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I sentieri di Cimbricus / L'uomo che cambio' le regole del gioco

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Martedì 19 Novembre 2019

 

dillard 

 

A ricordo di Harrison Dillard, per la sua magrezza detto "Bones", quattro medaglie olimpiche. E che perse i 100 dei Trials per vincere i 110 dei Giochi di Helsinki. Un degli ultimi della saga piĂą amata.

 

Giorgio Cimbrico

Per noi vecchi dell’atletica, una confraternita sempre più ristretta e non interessata alle faccende elettorali che stanno impazzando, la morte di Harrison Dillard (sulla stampa italiana, pochissimi o muti echi) ha avuto un commovente significato: se n’è andato, vecchio, vecchissimo, ormai non lontano dal secolo (96 anni compiuti, il più vecchio olimpionico americano), l’uomo che aveva sovvertito la legge crudele, a volte stupida, spesso assurda, dei Trials: aveva saputo aggirarla senza astuzie tartufesche perché se era il primo ostacolista del mondo, era anche uno dei migliori velocisti.

Quel giorno a Evanston, Illinois, 9 luglio 1948, è da ricordare come una delle date importanti della storia dello sprint: Barney Ewell 10”2 (mondiale di Jesse Owens, Harold Davis e Lloyd LaBeach eguagliato, sconosciuta l’entità del vento), Mel Patton 10”3, Dillard - detto Bones, "Ossa", per un magrezza che non l’ha mai abbandonato - 10”4. Funzionava anche un cronometraggio elettrico sulla cui affidabilità non c’è da giurare. In ogni caso, Ewell 10”35, Patton 10”46, Dillard 10”52. Ed Cornwell finì quarto, 10”4/10”55. Harrison salvò il biglietto per Londra dopo un arrivo “a spalla” o, a fidarsi del congegno, per tre centesimi.

Ignaro, come tutti noi, di quel che riserva il futuro, non sapeva di quel che avrebbe combinato il giorno dopo: il primo ostacolista del mondo, imbattuto in una serie di gare piane e con barriere che tra il ’47 e il ’48 aveva toccato quota 82, si comportò come un cavallo balzano che rifiuta di staccarsi dal suolo: in pieno il primo, il terzo, il quarto. La resa. Fuori Harrison Dillard da Cleveland, Ohio, l’uomo che a Lawrence, Kansas, tre mesi prima, si era lasciato alle spalle le 120 yards con dieci barriere alte una yard e sei pollici in 13”6: il mirabolante 13”7 di Forrest Towns, bello come il grande Gatsby, al Bislett, dopo i Giochi di Belino, pareggiato cinque anni dopo da Fred Wolcott a Filadelfia, era stato migliorato. E Bones, come lo chiamavano tutti, non avrebbe potuto giocare le sue chances, fortemente placcate oro, sul rettilineo di Wembley. Il titolo sarebbe andato a William Porter, 13”9, su Clyde Scott e Craig Dixon, tutti USA ovviamente. Se l’assurdo regolamento odierno fosse stato in vigore, Porter squalificato per falsa partenza e titolo a Scott.

Tre settimane dopo il disastro combinato ai Trials, Dillard andò sui blocchi per la finale dei 100: buona partenza, efficace fase lanciata. Ewell, in rimonta, si convinse di aver vinto. Lloyd LaBeach, panamense con radici gaimaicane, studente a UCLA, anticipò il verdetto dei fotofinish che sarebbe arrivato un paio di minuti dopo: “Barney, ha vinto Bones, non tu”. In effetti, 10”3 Dillard, 10”4 Ewell, LaBeach e lo scozzese McCorquodale.

Dillard era un veterano e ne andava fiero: a vent’anni era stato arruolato nel 92° Fanteria, i "Buffalo Soldiers" (per la democratica America i neri andavano bene come cucinieri e sguatteri; le unità combattenti erano segregate) e aveva risalito lentamente l’Italia. All’Olimpiade militare venne premiato da George Patton, il temerario e arrogante generale che portava alla cintura la colt con il calcio di madreperla e che fece una fine poco gloriosa, capottando con un jeep.

Bones vinse i “suoi” 110hs quattro anni dopo a Helsinki, faticando non poco con Jack Davis, 13”7 tutti e due. Quota quattro medaglie d’oro – come Owens, che lo aveva ispirato da ragazzino – venne raggiunta con la 4x100 del ’48 e con quella del ’52.

Augusto Frasca lo incontrò nel ’95, ai Mondiali militari, gli donò quattro rose e Bones si commosse. Io non l’ho mai incontrato ma è come se avessi perduto uno dei personaggi della saga più amata.

 

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