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Duribanchi / Un ricordo che spero risulti delicato

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Martedì 24 Marzo 2020

 
mina

“Non parlerò invece dei gattopardi del palazzo calcistico: saranno rinviate le Olimpiadi, ma loro ti spiegano che il campionato deve finire. E che lo scudetto deve essere assegnato.”

Andrea Bosco

Parlare di chi? Scrivere cosa? Di solito qui si parla (qualche volta bene, qualche volta male, qualche volta elogiando, qualche volta criticando) di gente con nobili lombi. Ma oggi gli uomini e le donne che tutti dovremmo celebrare sono le migliaia di sconosciuti che da settimane si affannano in condizioni disperate, spesso impotenti, a cercare di salvare vite. I medici, gli infermieri, i paramedici. E gli scienziati che febbrilmente cercano un vaccino che possa sbarrare la strada al nemico spietato che ci sta decimando. Sono loro, dei quali non conosciamo i nomi, quelli da sostenere: anche economicamente. Quelli in servizio attivo. I pensionati che sono “rientrati”. I neolaureati spediti al “fronte”. Loro sono da ammirare e da ringraziare. Sono la nostra ultima frontiera, la nostra speranza. Nonostante i coglioni che ancora violano le norme di sicurezza: uscendo, correndo, festeggiando, assembrandosi.

C'è gente spregevole che continua a girare il mondo. Gente che accarezza il proprio egoismo. Ha spiegato il governatore del Veneto, Zaia che c'è una nave da crociera che vorrebbe entro il 28 di marzo attraccare a Venezia. Lo prevede il suo “itinerario”: far vedere Piazza San Marco dall'alto di un ponte della mostruosità galleggiante. Ha dei malati a bordo. E li vorrebbe scaricare in Laguna. L'egoismo e la strafottenza di chi è andato in crociera, nonostante l'emergenza fosse da tempo conclamata. Il “particulare” di chi gestisce il gigantismo galleggiante. Zaia ha detto: “Dovranno andare altrove”.

Cito questo caso perché c'è un aspetto appena toccato dalle cronache: quello dei morti. Quelle bare stipate nei camion dell'esercito in fila, di notte, alle porte di Bergamo, verso mete incerte. Verso cimiteri lontani. Persone, non numeri. Persone che sono morte senza neppure il conforto di una carezza da parte dei propri cari. Persone: negli ospedali come negli ospizi. I nostri anziani che ci hanno aiutati. Che ci hanno amati e che abbiamo amati. Parlo di loro. Vittime sconosciute. Vittime “anche” della irresponsabile demenza di chi, assecondando la propria “libertà”, ha finito per calpestare quella degli altri.

Parlo di loro, gli “sconosciuti”, perché sono stanco di “seppellire” amici e colleghi. O semplici conoscenti, incrociati per lavoro. Mura, Stankovic, Arbasino: ora anche loro “dormono sulla collina”.

Avevo sentito Gianni Mura l'ultima volta tre anni fa: convocato per la mia rubrica su Tmwradio, “Caffè Bollente”. Avevo lavorato con lui alla Gazzetta dello Sport, al Corriere d'Informazione e all'Occhio. Era un fuoriclasse del mestiere. Ma non voleva essere paragonato a Gianni Brera del quale, in tanti, sostenevano fosse l'erede. Una volta ad un convegno al quale ci avevano invitato a parlare, mi disse: “Io al massimo posso essere un buon centrocampista. Brera è stato il Pepe Schiaffino del giornalismo sportivo”. Altro da aggiungere dopo quanto di bello ed emozionante, scritto da Oscar Eleni, non c'è. Solo una cosa: alla “rosea” di Gualtiero Zanetti, quella che si stampava in Piazza Cavour, il giovane Mura aveva la considerazione del più raffinato di quei colleghi: Luigi Gianoli. Prima di tutti aveva capito cosa sarebbe diventato Gianni Mura.

