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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / L'uomo che interpretava se stesso

Giovedì 6 Febbraio 2020

 

kirk 


“Kirk Douglas apparteneva alla vita di tutti noi e così non è il caso di fingere commozione, ma solo di ricordarlo, e di salutarlo: Mazel Tov, i migliori auguri per quello che ha saputo dare.”

Giorgio Cimbrico

Saltando da una buca all’altra nella terra di nessuno di “Orizzonti di Gloria” o battendosi seminudo nell’arena di Lentulo Battiato, Kirk Douglas è stato un atleta del cinema. Non era solo, in quei giorni in cui la verità aveva la meglio sulla finzione: Burt Lancaster e Tony Curtis erano trapezisti, Richard Harris aveva giocato nel Munster, Paul Newman correva le 880 yards in 1’52” o giù di lì, Steve McQueen era in sella alla moto mentre saltava i reticolati che lo dividevano dalla libertà, Richard Burton era un centro geniale prima di perdersi nella bottiglia, Robert Redford correva e lanciava il giavellotto in “Come Eravamo” e non aveva bisogno di una controfigura quando batteva in “Il Migliore”, “The Natural”: i titoli originali sono sempre più convincenti.

Kirk – che si chiamava Issur Danilovic Demsky ed era ebreo bielorusso – ha interrotto la sua apparente immortalità a 103 anni. Mi è stato simpatico sin da quando ero ragazzino perché era uno che sapeva rischiare. Quando decise di produrre “Spartacus”, investì sin all’ultimo dollaro e siccome non bastava investì anche i gioielli della moglie.

Per la sceneggiatura ingaggiò Dalton Trumbo, che era nella lista nera del senatore McCarthy (che paragonato a Trump era un tollerante, …) e quando il film uscì volle che quel nome, non uno fittizio, figurasse nei titoli. Cacciò via Anthony Mann e prese il giovane Stanley Kubrick che aveva conosciuto tre anni prima per “Orizzonti di Gloria”, il film più crudo e spietato sull’assurdità della guerra e mise assieme un cast che noi bambini recitavamo come qualche anno più tardi avremmo recitato quello dell’Inter: Spartacus Kirk Douglas, Antonino Tony Curtis, Crasso Laurence Olivier, Gracco Charles Laughton, Lentulo Peter Ustinov, Giulio Cesare John Gavin, Varinia Jean Simmons, l’unica a insidiare Liz Taylor e, giudicata tutta la struttura antropometrica, anche meglio.

C’era anche un grande atleta nei panni del gladiatore nero e piuttosto incazzato che attenta alla vita di Olivier, Woody Strode, più tardi Pompeo ne “L’uomo che uccise Liberty Valance”, uno dei primi a trovare un posto nella football league tutta bianca.

In “Spartacus” il vecchio Kirk – non resta che unirsi al kaddish che lo accompagnerà – sistema con una bella presa al collo un capoguardia figlio di mignotta, duella con una daga corta contro un tridente, scavalca un cancello che a occhio doveva essere sui quattro metri, corre, va a cavallo con un ardore mai plastificato, dentro una narrazione che non aveva bisogno di effetti speciali perché, beati quei tempi, gli effetti speciali affidati ai computer non esistevano. Se c’era bisogno di ventimila uomini per le scene di battaglia, ventimila uomini venivano ingaggiati.

Apparteneva alla vita di tutti noi e così non è il caso di fingere commozione, ma solo di ricordarlo, anche quando interpretò un nostro spericolato collega di cui non essere fieri – in “Asso nella Manica”, di Billy Wilder –, e di salutarlo: Mazel Tov, i migliori auguri per quello che ha saputo dare.

 

 

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