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I sentieri di Cimbricus / Anno bisesto, anno funesto

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Sabato 21 Marzo 2020


tokyo-coronavirus


Assistiamo alla formazione quasi totale di un grande nulla che ci è piombato addosso: nello sport, nella vita spenta (ma anche sempre più percorsa d’ira) di questi giorni che diventeranno mesi.


Giorgio Cimbrico

Lunghi anni di attivitĂ  politica, che lo hanno porto alla baronia,  hanno dato a Lord Sebastian Coe la capacitĂ  di esprimersi con il linguaggio giusto, le prudenze del caso, la cautela necessaria, ma una frase mi ha colpito: “Nessuno sta dicendo che andremo a Tokyo a tutti i costi”. Nessuno potrĂ  attaccarlo, affermare che il presidente della ex-IAAF sia sedizioso, che voglia mettere sul piatto della bilancia il peso dello sport che dell’Olimpiade è simbolo, sintesi, essenza, archivio delle migliori memorie. Ma le parole sono lì, come una boccia di posizione.

Lo sport pospone, rinvia, cancella, anche quello sport che fa frullare cifre da capogiro: la F1, la NBA. Quanto al calcio, specie quello italiano, è intento a discutere sulle scadenze contrattuali del 30 giugno, sul possibile blocco degli stipendi, sulla “merce” non fornita alle pay-tv che hanno pagato montagne di quattrini, sulle vicende dei nuovi trasvolatori che affittano un aereo e fanno rotta per Baires, Montevideo, Rio. Lo facessimo noi tapini, finiremmo in manette o nel carcere militare di Gaeta, se tra qualche giorno le nostre città verranno percorse dall’esercito e nel silenzio sempre più profondo si udrà il trepestio cadenzato degli anfibi.

Un mondo disgregato e una Fortezza Bastiani che non vuol cedere davanti a questi piccoli, invisibili Tartari che hanno lanciato l’assalto: Il CIO. In questi giorni è necessario passare le parole al setaccio: la maggior parte scorre via e rimane solo qualche pagliuzza. Ieri, parlando a Sky, Giovanni Malagò ha detto: “Alla fine saranno Bach e i giapponesi a decidere”. Se è vero, se è quello che pensa, è lecito domandarsi quale siano l’utilità e il compito del’assemblea del CIO, dell’insieme delle federazioni internazionali, del Council, dell’esecutivo ristretto.

Il CIO ha incassato molto, il Giappone ha speso molto. Ergo, non si può pensare di mandare tutto a monte in uno scenario che tutti hanno contribuito a creare e rendere senza vie di uscita, senza soluzioni alternative. Avessi le fonti giuste e un buon calcolatore (magari un algoritmo, freddo come il suo nome), mi divertirei a contare quanti eventi inutili, ripetitivi, vani, sono finiti in un calendario scioccante, senza senso, quanti giorni di gara sono stati strizzati nei 365 giorni che quest’anno sono 366. Anno bisesto anno funesto, dicevano i vecchi e qualcosa di vero deve esserci.

Qualcuno ha domandato a Coe se non fosse possibile portare i Giochi al 2021 e, come capitava prima del 1983, attribuire al vincitore della medaglia d’oro anche il titolo di campione del mondo. Ha risposto come poteva e cioè che il calendario rende tutto difficoltoso, un cozzare di pianeti che escono dalle loro orbite. “Siamo stati i primi a rinviare di un anno un evento come i Mondiali indoor di Nanchino perché non andavano a scontrarsi con nessuna altra manifestazione”. Vero sino a un certo punto: a proposito di pianeti, nel 2021 Torun, la città di Copernico, ospiterà gl Europei al coperto.

Matthew Pinsent, quattro volte campione olimpico nel canottaggio, monumento dello sport britannico, ha definito folle il comportamento sino ad oggi tenuto dal quartiere generale di Losanna. Rinviare la decisione, navigare a vista (a proposito, nel frattempo cancellate le World Series di America’s Cup …), assistere alla formazione graduale, ora quasi totale, di un grande nulla che ci è piombato addosso: nello sport, nella vita spenta (ma anche sempre più percorsa d’ira) di questi giorni che diventeranno mesi.

Delle Olimpiadi ha finito per parlare un massiccio e attempato giocatore di golf, Donald Trump: “Chissà se Shinzo Abe pensa davvero quello che ha detto”. Per una volta – una, davvero – non si può che essere d’accordo con il vecchio Don.

Buona fortuna a tutti e buone letture. A casa ho una buona riserva, tengo duro, leggo quel che ho sempre rimandato, rileggo quello che ho amato: Simenon, Durrenmatt, Maugham. In poesia, Thomas e Auden.

 

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