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I sentieri di Cimbricus / Il contagio porta il contagio

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Venerdì 31 Gennaio 2020


coronavirus 2


Non solo Nanchino. Se la paura sarĂ  la prossima frontiera cui tenderĂ  il CIO: i luoghi e le occasioni non mancano e le grandi TV potrebbero pagare a peso d'oro gare in programma a Ramallah, nello stretto di Hormuz, in Venezuela, nel Sud Sudan.


Giorgio Cimbrico

Per noi, nati nel dopoguerra, alimentati prima da Urania e dalle copertine di Karel Thole, sospeso tra Magritte e Dalì, poi dalle antologie curate da Fruttero e Lucentini – la prima, “Le Meraviglie del Possibile” è diventato un oggetto di culto tra vecchi, irriducibili ragazzi – per noi, dicevo, questo è uno scenario consueto, normale: quanti contagi, quanti quarto e quinto cavaliere abbiamo incontrato, quante rivolte urbane sino al crollo della civiltà e a un ritorno ai secoli bui abbiamo attraversato, in quante città invase dall’acqua per lo scioglimento dei ghiacci abbiamo navigato, quanta desertificazione abbiamo misurato, quante dittature abbiamo vissuto senza capire sino in fondo se erano di stampo nazista, di matrice staliniana, quante sovrappopolazione abbiamo dovuto valutare, quanto esaurimento del cibo e delle fonti di energia siamo stati costretti a constatare, a quante guerre fredde diventate incandescenti abbiamo assistito?

E poi, computer pensanti e sempre più padroni, macchine parlanti, cervelli, quelli umani, domati, sedati, atrofizzati con l’uso di giocattoli che rendono la vita sempre più facile e vuota, televisioni che diventano pareti e propongono un nuovo nucleo famigliare, sino all’abbandono della realtà: rivedere, per quest’ultimo aspetto, Fahrenheit 451 e Rollerball.

Noi, ragazzi irresistibili con l’indecente desiderio di pensare – magari per iperboli – abbiamo praticato con disinvoltura la dimensione della paura e ne siamo usciti con la tranquillità dell’ineluttabile: che l’uomo avesse deciso di distruggere il mondo lo avevamo capito da tempo, grazie a quel genere letterario che molti togati disprezzavano e che ha dispensato solo verità: la fantascienza. E così, sempre procedendo sul terreno delle apparenti assurdità, dei mondi paralleli, mi chiedo se la paura sarà la prossima frontiera cui tenderà il CIO: i luoghi e le occasioni non mancano e le grandi TV potrebbero pagare a peso d’oro gare in programma a Ramallah, sullo stretto di Hormuz, in un’area di contagio, in Venezuela, nel Sud Sudan.

Per ora, lo sport, sempre più cino-dipendente, fronteggia la paura con la paura: annulla le prove di Coppa del Mondo di sci (per chi lo avesse dimenticato, i prossimi Giochi Invernali saranno a Pechino e nelle sue lontane vicinanze), rinvia a data da destinarsi (2021?) i Mondiali di atletica indoor che Nanchino avrebbe dovuto ospitare a metà marzo (perché non ricollocarli in fretta e furia a Birmingham, a Glasgow, a Siviglia, a Sopot?) e mette in dubbio il Grand Prix di F1, finirà per sottoporre gli atleti cinesi a quei controlli cui in questi giorni sono assoggettati quelli che arrivano da laggiù. L’Australia è tornata a servirsi delle isole in cui venivano stivati i boat people e, prima, i galeotti, la maggior parte irlandesi, che venivano manati a popolare la vecchia Terra Australis Incognita.

Il contagio porta il contagio, fa schizzare in alto il tasso di stupidità. Poco fa ho sentito al TG che a Milano sono cadute le prenotazioni nei ristoranti cinesi. Più o meno quel che è capitato a Venezia dopo l’acqua alta molto alta: alberghi disertati, deserti. La vera malattia è la paura, trasmessa ogni giorno, ogni momento da chi ha in mano quel che resta del cervello della gente. Poco.

Volete sapere cos’è la Cina? Leggete “Viaggio in una guerra”, un’opera a quattro mani di un grande scrittore, Christopher Isherwood, e di un grande poeta, Wystan Auden. Risale a un’ottantina di anni fa e da allora le condizioni di vita non sono cambiate. O sono cambiate in peggio. E questa non è fantascienza.

 

 

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