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Italian Graffiti / La storia dimenticata dei fratelli Cattalinich

Lunedì 10 Febbraio 2020

 

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Nella Giornata del Ricordo la pagina drammatica di tre fratelli zaratini – canottieri saliti sul podio ai Giochi del 1924 – costretti a lasciare la loro terra assieme agli altri trecentocinquantamila dell’esodo.

Gianfranco Colasante


Quando diciamo canottaggio il pensiero va subito ai tre fratelli Abbagnale: Giuseppe, Carmine e il più giovane (ma anche il più dotato e il meno fortunato) Agostino. Se vogliamo, una dinastia, con sette medaglie d’oro e due d’argento ai Giochi. Ma che ha altri precedenti in chiave olimpica. Come capitò negli anni Trenta, con i tre fratelli Vestrini, livornesi degli “Scarronzoni”: Pier Luigi detto “Lallo” e Renzo detto “Lilli” in gara ad Amsterdam nel 1928 e il più giovane Roberto detto “Lolli”, argento sull’Otto a Los Angeles 1932. Ma ancora prima c’erano stati i tre fratelli Cattalinich che nel 1924, sulle acque della Senna, avevano conquistato la medaglia di bronzo dell'Otto alle spalle degli universitari di Yale e dell’equipaggio canadese, ma precedendo i più accreditati britannici.


La loro storia non è dissimile da quella di moltissime altre radicate nelle terre orientali dove la difesa dalla propria identità poteva facilmente costare la vita nell’orrido di una foiba. Originari della costa dalmata, dell’isolotto di Traù (l’attuale Trogir) dove la famiglia gestiva un cantiere per barche da pesca, sul finire dell’Ottocento, “volendo a tutti i costi restare italiani”, i Cattalinich avevano scelto di trasferire casa e cantiere a Zara dove la pressione slava pareva meno forte. Lì erano nati i tre fratelli – Simeone, Francesco ed Antonio – e una sorella, rimasta uccisa nel primo bombardamento alleato sulla città, nel novembre del 1943.

 

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Per quello che m'è riuscito di ricostruire, dopo l’8 settembre e l’occupazione della città da parte delle prime bande titine, la requisizione del cantiere e l’inizio delle esecuzioni di massa dei civili italiani da parte dei comunisti slavi, i Cattalinich – che nel 1929 erano stati costretti a mutare il loro cognome in Cattalini – cercarono di lasciare da profughi la Dalmazia, come altri 350.mila esuli. La cosa fu possibile solo con l’arrivo delle truppe neo-zelandesi sotto la cui protezione i due fratelli maggiori riuscirono a raggiunsero il territorio friulano, stabilendosi l'uno (Simeone) a Gorizia, l'altro (Francesco) a Trieste. Tutti e tre, curiosamente, si sarebbero spenti alla stessa età: 86 anni.

Più tragica la sorte del primogenito Antonio che, rifiutato l’arruolamento nell’esercito iugoslavo, fu condannato ai lavori forzati passando tre anni di sofferenze nel terribile carcere di Lepoglava. Prima di potersi ricongiungere alla famiglia e stabilirsi a Milano. Qui l’aveva preceduto suo figlio Silvio, nato a Zara nel 1927, che era riuscito a fuggire nascondendosi sotto il telone di un autocarro alleato. A Milano Silvio si laureò in ingegneria al Politecnico occupandosi fino alla morte (avvenuta nel 2017) di tenere in vita con le associazioni Giuliano-Dalmate i ricordi dei drammatici anni dei massacri e dell’esodo.


Quella dei Cattalinich è una delle tante pagine dimenticate del nostro sport olimpico: toccherebbe al CONI tenerle in vita, ma pare essere sempre in tutt'altro affaccendato. Una storia da raccontare tanto più oggi, in occasione della Giornata del Ricordo. I tre fratelli – Simeone nato nel 1889, Francesco nato nel 1891 e Antonio nato nel 1895 – scelto il canottaggio, erano diventati l’anima della “Diadora” Zara per i cui colori bianco/celeste avevano riportato nel 1923 il titolo europeo a Como, dopo un secondo posto ottenuto l’anno prima nel porto di Barcellona alle spalle della Francia (al tempo, mancando i “mondiali”, assieme ai Giochi gli “europei” erano il solo palcoscenico internazionale).

Così nel 1924 l’equipaggio venne scelto a rappresentare il canottaggio italiano per i Giochi di Parigi. In barca vogavano Vittorio Gliubich, Pietro Ivanov, Simeone Cattalinich, Carlo Toniatti, Giuseppe Crivelli, Antonio Cattalinich, Francesco Cattalinich, Bruno Sorich (con i suoi vent'anni il più giovane), al timone Latino Galasso: tutti zaratini ad eccezione di Crivelli ch'era lombardo di nascita. Le competizioni vennero ospitate nel Bacino di Argenteuil, sulla Senna. Alla gara dell’Otto erano presenti 10 nazioni distribuite in tre batterie: ammessi in finale i vincitori più il primo del recupero, in quel caso il Canada. L’equipaggio zaratino si impose abbastanza agevolmente nella terza batteria (6’06”0) lasciando a 6” gli australiani e molto più lontani gli spagnoli. Come detto in finale gli azzurri affrontarono gli Stati Uniti e i britannici che schieravano l’Otto del “Thames Rowing Club”, il più blasonato equipaggio del tempo, ma che a Parigi era arrivato con diversi elementi di riserva.

La finale, disputata il 17 luglio, non ebbe storia: gli americani presero subito la testa imponendosi con facilità (6’33”2/5) davanti ai sorprendenti canadesi (6’49”0). Gli italiani chiusero al terzo posto, distanziati di ¾ di barca, ma con una mezza lunghezza di vantaggio sui britannici. Comunque un terzo posto di gran pregio quello degli azzurri, specie dopo che – come ha ricordato Bruno Marchesi (“Scie da leggenda”, 1999) – “alla seconda voga, Pietro Ivanov, dopo le prime palate, si sfila il carrello dalle guide. La barca è costretta a fermarsi, il carrello viene rimesso a posto alla buona e l’equipaggio riparte per un fantastico inseguimento”.

Si può qui ricordare che tra gli universitari di Yale figuravano due giovani destinati a grande notorietà: Babe Rockfeller, erede designato della famiglia e in seguito tra i maggiori banchieri del suo tempo, e Ben Spock che da pediatra acquistò grande fama col suo “Baby and Child Care”, libro che tradotto in una quarantina di lingue ha venduto oltre 45 milioni di copie. Una popolarità che spinse Spock a tentare nel 1972 la candidatura per i Democratici alla presidenza degli Stati Uniti.

Il Circolo Diadora – che era nato il 30 agosto 1898, prendendo a prestito l’antico nome romano della città – dissoltosi negli anni delle Foibe, venne ricostituito molto più tardi, il 30 marzo 1962 al Lido di Venezia, sotto la presidenza dell’anziano ex-canottiere Luigi Miller, uno degli ultimi ad aver vogato assieme ai Cattalinich. Ultima considerazione ignorata dai più: la barca che fu portata a Parigi era stata commissionata e pagata dal CONI che – pur nelle ristrettezze economiche di quegli anni – vi aveva investito una cifra considerevole: ottantamila lire, somma che si fece fatica a far rientrare nel bilancio conclusivo di quella spedizione presentato nella primavera seguente da Lando Ferretti, ultimo presidente democraticamente eletto. Seicentomila lire avute a rate dallo Stato e che vennero restituite a fatica in non meno di un quadriennio. Altri tempi.

 

 

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