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I sentieri di Cimbricus / "Loro ci odiano, noi li odiamo"

Venerdì 14 Febbraio 2020


rugby-insolita


“Quelli che acquisiscono, comprano, mettono mani e artigli nello Sport, sono bravi come quelli che approdavano su spiagge sconosciute: con le perline, gli specchietti, qualche orologio, si prendevano la terra e le sue ricchezze.”

Giorgio Cimbrico

La bottiglia lanciata da bercianti scozzesi contro un attempato membro dello staff tecnico dell’Inghilterra si è trasformata nel sasso che cade in uno stagno, disegnando cerchi sempre più vasti, liquidi movimenti che permangono a lungo prima di spegnersi. Un piccolo episodio per una grande domanda: cosa sta succedendo al rugby che sta per arrivare alle nozze d’argento con il professionismo? La prima immagine è quello del Golem che il rabbi Loew costruì con l’argilla a Praga. Grande, potente, ubbidiente ai voleri del suo demiurgo, sino all’incapacità a eseguire gli ordini e uscire dalla via di osservanza che per lui era stata tracciata.

Provare a disegnare uno scenario è andare alla ricerca di pezzi: è cucire una coperta patchwork, cimentarsi in un puzzle da 3000 tessere, praticare alla buona l’antica arte del mosaico, auscultare un mondo che asserisce di essere forte, e che freme, scricchiola, affida il suo futuro a finanziarie che non sono le Dame di San Vincenzo (se danno, rivorranno, e in quantità cospicua), dimentica, come i lotofagi, il suo passato, le sue buone e le sue cattive, ma naturali, maniere.

Sarebbe magnifico poter riproporre un’educazione sentimentale, ma Gustave Flaubert non gioca per la Francia. Oggi tutto corre nell’età dell’aggressività, quella vissuta sul campo e che all’impatto deve rispondere con l’impatto, senza più esclusione di colpi, in partite che diventano attacchi furiosi ad Alamo, al suono del deguello, l’assalto che non prevede prigionieri. In un processo di osmosi, l’aggressività si sta trasferendo al pubblico, spesso istigato da nuovi tribuni che dominano la scena o da una certa stampa popolare che coglie le parole al balzo: “Loro ci odiano, noi li odiamo” è il refrain che ha accompagnato l’avvicinamento alla Calcutta dell’acquivento, dei fischi alle preparazioni (lunghe) di Farrell, del dopo Brexit.

Crepe iniziano a segnare anche le facciate più imponenti: la RFU, dopo anni di furibonda espansione, ha annunciato la riduzione del 50% (da 550.000 a 280.000 sterline) dei contributi alle squadre del Champioship, la divisione in cui stanno per finire i Saracens, travolti dall’affare del salary cap.

E così il mese scorso il Guardian ha ospitato la testimonianza di un avanti canadese, Justin Blanchet, che gioca nel Bedford: avrebbe dovuto andare alla Coppa del Mondo, ma la quarta “concussion” in un anno lo ha fermato: “E anche le braccia non funzionano più come una volta”. Blanchet, che ha 26 anni, non disegna un inferno, non si trasforma in predicatore fiammeggiante. Dice solo che la pianta è cresciuta stentata male, che non ci può essere professionismo con stipendi tra le 20 e le 30.000 sterline l’anno “e meno male che al Bedford sono assicurati per gli infortuni. Non in tutti i club è così”.

All’inizio ho citato il Golem, ma in realtà non è facile rendere con un’immagine, con una citazione la metamorfosi a cui è stato sottoposto il rugby. La più scontata riporta all’esperimento del barone Viktor von Frankenstein, quello di Mary Shelley, non quello di Mel Brooks: un pezzo preso dal corpo del calcio, qualche brandello rimediato dallo sport americano e il sangue pompato dopo donazioni di chi – grandi compagnie, network pubblici e privati, ora la finanza – di chi è accorto che qualche buon affare poteva essere combinato anche in quel mondo singolare, sino un quarto di secolo fa abbastanza ritroso, avaro nel concedersi, indefesso coltivatore di valori come la sportività, il cameratismo, la lealtà, il rispetto, la passione educata del pubblico.

Quelli che acquisiscono, comprano, mettono mani e artigli, sono bravi come quelli che approdavano su spiagge sconosciute o galoppavano in praterie incognite: con le perline, gli specchietti qualche vecchio cilindro, qualche orologio, si prendevano la terra, le sue ricchezze e facevano firmare l’atto con una croce. “Tranquilli, tutto resterà come prima. Anzi, ne avrete dei vantaggi perché i vostri valori diventeranno patrimonio di tutti”. Cosa sia rimasto dei valori, non si sa, a meno vengano accettate come buone le imitazioni che vengono svendute da chi detiene i diritti. Si dice stakeholders, vero? In questo frattempo lungo un quarto di secolo, il rugby è diventato il Selvaggio West (espropriazione, conquista del territorio, legge del più forte), con annessa Corsa all’Oro. Sino a quando i filone si esaurirà o quell’oro si rivelerà pirite. L’oro degli sciocchi.

 

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