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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Rifugiamoci nei violatori di barriere

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Venerdì 15 Novembre 2019
 
berettini 

Da parte degli addetti ai lavori mediatici tiene banco il sogno. Sogno o son desto, sogno e son pesto, sogno e son mesto, di solito. Per l’interpretazione dei sogni, meglio rivolgersi al professor Freud che non risponde volentieri al telefono.


Giorgio Cimbrico


Non c’è dubbio che ci siano sport che hanno fatto breccia, anche per un certo complesso di inferiorità che l’Italia aveva con il resto del mondo. E’ il caso di ricordare quanti spagnoli hanno vinto tornei del Grande Slam? E’ necessario riesumare i successi di quel buonanima di Severiano Ballesteros? La piccola Italia è sempre ferma a Pietrangeli e a Panatta, e si è narrata e rinarrata, con un rassegnato sorriso, la storia del playoff di Costantino Rocca. Così, quando Francesco Molinari ha messo le mani sulla “caraffa del chiaretto” è sembrato che il golf fosse nato da queste parti e non in Scozia o nei Paesi Bassi che sostengono la paternità del ghelf dopp essersi vista riconoscere l’invenzione dello yacht: la prima imbarcazione da diporto venne inviata in dono a Carlo I, poco prima che il sovrano perdesse la testa. E non in senso allegorico.

In questi giorni siamo alle prese con il Matteo (Berrettini) che ha conteso spazi cartacei e televisivi agli altri due Mattei assai attivi su suolo italiano. Ha la vocazione, come il suo omonimo caravaggesco che può esser ammirato facendo un salto a San Luigi dei Francesi. E il suo ingresso tra gli otto eletti, nelle finali del Masters (rigorosamente Fainals…) è stato salutato come un volo di Astolfo sulla Luna.

Che poi il simpatico e prestante giovanotto avesse le stesse chances di superare il girone che aveva l’Italia ai Mondiali di rugby (Djokovic sta al Sudafrica come Federer alla Nuova Zelanda) non è stato sottolineato con un realismo che confina con la crudezza. Da parte degli addetti ai lavori mediatici tiene banco il sogno. Sogno o son desto, sogno e son pesto, sogno e son mesto, di solito. Per l’interpretazione dei sogni, meglio rivolgersi al professor Freud che non risponde volentieri al telefono, per età non è per niente social, ma riceve su appuntamento.


Senza temere l’accusa di parzialità per lo sport che ha segnato la mia vita e il mio modo di pensare (e che ancora adesso è una delle poche cose che mi diverte, assieme a Simenon, a Mozart e a "A qualcuno piace caldo") e precisando che sono disposto a sfidare a duello, dietro il convento delle Carmelitane scalze, ovviamente, e appena dopo il primo canto del gallo, chi mi muoverà critiche più o meno acrimoniose, voglio ricordare che ai Mondiali di Doha la povera, piccola Italia è tornata con Filippo Tortu settimo nei 100 e Davide Re nono nei 400.

E’ il caso di sottolineare, all’ombra di una testata come questa – lo Sport Olimpico – il significato che assumono questi piazzamenti e le prestazioni che li hanno accompagnati? Per Pippo, la migliore di una stagione interrotta da un infortunio serio, per Davide un tempo da stimare almeno alla pari della sua prima incursione sotto i 45”, al migliaio di metri di altitudine di Le Chaux de Fonds.

Ancora una domanda retorica, che fa sempre il suo bell’effetto. E’ necessario riesumare vecchi canoni secondo i quali 100 e 400 esprimono una forte universalità? Provate a scorrere le liste di tutti i tempi, le finali mondiali e olimpiche per toccare con mano o per riportare in superficie ciò che il tempo ha coperto di polvere, che la mente sempre più vacillante ha ornato di ragnatele. Un caleidoscopio di volti, di razze, di continenti.

Nel mio microscopico, mi accingo a stendere il ranking per l’Annuario FIDAL che vedrà la luce tra qualche tempo. Siamo in un’età di anticipazioni e posso confidare, senza che sveli un segreto dei templari, che sul trono andrà Re (battuta mediocre …) e un basso scalino sotto finirà Tortu, in un avvicendamento tra violatori di barriere. Pardon, di muri, parola che di questi tempi abbiamo sentito parecchio.

PS - Sempre in vena di confidenze: il mio Oscar (di alluminio leggero) va a Eliud Kipchoge che ha corso la maratona in meno di dure ore. L’ha fatto o no? Aspetto smentite.


 

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