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I sentieri di Cimbricus / Un carro armato dalle marce veloci

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Sabato 14 Dicembre 2019

 

snell

 

Se ne è andato serenamente nel sonno, alla soglia degli 81 anni. Forse nessuno come Peter Snell, ha saputo interpretare l'epopea del doppio giro in un'epoca magica, quando l'atletica non era tormentata dal denaro, dalla frenesia, dalle convenienze.

 

Giorgio Cimbrico

E’ stato il mio primo "All Black" quando non sapevo niente di rugby, di haka, di epici scontri tra neozelandesi e sudafricani, di rari tour in Europa ricordati come chanson de geste. Ero molto giovane, avevo nove anni, e guardavo in una televisione nuova di zecca, le Olimpiadi di Roma, una caverna delle meraviglie, una miniera inesauribile: speravo non finissero mai. Anche nella semplicità cromatica dei due colori offerti dal tubo catodico, venni colpito da quel giovanotto robusto (un carro armato con le marce veloci, disse di lui un giornalista americano), maglia nera, calzoncini neri. Solo uno sbaffo chiaro. solo più tardi venni a sapere che era la felce d’argento. Nuova Zelanda: sul mio primo atlante andai a cercarla. Già fervente lettore di Verne, calcolai che scavando un tunnel attraverso il globo sarei arrivato da quelle parti.

Il 2 settembre 1960 fu una giornata molto bella, molto nera. Peter Snell vinse gli 800 con un gran finale e poco dopo Murray Halberg, magroletto e con un braccio che pareva un ramo secco, i 5000. A quel tempo per sapere qualcosa era necessario aspettare Lo Sport illustrato che in quell’estate usciva con foto a colori che mi sembravano meravigliose. Qualcosa scoprii: che Snell veniva da un luogo con un nome stranissimo, Opunake, che era allenato da un tecnico bravissimo e rivoluzionario (il termine guru non era ancora di moda), che si era allenato anche il giorno del suo matrimonio, che si era migliorato di quasi tre secondi piegando, in quel tumultuoso finale, il naturale favorito, il belga Roger Moens.

Lo persi di vista. Non era facile seguire quel che capitava nel mondo e forse proprio questo era il segreto e il fascino. Oggi, tutto è così febbrile da cancellare quel senso di dolce mistero, di attesa. Snell tenne la corona degli 800 (c’erano riusciti solo Douglas Lowe e Malvin Whitfield) senza perdere la testa di fronte all’arrembare coraggioso di Wilson Kiprugut, prima medaglia del giovanissimo Kenya, e aggiunse quella dei 1500 con gran margine sulla muta degli inseguitori. Prima di Tokyo non aveva mai corso la distanza. A dire il vero l’aveva corsa, ma solo di passaggio: nei Dominions la gara era il miglio, spesso su pista erbosa.

Quando riuscii a stringere nelle mani uno dei primi annuarietti della ATFS scoprii che Peter aveva strappato il record del mondo del miglio a Herb Elliott, un altro, con Livio Berruti, che aveva coinvolto la mia fresca passione di giovane suiveur, correndo su una pistina verde di poco più di 350 metri, a Wanganui, altro nome magico e misterioso. Dopo Tokyo avrebbe dato un altro strattone in una gara, ospitata da Auckland, che curiosamente finì per offrire lo stesso ordine d’arrivo della gara olimpica: primo Peter in 3’54”1, secondo Jozef Odlozil (futuro marito di Vera Caslavka), terzo l’altro kiwi John Davies.

Come capitava in quel tempo di sport leggero, non tormentato dal denaro, dalle convenienze, a 26 anni, come Elliott aveva fatto a 24, Peter chiuse la sua giovinezza, entrò nel mondo del lavoro, emigrò negli Stati Uniti, tornò a far girare le gambe dedicandosi alle corsa di orientamento.

Che non stesse bene mi aveva avvertito una cara amica, Emanuela Audisio. Peter doveva essere uno degli ospiti d’onore alla Serata del Miglio, a Montecarlo. Aveva declinato all’ultimo istante quando stava per imbarcarsi con la moglie su un Dallas-Londra. “Meglio non rischiare” lo avevano comsigliato. Meno di venti giorni dopo se n’è andato nel sonno.

Tra i tanti messaggi arrivati, quello degli "All Blacks" che pochi mesi fa avevano pianto Brian Lochore, contemporaneo di Peter. Una leggenda come Snell, eletto, nel paese depositario del rugby, atleta neozelandese del XX Secolo. Quando se ne vanno pezzi della vita, brani vasti di ricordi lieti, non si può che esser molto tristi.

 

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