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Duribanchi / “Chi cammina a Venezia, diventa Venezia”

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Martedì 19 Novembre 2019


piazza san marco 

Su Venezia l'importante sarà non “spegnere” i riflettori non appena la marea si sarà ritirata, il vento non soffierà più, le notizie finiranno nelle pagine interne dei giornali. Non solo Venezia: l'Italia non ha più bisogno di parole.

Andrea Bosco

Tra le centinaia di articolesse di questi giorni su Venezia e l'acqua alta ho apprezzato il tentativo estetico-filosofico di Alessandro D'Avenia che in qualche modo replica quello precedente (sempre sul Corriere della Sera) di Antonio Scurati. Ha scritto Scurati, lapidando cittadini ed istituzioni, che “l'acqua alta siamo noi”, di fatto rispolverando antichi concetti. D'Avenia è andato oltre scrivendo che “chi cammina a Venezia, diventa Venezia”. Questo nel libro dei sogni, purtroppo: pochi sono come D'Avenia. La maggior parte degli “infradito” che arriva a Venezia, semplicemente, la calpesta.

Non sembri la conosciuta litania sui “foresti” che i veneziani detestano. Quella è storia vecchia. Data da prima che il “ponte” collegasse Venezia con la terraferma consentendo ad automobili e treni di arrivare in città: a Piazzale Roma e alla Stazione di Santa Lucia.

Prima di allora se volevi arrivarci (a Venezia) dovevi imbarcarti. I veneziani non temevano i “foresti”. Venezia era città cosmopolita. Era popolata anche da francesi, inglesi, tedeschi, austriaci, slavi, greci, turchi, nordafricani. Molti piatti della cucina veneziana hanno origini orientali. Molte parole veneziane non sono autoctone.

I veneziani temevano “i mezzi” della terraferma. Perché recitava la vulgata: “A Venexia no' va né bo' (buoi, ndr), né biroci (calessi, ndr). E donca i zentilomeni, no' ga polvere su le scarpe”. Insomma all' epoca a Venezia, anche uno di Parigi, era considerato un “campagnolo”.

L'acqua sta decrescendo. Nessuno può ipotizzare la prossima emergenza. I veneziani si leccano le ferite: i danni sono superiori al miliardo di euro. Ora, tre cose (in una stagione nella quale, da Venezia a Matera, da Firenze alle regioni alpine del Nord, tutti gli irrisolti nodi ambientali stanno venendo al pettine) i veneziani vogliono.

La prima: che il Mose non venga completato entro il 2021. Si può fare prima. E' indispensabile fare prima. Basta investire. Basta frenare i veti incrociati di burocrazia e magistratura. Basta lavorare. In Cina hanno costruito una stazione ferroviaria in una notte. Non siamo cinesi, ma neppure possiamo essere la più oscena versione dei bizantini. Un paese dove a governare sono i giudici, (“supplenti” della politica, della sua debolezza e della sua mala esistenza) è destinato a “morire”.

La seconda: un programma di risanamento serio. Che rispetti i tempi. Sono stati conferiti poteri al sindaco Brugnaro. Che si è dato due settimane per stilare un crono-programma. Bene: che venga rispettato. E se qualcuno sbaglia ne paghi le conseguenze. Fuori i nomi di chi sbaglia, di chi specula, di chi ruba, di chi ritarda o fa ritardare. Fuori anche i nomi degli azzeccagarbugli: sono colpevoli al pari dei ladri.

La terza: che finisca la “passerella” degli “ottimati”. Che a Venezia arrivano a mettere la loro faccetta davanti ad una telecamera, sparando ovvietà.

A Venezia 55 chiese (Basilica di San Marco in primis) hanno subito danni. Personalmente ho provato fastidio per l'incursione del Ministro dei Beni Culturali, rimasto a Venezia il tempo di un caffè e poi volato a Bologna ad arringare tonni e sardine.

Venezia ha ricevuto la solidarietà fattiva dei volontari. Quella dei cittadini di ogni regione che stanno mettendo mano al portafogli: i 20 milioni stanziati dal governo sono briciole rispetto ai danni e a ciò che serve.

Ha ricevuto la solidarietà degli sportivi, dal Treviso basket al Padova, al Feralpisalò. La Nazionale di Mancini è transitata per Venezia. Le parole di Federica Pellegrini sono state determinate, quanto toccanti. Tanti sportivi hanno parlato. Ora l'importante sarà non “spegnere” i riflettori non appena la marea si sarà ritirata, il vento non soffierà più, le notizie finiranno nelle pagine interne dei giornali e poi spariranno. Non solo Venezia: l'Italia non ha più bisogno di parole. Ha bisogno di fatti. Solo di fatti. E' già tardi. Ma almeno “salviamo il salvabile”.

