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I sentieri di Cimbricus / La ballata dei cavalieri dell'ideale

Mercoledì 18 Marzo 2020

 

cio-sede 


Dal loro munito castello sul Lemano, i Signori degli Anelli difendono il loro ideale superiore: la fratellanza tra i popoli, la necessità di celebrarla con Ludi universali e coinvolgenti. Nel nome della borsa.

Giorgio Cimbrico

Nel giorno di San Patrizio, dopo aver brindato con una Guinness, ho materializzato l’arpa stampata sull’etichetta e mi sono trasformato in uno di quei bardi che battevano la campagna offrendo i propri servigi per una scodella di zuppa e un tetto per le serate di pioggia o di vento che entra nelle ossa. E così musica e parole sono sgorgate senza sforzo ed è nata la ballata degli indomiti Cavalieri del Sogno che dal loro castello sul lago Lemano, una novella Camelot costato l’inezia di 145 milioni di ducati, non hanno ceduto e non hanno intenzione di cedere all’ondata di isteria che sta percorrendo l’Europa e il mondo.

Hanno offerto un cocktail di parole in cui la saggezza si è intrecciata con il coraggio, il senso di responsabilità e con il mantenimento di un ideale così profondo, così radicato che non può esser spazzato da qualche starnuto, da qualche colpo di tosse, dai naturali decessi di donne e uomini avanti con l’età e afflitti da chissà quali e chissà quanti acciacchi, da qualcosa che non si capisce bene cosa sia ma prima o poi sparirà. Tutto passa, non si dice così?

Il bardo ha un suo repertorio, ma spesso si serve anche di altro materiale, più o meno come faceva un suo illustre predecessore, Omero. Ha rinvenuto nella memoria storie di Signori degli Anelli, di immense ricchezze accumulate e custodite da un drago che non guardava per il sottile gli intrusi che giungono nei pressi del suo caveau. Pardon, della sua grotta.

Nel suo cantare, intrattenendo chi lo accoglieva con spontanea generosità, mai attaccava né esprimeva critiche nei confronti di chi, anche in tempi perigliosi, esprimeva una così assoluta e ammirevole tenacia in nome di un ideale superiore: la fratellanza tra i popoli, la necessità di celebrarla con Ludi universali e coinvolgenti nel nome di quella che può avere solo un nome: purezza. Purezza nelle intenzioni, negli sviluppi, nei risultati accumulati in più di un secolo.

Eletta schiera dalle più diverse provenienze, questi custodi di un loro Graal guardavano con sussiego e distacco altre confraternite dotate di un certo potere e di solidi patrimoni, ma che consideravano più o meno come il grande feudatario teneva in conto il valvassore o il valvassino. Potevano avere anche potere, certo, ma come nel Paternoster, il Potere e la Gloria erano cosa loro. Nessuno poteva metterli in discussione, forse solo episodicamente la storia con i suoi rivolgimenti violenti, i conflitti. Armate delle tenebre, orchi e orchetti che la luce abbagliante della loro Gerusalemme celeste non può che accecar, disperdere, sbandare.

Il bardo pizzica l’arpa, pensa, riflette su quel che ha visto sul suo cammino che dura ormai da una vita: gli sguardi attoniti della gente, la campagna sempre più deserta, la difficoltà crescente a trovare un asilo, un po’ di cibo che gli viene offerto tenendo una buona yarda di distanza. Non più giochi di bambini, silenzio. Si domanda se nel suo peregrinare dovesse andar a bussare alla porta di quel castello sul lago scintillante ma senza più una vela che lo solchi, e si convince che non ne ricaverebbe nulla se non l’invito a passare al largo: i Cavalieri del Sogno son in conclave, non devono esse disturbati. Hanno grandi e nobili progetti.

E così il bardo comincia a pensare di esser stato un po’ tollerante con lorsgnori. Scriverà una ballata rivoluzionaria, forse sediziosa, e la proporrà a chi è disposto ad ascoltarla. Per ora ha solo il titolo: la borsa e la vita.

 

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