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I sentieri di Cimbricus / Sulla dittatura dell'esattezza

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Giovedì 2 Gennaio 2020

 

pukki

 

Gli arbitri, ormai, sono come una delle tre scimmie (non quelle esposte alla Lega calcio), decidono di non decidere, di affidarsi a chi sta nella centrale di comando e alle loro macchine dannate.

 

Giorgio Cimbrico


Mi sono alzato con l’epigramma giusto da scrivere sul quaderno che tengo sempre a portata di mano e di penna: IN UN MONDO SEMPRE PIU’ CONFUSO HANNO DECISO CHE L’ESATTEZZA DEVE AVERE LA MEGLIO. Che è esattamente il contrario dei vecchi tempi: allora c’erano poche cose sicure e, accanto, lo spazio per l’imprevedibile che diventava qualcosa di molto vicino all’epos. Le magie le lascio i corifei d’assalto. Filosofia, sociologia, scienza della politica, economia, storia, arti figurative, musica, letteratura: nessuno deve aspettarsi un saggio su argomenti così elevati e, in molti casi, così strapazzati in un mondo senza più genialità.

Tutto, molto semplicemente, nasce per un bel gol di Pukki, barbuto attaccante finlandese del Norwich: aggancio volante, diagonale, rete. Interviene il Var per sezionare fotogramma dopo fotogramma, esaminare il taglio dell’erba, stabilire la posizione del difensore del Tottenham, giungere, dopo lungo esame, al verdetto: una piccolissima parte del corpo di Pukki è (?) davanti. Gol annullato. Gli arbitri, ormai, sono come una delle tre scimmie (non quelle esposte alla Lega calcio), decidono di non decidere, di affidarsi a chi sta nella centrale di comando e alle loro macchine dannate. Nicola Roggero, telecronista Sky che non usa effettacci ed effettini, è costretto a prendere atto senza rinunciare a mettere un accento grave. Non è vecchio, Nick, ma la sua appartenenza a un’altra sfera è piuttosto nota.

L’esempio del mondo che fu è sempre lo stesso ed è sempre molto valido: Dienst va da Bakramov. Dienst è svizzero e se la cava in parecchie lingue, Bakramov è russo caucasico e parla un po’ di turco. “Allora?”, dice Dienst con un cenno. E Bakramov fa sì con la testa e indica il centro del campo. E’ il 30 luglio 1966, a Wembley vecchio stile, e qualche attimo prima Geoff Hurst aveva scaricato la palla verso la porta difesa da Tilkowski: traversa, linea, palla che torna in campo. Gol, Inghilterra 3 Germania Ovest 2. Il quarto gol, il terzo di Hurst,conterà solo per il risultato. La finale della coppa Rimet – si chiamava ancora così – viene decisa da un breve conciliabolo che fa scrivere decine di miglia di carta, girare chilometri di pellicola, aprire a dibattiti che vanno avanti da mezzo secolo abbondante..

Altri esempi: il cronometro matto di Usa-Urss finale di basket ai Giochi di Monaco ’72, la meta più bella della storia, quella di Gareth Edwards il 27 gennaio 1973, Barbariasn-All Blacks a Cardiff (in quel meraviglioso turbine di intuizioni, un paio di passaggi è in avanti), la mano de dios di Diego Armando Maradona al Mondiale messicano dell’86: le “manine” sono argentine.

Citando Fruttero e Lucentini, queste meraviglie del possibile hanno riempito la nostra vita e, diciamolo, ci hanno fatto scrivere pezzi nelle ricorrenze quando, in scala ovviamente ridotta, ci sentivamo aedi. Era come raccontare di quando Giove, adocchiata qualche bella ninfa o, come dicono gli inglesi, una commoner, si trasformava in toro o in nuvola e centrava l’obiettivo. O, più vicino a noi nel tempo, quando Astolfo volava sulla luna o i coraggiosi esploratori di Verne marciavano verso il centro della terra incontrando mosti preistorici, funghi giganteschi e tempestosi mari interni.

Erano tutte balle, invenzioni ed erano (sono) bellissime. Nello sport succedeva lo stesso. Ora, trattenete gli orgasmi, aspettate, collegatevi con la vostra app, lavorate con il dito, rivedete quel che vi è stato tolto. Che non è il gol, ma l’improvviso dell’anima, l’ardore, il ricordo che, nei sedimenti della coscienza, si trasforma, perde contorni precisi, rende quei momenti una riserva di umanità.

 

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