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I sentieri di Cimbricus / L'ultimo saluto degli amici ad Elio

Martedì 3 Dicembre 2019

 

locatelli elio

 

"Non c’era neanche tanta gente per dire ciao, adieu, goodbye a Elio Locatelli, chiuso dentro una bara di legno molto chiaro, giovane come continuava a essere lui, posseduto da quello che gli antichi greci chiamavano o daimon, il demone."

 

Giorgio Cimbrico

Al cimitero di Montecarlo non c’era rete, non c’erano fotografi, nessuno ha lontanamente pensato di fare un selfie. Non c’era neanche tanta gente per dire ciao, adieu, goodbye a Elio Locatelli, chiuso dentro una bara di legno molto chiaro, giovane come continuava a essere lui, posseduto da quello che gli antichi greci chiamavano o daimon, il demone. Da tradurre in spirito, in passione, in entusiasmo, in voglia di vivere sino in fondo. In questo senso, gli è andata benissimo: pochi giorni di dubbi, di interrogativi, di sofferenza non straziante, ed è stato tutto.

Gli inglesi, in queste occasioni, danno il meglio: Frank Dick, antico direttore della Gran Bretagna, motivatore in F1, soprattutto amico di Elio da quarant’anni e passa, in un abito nero che sarebbe piaciuto al Duca di Bedford, è andato sul pulpito della piccola cappella, ha spiegato i tre foglietti che aveva preparato, ne ha tratto ispirazione per il suo elogio che ha strappato qualche timido sorriso quando in superficie è venuta la prorompente dialettica, la guida spericolata, la latina piemontesità dell’uomo che dello sport sapeva tutto e che aveva interpretato tutti i ruoli possibili: atleta, allenatore, allenatore degli allenatori, programmatore, esperto di impianti.

“Sai cosa mi ha detto prima che partissi per la visita a Tokyo del gruppo dei commissari tecnici? Accertati che dove faremo il camp prima dei Giochi non rompano le palle per l’illuminazione. Tendono a chiudere le luci alle 6 di sera, noi ne avremo bisogno anche dopo”, mi raccontava Antonio La Torre, l’ultimo del nostro mondo a vederlo vivo, vegeto, come al solito animato dalla sua inesauribile forza interiore: è capitato ad Abano, per il suo ultimo convegno.

Sandro Giovanneli, che oggi compie 83 anni, è arrivato in qualche modo, a suo modo: un’apparizione. Una carezza alla bara. FIDAL più IAAF significa una vita passata fianco a fianco. Elio, nel suo svolazzare, toccava Rieti. L’ultima cena è saltata e così Sandro si è messo in viaggio sino a quel cimitero silenzioso, tra Cap d’Ail e il Principato.

C’era molta commozione vera, non simulata, non di facciata. Quando Anna Riccardi ha letto il messaggio di Sebastian Coe, i singhiozzi sono stati repressi a fatica. E Renata Scaglia, antica discobola torinese, ha lasciato una testimonianza a nome di tutti quelli che un Elio giovane allenava nell’Antistadio che non esiste più: “Ci ha trasmesso il virus dell’atletica”.

Durante la funziome, semplice come il piccolo edificio che la ospitava, Sandro, Maurizio e Giorgio Damilano rispondevano a voce alta alla liturgia. Stessa contea, stessa Provincia Granda, quella delle radici di Elio, nato nel ’43, al tempo della saga che sarebbe stata narrata da un compaesano spazzato via, giovane, dallo stesso male: Beppe Fenoglio.

E’ stata una faccenda veloce, semplice, senza fronzoli. Qualcuno ha spruzzato un goccio di acqua benedetta, qualcun altro ha ricordato la profondità di un rapporto, di un’amicizia che pesca in tempi memorabili, come gli Studenteschi torinesi di sessant’anni fa, quando Elio aveva sedici anni e Giorgio Reineri un paio di più. Giorgio, mai troppo amico dei numeri, delle statistiche, delle date, è stato quello che, con un accostamento, ha tracciato lo scenario più sensato e triste, quello della fine di un’epoca: “Tutti e due a 76 anni, a vent’anni l’uno dall’altro”, Primo e Elio, quelli che in ogni parte del mondo trovavi a confabulare in piemontese stretto. Senza interpreti.

 

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