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I sentieri di Cimbricus / “Oggi non si fanno prigionieri”

Martedì 4 Febbraio 2020

 

calcutta 


Nuovo capitolo della storia cominciata nel 1879, emblematica dello sport vittoriano, e che ancora oggi mette di fronte inglesi e scozzesi, come ai tempi di Edoardo I e di William Wallace.

Giorgio Cimbrico

Sabato prossimo, a Murrayfield, Scozia e Inghilterra giocano per la Calcutta: qualcuno, in vena immaginifica, l‘ha chiamata il Graal del rugby. È soltanto una bella e vecchia coppa, il simbolo dell’infinita rivalità tra due vicini tra cui non è mai corso buon sangue. E che il futuro potrebbe dividere più di quanto le divida il border che corre tra il Northumberland e le Lowlands. “La facciamo noi o vi inviamo i soldi e ci pensate voi?”. “Provvedete pure voi”. Nel 1877 non c’erano le e-mail, solo magnifiche lettere vergate su carta intestata: i tempi erano più lenti ma tutto rimaneva agli atti. Comunque, per esser più chiari, chi domanda è James Rothney, segretario del Calcutta Football Club; chi risponde, da Londra, è il segretario della Rugby Football Union.

Rothney, che è un tipo preciso, scrive che va bene, che affideranno il lavoro a un artigiano locale e che la somma che metteranno a disposizione equivale a 60 sterline, non poco. Nel 1878 l’argentiere indiano ha finito il suo lavoro, la coppa è pronta ed è una bellezza, una specie di bicchierone con tre manici che sono cobra reali e un elefantino sul coperchio del boccale: la Calcutta Cup, messa in palio ad ogni incontro annuale tra Scozia e Inghilterra, in ricordo del Calcutta Football Club che, dopo qualche stagione di successi e di partite frequentate dalla buona società britannica che aveva trovato nuove radici nel Bengala, aveva registrato un rapido declino.

Il polo era più amato dagli ufficialetti che arrivavano dalla patria e speravano un giorno di poter giocare la finale della coppa Golconda, e il cricket, oltre ai militari, lo giocavano anche gli impiegati dell’Indian Civil Service e lo stavano imparando gli indigeni, con eccellente profitto. Senza contare che per il rugby, obiettivamente, il clima caldo umido di Calcutta era insostenibile. E così, dal momento che nelle casse sociali era rimasta una discreta somma in rupie d’argento, perchè non sottoporle a fusione e lasciare un segno di sé?

Ora la Calcutta è conservata al Museo del Rugby di Twickenham ma per lunghi anni la settimana prima del match era esposta a Londra, in una gioielleria di Abermarle Street, elegante parallela dell’altrettanto elegante Bond Street, o in Princess Street, la strada principale di Edimburgo. La prima volta che venne messa in palio – 1879, mentre le truppe di Vittoria stavano sistemando spiacevoli vicende legate all’insopprimibile orgoglio degli zulu – non prese la via della sede né della federazione inglese né di quella scozzese: all’Accademia di Edimburgo, in Raeburn Place, finì con un risultato che nel rugby è come una mosca tendente all’albino: pari.

La coppa, che affianca nel pantheon dello sport vittoriano Oxford-Cambridge di rugby (Varsity match) e di canottaggio (The Boat Race), ha avuto anche i suoi Erostrati: capitò nel 1988 quando, dopo banchetto e libagioni, Dean Richards inglese e John Jeffrey scozzese (detto lo Squalo Bianco) decisero di metter in scena un terzo tempo giocato, usando la Calcutta come ovale. Loro sospesi e coppa ammaccata. Capitò anche alla Coppa America, presa a martellate da un pazzo e restaurata, gratis, dagli argentieri Garrard che l’avevano fusa nel 1851 come Coppa delle Cento Ghinee. L’increscioso episodio ha consigliato di confinarla nel museo del “tempio” del Middlesex e di consegnare delle copie ai temporanei depositari.

E così ancora una di fronte all’altra, con fatali rinvii al tempo delle battaglie tra Edoardo I, martello degli scozzesi, e William Wallace. “Flower of Scotland”, che narra di quegli epici e sanguinosi scontri vecchi otto secoli, venne riesumato proprio per un match di Calcutta e da quel momento ha sostituito a livello ufficiale il vecchio inno “Scotland the Brave”, considerato una marcetta per turisti. Quel giorno il capitano dei blu offerse le stesse parole dell’antico eroe che gli inglesi tagliarono a pezzi: “Oggi non si fanno prigionieri”. Non furono fatti prigionieri.

L’Inghilterra è avanti nelle vittorie. Dalla parte della Rosa anche il più lungo periodo di possesso (13 edizioni, tra il 1951 e il ’63) e il record dei punti messi a segno da un giocatore: il solito, infallibile Jonny Wilkinson, 27 punti. Ma a casa loro i blu con il cardo sanno vendere la pelle. Sempre stato così. E anche in questo caso è necessario lasciare il rugby e piombare nella storia: il ponte di Stirling, l’avanzata dei clan sino a York, Bannockburn, il Vecchio e il Giovane Pretendente, i giacobiti scozzesi che sciamano sino a Derby per essere ricacciati a nord e massacrati dalla lunga linea rossa del Duca di Cumberland nella brughiera di Culloden More, nei press di Inverness.  

La Calcutta è parte di una serie di riconoscimenti ufficiosi e così affascinanti del 5 (e poi 6) Nazioni. Chi non vince il Torneo, se è inglese o scozzese, può tentare di consolarsi mettendo le mani sul vecchio bicchierone, se è britannico (Irlanda compresa, in questo caso) può aspirare alla Triplice Corona, se è italiano o francese può puntare a conquistare la Coppa intitolata a Giuseppe Garibaldi (in palio domenica allo Stade de France, con scarse chances azzurre), opera di un terza linea guerriero, Jean Pierre Rives, passato nella mischia dell’arte moderna. I riconoscimenti da evitare sono il Cucchiaio di Legno, riservato a chi chiude in coda, e l’ancor più temuto White Wash, letteralmente lavatura bianca o a secco: tocca in sorte a chi allinea cinque sconfitte. L’Italia conosce bene l’uno e l’altra.

 

 

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