La griglia sportiva ci reca il talentuoso Sinner al numero 78 del mondo del tennis. Bravo e complimenti. Ora l'auspicio è che lo lascino crescere senza pressioni. Si guardi Sinner dai “Danai che portano doni”: sono pericolosi.

Ho visto una combattutissima Milan-Juventus nel calcio femminile. Un pareggio tra le squadre, attualmente regine del campionato. Solo una cosa: il campo copiosamente bersagliato dalla pioggia non era all'altezza né delle contendenti, né dei 3500 spettatori arrivati per applaudirle. Certo la palla rotolava. Ma appunto rotolava: non scorreva. Rinviare la gara sarebbe stato così drammatico?

Il mondo del calcio nostrano, avvitato tra i suoi mille problemi, brilla su gazzette e televisioni per una e una sola questione: si scuserà Ronaldo con i compagni? Neppure Socrate sarebbe in grado di rispondere. Cr7 ha ammesso di non stare benissimo. Ma visto che in due gare in nazionale ha messo 4 pere, immagino che qualsiasi calciatore del mondo vorrebbe stare “male” quanto lui.

Mentre Mancini ha allungato la sua striscia positiva, Boston a Sacramento ha interrotto la sua. A volte si dice “gli dei del basket”. Deve essere vero. E' nella mente il canestro decisivo di Leonard con Toronto, il suo tiro che balla, danza, sguscia e poi si affloscia nella retina. Tiro diverso, ma sensazioni simili per quello di Smart: che balla, danza, sguscia e poi beffardamente esce all'ultimo istante. So esattamente cosa deve aver provato Smart. Una cosa simile a sedici anni l'ho vissuta: ultimo tiro che sembra “andare” e viceversa “esce”. A volte, quell'ultimo tiro ancora lo sogno.

Zero problemi (per ora) viceversa per “paperone” Le Bron. Viaggia nella bambagia ma lascia stupiti per la forma fisica, vista la non più verde età. Una cura del corpo alla Cr7.  

La Reyer continua ad avere problemi. Artigliata da Caia, oggi è più vicina alla zona retrocessione che a quella play off. Parliamo della squadra che pochi mesi fa ha vinto lo scudetto. Sta soffrendo anche Milano che non sembra reggere il doppio impegno in Europa e in Italia. Teodosic e Bologna stanno scappando. E' presto per tirare le somme. Ma sia Venezia che Milano si stanno giocando la posizione in Coppa Italia.

La maglia di Dino Meneghin, la sua 11 verrà ritirata con tutti gli onori nel corso della gara di Eurolega dell'Armani contro il Maccabi. Dino è stato il più grande giocatore italiano, ogni tempo. Grande come giocatore e come dirigente. Ogni appassionato di basket non può che essergli grato per quanto abbia (con la maglia di Varese, quella di Milano e di Trieste, quella della Nazionale) saputo far sognare. Non tirerò fuori l'occasione persa con l'NBA: è conosciuta. Egoisticamente dico: meglio così. Ce lo siamo goduti noi, Dino.

Conservo una foto scattata a Masnago sulla panchina di Varese, prima di una partita. Lui in canotta e capellone, io parimenti con i capelli lunghi e con una barba (come usava) da post sessantottino, calzoni a zampa d'elefante e dolcevita. Facevo il mio lavoro: allora si poteva lasciare il giaccone in tribuna stampa, scendere sul parquet ad intervistare un Meneghin durante il riscaldamento delle squadre. Ditemi che si sta “meglio adesso”: provate a dirmelo, se osate.

Si scherza: per ogni anziano, i “suoi tempi” erano inarrivabili. Il primo flash su Dino, comunque, lo ebbi che ancora abitavo a Venezia. Cera un ragazzino che giocava playmaker negli juniores della Dienai che conoscevo e che aveva affrontato gli juniores (non rammento più in quale competizione) quelli dell'Ignis. Mi disse: “Hanno uno grande e grosso di oltre due metri che non si può marcare. E hanno un playmaker che ha due occhi clandestini dietro alla nuca che mi ha fatto impazzire”. Quello grosso era Dino. Quello con gli “occhi supplementari” era Dodo Rusconi.



 

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