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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / "Erin Go Bragh", Irlanda per sempre

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Giovedì 16 Gennaio 2020

 

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Il conformismo è uno dei grandi obblighi del nostro tempo: serve a dare un’immagine mansueta, asettica, molto gradita a chi investe denaro. Così coloro che pensano che tra sport e tutto il resto non debbano correre muri non hanno piĂą spazio.  

 

Giorgio Cimbrico

Niente politica, please: in realtà non so cosa ci stia a fare quel please: il CIO è stato deciso, minaccioso: a Tokyo certi gesti, sul podio, nei pressi, in generale nei siti olimpici, non saranno tollerati e verranno pagati duramente. Il conformismo è uno dei grandi obblighi del nostro tempo, serve a dare un’immagine mansueta, asettica, molto gradita a chi investe denaro. I “maudit”, i maledetti, non hanno più spazio. Neppure quelli che pensano che tra sport e tutto il resto non debba correre un muro. La libertà di espressione è proibita. Il bavaglio assomiglia al mordacchio che misero a Giordano Bruno mentre lo portavano Campo de’ Fiori l’anno 1600.

E così, ora, stile corazzata Potemkin, ci verrà elargita l’ennesima rievocazione del podio di Città del Messico, non è vero? Scuote il capo il rassegnato lettore, mio simile, mio fratello, direbbe TS Eliot. No, non è il caso. Non rievocherò nemmeno certe magnifiche arringhe (con due erre) di Aìì, né certi attacchi al potere di Diego Armando Maradona. Amo sprofondarmi in un altro mare, quello del passato lontano, popolato di capitani coraggiosi, percorso da fiabe di giganti.

E così, eccoci al 1906, ai Giochi Olimpici del Decennale, ateniesi, che noi non consideriamo molto ma che gli anglosassoni tengono in grande stima: coincidono con il primo serio tentativo di ridare energia alla creatura dopo le disastrose esperienze di Parigi e di St Louis. La morte in culla, o nella prima infanzia, era vicina. E così, primavera del 1906, 847 atleti di 20 paesi, più che St.Louis due anni prima, il quadruplo rispetto alla reinvenzione decoubertianana del 1896.

Peter O’Connor sbarca al Pireo in compagnia di Con Leahy e John Daly, vanno al comitato organizzatore e si rendono conto che risultano iscritti come britannici, non come irlandesi. Protestano invano: “L’Irlanda è parte della Gran Bretagna”, si sentono rispondere. “Ma noi siamo stati selezionati dalla Gaelic Athletic Association”, protestano, mostrando la giacca verde e il cap con il trifoglio. Niente da fare.

O’Connor è il Beamon del suo tempo: cinque anni prima, a Dublino, nell’impianto della polizia, la Royal Irish Constabulary, aveva saltato 7.61. Sarà il primo record riconosciuto dalla IAAF ma in realtà il quinto centrato da Peter, nato nell’Inghilterra del Nord e cresciuto nella pastorale contea di Wicklow, che tra il 1900 e il 1901 raggiunge 7.50 a New Ross, 7.54 a Dublno, 7.60 a Kilkenny e mezzo pollice in più, 7.605, ancora a Dublino. Il record terrà duro per 20 anni: solo Powell, Owens e Beamon hanno regnato più a lungo.

Il 27 aprile è in programma il lungo. Il grande rivale di Peter è Meyer Prinstein, americano, privato del record del mondo, 7.50, proprio dall’irlandese. Il giudice della gara è Matthew Halpin che oltre che essere americano è anche il manager della squadra USA. Peter protesta, continua a protestare e si vede anche annullare un paio di salti, come toccò a de Oliveira a Mosca. La gara va avanti alla cieca e la classifica viene annunciata solo alla fine: ha vinto Prinstein con 7.20 (primo salto), O’Connor è secondo con 7.02 (sesto e ultimo tentativo).

Premiazione: O’Connor, che in gioventù ha praticato anche la ginnastica, scala il pennone e al posto dell’Union Jack, appende una bandiera verde con l’arpa e la scritta “Erin Go Bragh, Irlanda per sempre”. Leahy tiene a bada la polizia greca. Nessuna sanzione viene presa nei confronti suoi e dell’amico.

Tre giorni dopo, Peter vince i triplo – o, come veniva chiamato, hop step jump – che, insieme al lancio del martello, è uno dei doni dei gaelici e dei celtici all’atletica. Peter 14.07 (a 34 anni ancor oggi il più anziano vincitore), Con, diminutivo di Cornelus, 13.98, è secondo. Per alcune fonti, i due avrebbero concesso il bis al momento della premiazione, ma non è certo. In ogni caso non ebbero noie né dal giovane e incerto CIO né dalla federazione atletica britannica.

Noie maggiori ebbe Dublino dieci anni: l’insurrezione di Pasqua, quella dolorosamente cantata da William Butler Yeats, venne soffoca nel sangue, la città fu sventrata dall’artiglieria inglese e i plotoni di esecuzione ebbero molto lavoro. O’Connor, che da avvocato si stabili a Waterford, vide sia la nascita del Libero Stato che della Republica d’Irlanda per spegnersi nel 1957.

 

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