piazzandomi davanti al Battesimo di Cristo e alla Natività. Roberto mi ha invitato a pranzo. Grazie.

 

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