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Lunedì 17 Febbraio 2020

 

coronavirus-1

 

Lo sport al tempo del coronavirus o come lo hanno ribattezzato: tra chi ha messo le mani avanti (rinviati i mondiali indoor di Nanchino) e chi non teme niente per Tokyo. Come fa il CIO.

Giorgio Cimbrico

Il coronavirus dello sport è il denaro: Saracens fuori dalla Premiership inglese di rugby per aver violato il salary cap (tetto degli stipendi), Manchester City escluso per due anni dalle eurocompetizioni per non aver giocato con un corretto fair play finanziario. Tradotto, per aver truffato sulle entrate garantite dai munifici emiri di Abu Dhabi. Molti anni fa un vecchio conservatore come Lord Burghley, marchese di Exeter, aveva avvertito: “Attenzione, diventerete dei manichini in mano a chi paga”. Burghley, oro nei 400hs ad Amsterdam 1928 (e molte altre cose ancora), era un privilegiato, convinto sin dall’infanzia dall’idea che lo sport fosse per amateur, per gentiluomini e per gentildonne.

Se qualcuno abbandonava questa sfera e decideva di ricevere una mercede per prestare la propria opera, poteva giocar al calcio o a rugby, ma solo nella League, a XIII, nel nord dell’Inghilterra operaia. Oggi diremmo che era un integralista. Può darsi, ma per come le cose stanno andando, tutti i torti non li aveva.

E ora parliamo del coronavirus, quello vero, non so quanto minaccioso. Avendo alle spalle sconfinate letture di grandi contagi, di cavalieri dell’apocalisse, di ritorni al Medioevo, di signori della guerra, di zone proibite in mano all’anarchia e alla violenza, sono piuttosto vaccinato. Così come sto facendo l’abitudine alla capacità mediatica odierna nel gonfiare e sgonfiare i fatti: I penultimi persuasori non occulti sono quelli delle tv, gli ultimi, i più pericolosi, insinuanti, quelli dei social media, seguiti tutti assieme appassionatamente da una massa informe che dovessi basarmi sui giornali che hanno comprato, di pensione non prenderei un fiorino o un baiocco e vivrei mendico, come certi personaggi delle incisioni di Hogarth.

Di certo c’è che il mondo ha bisogno della paura, una specie di piacevole febbre, una dimensione a cui abbandonarsi tipo Leopardi, come quando al controllo prima dell’imbarco fanno passare in un macchinario che sembra quello dei cartoni animati, quando Vil Coyote calcola male la durata della miccia o sbaglia la portata della carica elettrica: un’occhiatina allo scheletro, prego. E se il frequent flyer, perdonatemi, venisse colpito da leucemia?

Contrariamente a World Athletics, che ha rinviato di un anno i Mondiali indoor di Nanchno e alla F1, il CIO ha dichiarato che non esiste la minima possibilità che i Giochi di Tokyo possano essere cancellati o posposti. Perbacco, a Losanna sono in costante contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e non c’è nulla da temere.

Cito ancora una volta un autore che per ironia e amore del paradosso mi è assai caro, Jonathan Swift. La sua “modesta proposta” riguardava i monelli che popolavano troppo numerosi – e fastidiosi – le strade di Diblin: per risolvere il problema, non restava che trasformare gli scugnizzi, privi di famiglia, in carne per brodo o stufato.

La mia modesta proposta è all’insegna di un verbo di gran moda, usato dagli analisti: delocalizzare. Non sarebbe la prima volta: nel 1956 le leggi australiane sull’importazione di animali erano così rigide che le gare di equitazione finirono per trovare un’eccellente sede a Stoccolma. La Svezia celebrò l’avvenimento con una serie di tre francobolli di gusto classico: se non mi sbaglio, il soggetto era tratto dalla processione dei cavalieri dal fregio del Partenone, conservato al British Musem nella magnifica sala dei Marmi Elgin.

In sintesi e schematizzando, se le cose prendessero una brutta piega, propongo l’atletica in Germania (non si discute), la vela a Hyeres, il tennis a Wimbledon, il nuoto a Budapest, la maratona sul percorso di Londra, il ciclismo su pista a Glasgow, la scherma sul palcoscenico della Scala, la lotta alla basilica di Massenzio (già vista) e una serie di varie ed eventuali a Parigi che potrebbe così iniziare l’allenamento in vista della sua doppia annata in scena: 2023 Mondiali di Rugby, 2024 Olimpiade, gli uni a 200 anni dalla nascita del gioco, l’altra a 100 anni dall’edizione di Nurmi, Liddell, Abrahams, Weissmuller, ecc.

Avessi il cellulare di Bach (Thomas, non Johan Sebastian) lo chiamerei. O mi prende per matto o dice che sono un genio. Nel caso non rischio piĂą la mendicitĂ .

 

 

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