Non voglio parlare di politica. Serve più che mai unità in questo momento. Ma un Parlamento che da oltre due settimane non si riunisce, sta violando le regole democratiche. Del resto in questo mese, la Costituzione ha dovuto mettersi un cappotto con interni in pelliccia per non prendere l'influenza. Giuseppe Conte, cambi il responsabile della sua comunicazione: sta facendo disastri. Se Conte non sente, sul tema, ragione, lo consiglino i “porporati”. Quelli che lo sostengono.

Non parlerò dei gattopardi del palazzo calcistico: cosa siano lo stanno ancora una volta dimostrando. Saranno rinviate, quasi certamente le Olimpiadi, ma loro ti spiegano che il campionato deve finire. E che lo scudetto deve essere assegnato. E c'è chi vorrebbe riprendere gli allenamenti, domani, al massimo dopodomani. Ma cosa avete nel cervello?

Ma pensate davvero che una volta attenuata l'emergenza, si possa “riprendere” come niente fosse? Ma avete idea delle cautele e dei “tamponi” da effettuare per controllare il “virus di ritorno”? Come pensate di far “massaggiare” gli atleti? Con bracci meccanici lunghi un paio di metri? Rassegnatevi. Tutti saranno costretti a fare una grande cura dimagrante. A cominciare dai calciatori. Se posso comprendere i Ronaldo e gli Higuain preoccupati per la salute delle proprie madri, non posso comprendere la fuga degli altri, della Juventus e del Milan. Non so come possano pensare, quando si tornerĂ  alla normalitĂ , di presentarsi come niente fosse accaduto.  

Chiudo con un ricordo che spero risulti delicato. Mercoledì Mina, la più grande cantante italiana di tutti i tempi, compie gli anni. Per celebrarla ci vorrebbe un libro. Quindi qui segnalo solo il mio personale ricordo: quando la vidi, per la prima volta, nell'Istituto, nell'asolano nel quale studiavo. Avevo 13 anni: terza media. Uno dei miei compagni di classe si chiamava Alfredo. A giocare al calcio era una frana, ma in vasca nei 50 e nei 100 rana era un missile. E soprattutto era simpatico: una travolgente “lenza” di Cremona. La città, spiegava Alfredo, delle tre “T”: una, solo a pronunciarla, ci faceva sognare.

Eravamo una trentina sui banchi di quella terza media. Un giorno ci raccontò Alfredo che aveva una sorella più grande di lui che “cantava”. Si faceva chiamare Baby Gate. Era lei: Mina. Un fine settimana venne a prendere Alfredo per portarlo in permesso a casa. Mi sembrò bellissima. Anche Alfredo sarebbe diventato un cantante con il nome d'arte di Geronimo. Il simbolo della ribellione: l'ultimo pellerossa ad arrendersi nel 1886 agli americani in una gola dell'Arizona dalle mefitiche esalazioni chiamata Skeleton Canyon. Morì giovane, Alfredo, in un incidente stradale, nel 1965 a soli 22 anni.

Ho ammirato una sera Mina alla Bussola, senza osare di tentare di parlarle. L'ho seguita in televisione, ascoltata nei suoi meravigliosi dischi. L'ho nuovamente incontrata molti anni dopo. Mascherata con fazzoletto in testa ed occhiali da sole in una libreria di Porta Romana, a Milano, che oggi non esiste più. Non volevo intervistarla: solo dirle “ho studiato assieme ad Alfredo”. Credo che lei mi abbia riconosciuto visto che all'epoca conducevo il TgRai della Lombardia. O forse no. Forse si era solamente accorta che avevo capito che era lei. Si mise un dito sulle labbra chiedendomi di fare silenzio. Poi pagò i libri che aveva acquistato. E andandosene mi guardò, abbassandosi leggermente gli occhiali in segno di saluto. Almeno a me pare fosse un saluto. Mi è sempre piaciuto pensare lo sia stato. Buon compleanno Anna Maria.



 

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