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I sentieri di Cimbricus / Uomini con quell'idea del sublime

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Sabato 22 Febbraio 2020

 

gipsy-moth-iv


Forse per noi vale il motto che venne inciso sulla medaglia che celebrava la vittoria sull’Invencible Armada: “i venti soffiarono ed essi furono dispersi”.

Giorgio Cimbrico

Quando ho letto che Francis Joyon, con il suo trimarano gigante, ha impiegato 31 giorni, quattro meno di Giovanni Soldini, a lasciarsi alle spalle i 28.000 km che dividono Hong Kong da Londra – la chiamano la Rottà del Tè, in ricordo dei vecchi clipper che traversavano l’Oceano Indiano, doppiavano il Capo, risalivano l’Africa e, giunti al Golfo di Guascogna, iniziavano a sentire odore di casa – e ho annotato la media oraria, 20,7 nodi, una quarantina di chilometri, ho ripensato alla mia breve avventura su uno di questi mostri. Durò un paio d’ore e si rivelò sufficiente a farmi capire chi sono questi lupi di mare. O, come dicono gli inglesi, salty dog, cani salati.

Mi ritrovai nell’equipaggio di un’altra stella del firmamento francese, Frank Cammas, e il mio apporto fu modestissimo: trovai un appiglio nella timoneria e lì rimasi durante quello che appariva un monotono giro nel Golfo di Genova, in una grigia giornata di primavera di avarissimo vento. Giunti qualche chilometro al largo, Cammas fece invertire la rotta per puntare verso la costa. Alimentato da un’energia che sembrava creare autonomamente, il gigante iniziò ad accelerare e l’acqua color ardesia a scorrere sempre più velocemente a babordo e a tribordo, se è possibile usare questi termini marinareschi per un’imbarcazione a pianta quadrata, trenta metri per ogni lato.

Nel gemere delle vele, in teflon, e nello schioccare delle cime, tenevo d’occhio il display e vedevo i numeri correre all’impazzata, sino a toccare 27,7, cinquanta orari abbondanti, mentre la diga foranea del porto si avvicinava pericolosamente. Una perfetta accostata coincise con il decremento della velocità e io mi trovai con le gambe tremanti e la testa ronzante a ringraziare il piccolo e fiero Cammas dell’opportunità che mi aveva offerto.

Da allora porto dentro una serie di domande e una riflessione: come fanno a tirare avanti così per un mese, a volte per cinquanta giorni? Dormendo in piedi o un paio d’ore su una cuccetta per nani? Espletando funzioni corporali in un secchio o assicurandosi alle reti che uniscono gli scafi? Mangiando quel che capita? Vivendo inzuppati? Affrontando quei mari che hanno ricevuto l’etichetta di ruggenti e di urlanti? Incamerando premi e aiuti dagli sponsor che usano per allestire una nuova barca? Ho idea che questi uomini molto normali nell’aspetto abbiano un’idea di sublime che noi abbiamo odorato solo nei libri.

La convinzione mi si è rafforzata quando, a Greenwich, ho visto Gipsy Moth IV, il ketch di 16 metri con cui poco più di mezzo secolo fa Francis Chichester, a 65 anni e con un carcinoma polmonare, disegnò un perfetto giro dal mondo da Plymouth a Plymouth in 226 giorni in solitario e doppiando i capi della storia e della leggenda: Horn, Buona Speranza e Leeuwin.

La Regina lo nominò sir, la Royal Mail gli dedicò un francobollo da uno scellino (la Gran Bretagna non aveva ancora il sistema decimale) e dal 2015 l’ultima di copertina dei passaporti britannici porta stampata un’immagine della barca, onorata come devono essere onorate le vecchie eroine e sottoposta di recente a restauri.

Amo chi non perde la testa e quel che c’è dentro, e in questo, loro, i britannici, con tutti i loro difetti (si dice così, vero?) non dimenticano (la moneta da 50 pence per il 60° anniversario del record di Bannister è un esempio, e purtroppo non sono mai riuscito a impossessarmene di una), non buttano niente e sanno trasformare anniversari, personaggi, oggetti in simboli in fruttuose iniziative. Se l’Elettra l’avessero avuto loro, ne sono sicuro, non l’avrebbero demolito. L’Elettra è solo un esempio e potrei andare avanti.

Forse per noi vale il motto che venne inciso sulla medaglia che celebrava la vittoria sull’Invencible Armada: “i venti soffiarono ed essi furono dispersi”.

 

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