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Duribanchi / Politicamente corretto? No, grazie

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Lunedì 23 Dicembre 2019
 
zalone
 
Inutile raccontare agli ottusi radical depositari dell’etica e della verità la magia di quella notte passata sul molo oltre Malamocco, la notte in cui nessuno dormì in Italia credendo di vivere la Storia.

Andrea Bosco

È Natale, ormai. Ancora una volta. Se credi, se hai la fede è una notte speciale. E non serve che tu creda alla mangiatoia, ai Magi, alla cometa, al bue e all'asinello, al falegname e alla sua sposa: quella notte nacque un rivoluzionario. Portatore di un messaggio senza precedenti. L'amore, l'altruismo, la tolleranza, la passione per la vita. A pensarci, componenti che si trovano anche nello sport. Persino nello sport dei “ricconi” del calcio. Dove, non sempre, ma per fortuna qualche volta, sì, accade che l'allenatore che non si atteggia a guru, che nessuno chiama “maestro”, che in estate è stato dalla Principessa dei Campionati, “accantonato” perché ritenuto “non ancora pronto”, si prenda la bella rivincita di battere a distanza di tre settimane, per due volte di fila e sonoramente, il “santone” che gli è stato preferito.

Simone Inzaghi-Maurizio Sarri: 2-0 e palla al centro.
Brutta domenica per i “guru”: quello portoghese del Tottenham ha beccato due pere in casa nel derby contro il Chelsea. Qualcuno sospetta sia diventato “un pirla”.

Due lezioni di gioco, di idee, di qualità, di duttilità. Considerato che con il fatturato della Lazio, al massimo la Juventus foraggia la sua Primavera, la sua Under 23 e la sua squadra femminile, si può comprendere la portata e il valore della SuperCoppa conquistata in Arabia Saudita a spese di una presuntuosa Signora. A cominciare dal suo allenatore.

E quindi, visto che è Natale, anche se in certe scuole vietano nel nome del politicamente corretto crocifisso e presepe, se da certi altari non si recita il “Pater” ma si intona “Bella ciao”, la vittoria della Lazio è una gradevole storia natalizia. Che premia la gestione (economica) del più invadente dei presidenti, ma anche la competenza di un direttore sportivo come Tare.

Il politicamente corretto sta facendo scempio anche della satira. Quindi certi radical depositari dell'etica, del bon ton e ovviamente della verità, hanno bollato come “razzista” il film di Checco Zalone. Senza neppure averlo visto: solo per un video promozionale dove Zalone, occhieggiando a Celentano, prende a ceffoni i luoghi comuni che in Italia usa affibbiare agli immigrati.

Sapete cosa vi dico? Fangala al politicamente corretto. Se sei razzista lo rimani anche se fingi di non esserlo esprimendoti in modo (politicamente) corretto. Se non lo sei conviene tu te ne sbatta dei pregiudizi. Come faceva Indro Montanelli quando gli davano del “fascista”.

È Natale ma vedendo i tg non sembra. I servizi sul clima sembrano bollettini di guerra. Con qualche cosa che rasenta il surreale. Dieci minuti più tardi, in chiusura di telegiornale, gli stessi posti allagati, terremotati, sepolti dalle valanghe vengono indicati come amene località dove trascorrere le vacanze.

È Natale e nelle discipline alpine, le ragazze italiane stano dicendo “presente” a livello internazionale. È Natale e forse per questo stanno accadendo miracoli: come diversamente considerare l'Abete “riesumato” ai vertici della Lega Calcio?

Non mi avventuro nei meandri del campionato di basket: l'amico Oscar lo fa bene e con più competenza del sottoscritto. Ma sottolineo la prima vittoria in trasferta a Reggio Emilia della “mia” Reyer. Pare abbia tirato da tre con il 60%. Diciamo che quella di Reggio Emilia non è stata una gara dove la difesa di Buscaglia ha fatto faville.

E Natale e a Sky, Federico Buffa sta raccontando la storia di Gigi Riva che disse di no all'Inter di Moratti e poi alla Juventus di Boniperti, per sposare la sua isola. Dove con il Cagliari vinse uno scudetto (l'unico), dove trovò l'amore e una terra capace di amarlo. Era il Cagliari del filosofo Scopigno. Gigi Riva sarebbe diventato (copy Gioanbrerafucarlo) Re Brenno e poi Rombo di Tuono. Ora il Cagliari gli ha offerto la presidenza onoraria. E lui ha accettato: a coronamento di una storia di affetti che ha, nel calcio, pochi simili riscontri.

Fabbri in Inghilterra lo portò in gita premio preferendogli Barison e Pascutti (se non rammento male). Ma quattro anni dopo al Mondiale messicano Valcareggi lo fece diventare l'uomo simbolo di quella avventura stroncata in finale dal Brasile dei cinque “numeri 10”. Gigi Riva e quella Nazionale. Lui e Gianni Rivera. E quella partita Italia-Germania 4-3. La partita delle partite. Lo dicono tutti, non solo noi italiani.

Io la vidi a casa mia, al Lido di Venezia, con i miei amici, tra birra, salame e patatine fino alla sgroppata di Boninsegna e al tap-in di Rivera. Gridammo goool per minuti, portando la nostra gioia in strada. E poi con il tricolore nelle nostre automobili, in Gran Viale e ancora sfrecciando e dando di clacson, dal Des Bains, alle Quattro Fontane, all'Excelsior, nella tolleranza di vigili e cittadini.

Nessuno andò a letto quella notte. Semplicemente perché tutti eravamo in strada. Noi tirammo le due del mattino, strombazzando. Avevo una vecchia Giulia bianca, allora. Oggi, vergognandomi, confesso che un pulsante sul cruscotto consentiva di sostituire le due “voci” di serie dell'Alfa (da città e da strada), con una “cafona” tritonale stile Bruno de “Il sorpasso”.

Poi decidemmo di andare oltre Malamocco e da lì ad una vecchia diga che negli ultimi venti metri aveva bilance fisse da pesca. Andammo lì con altre birre. Andammo lì con la nostra gioia, rivivendo cento volte ogni minuto di quella incredibile partita. All'alba ci addormentammo (con qualche pesce nelle reti) sul cemento della diga. Ancora non lo sapevamo, ma avevamo vissuto qualche cosa che nessuno di noi avrebbe più dimenticato: la Storia.

A tutti un sereno Natale.







 

 

 

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