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Fatti&Misfatti / Benvenuti nel paradiso delle bugie

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Venerdì 15 Novembre 2019


meneghin


“Ci saranno tutti per il ritiro della maglia numero 11, quella di Meneghin Dino, l’uomo per tante bellissime stagioni del nostro basket, da giocatore, da chioccia per Azzurra, da presidente federale che non ce la faceva a trattare con tutte le facce di bronzo del piccolo reame”.

Oscar Eleni

Dalla via lattea vista sotto il cielo cinese di Anhui dove le bugie, le più sfrontate, fanno ridere angeli e diavoli come negli ospedali dove manca sempre qualcosa per “merito” dei super laureati che tagliano teste, posti di lavoro, mettono gente sulla strada dimostrando che avere la lode in ateneo non vuol dire niente se poi escono mostri come quella tipa che faceva riunioni con poche sedie e poi diceva: accomodatevi. Sogghignando, davanti ai chi restava in piedi, diceva, lapidaria, vedete che siamo in troppi, lei che ha “resistito” ai sindacati (magari questi in cachemire), che protetta dalla polizia presidiava i posti perduti per guadagnare un dollaro in più.

In questo mondo di ladri dove danno dell’eretico al Papa che ama davvero la gente perché Francesco non risparmia certo chi urla al mondo sono cristiano, sono credente, porto il crocifisso, sono persino un genitore, certo diverso da quelli dei bambini senza mensa per povertà. Rubano al Mose dal 1985, scoprono adesso che il padre di James Bond era sadomaso, si urla al teppismo se ti gridano che il bandito sei tu, tanto la verità è nascosta nelle paludi televisive. Con stupore ci dicono prima che un padrone di farmacie è più ricco di Armani, con candore ci fanno sapere che Berlusca è il più ricco d’Italia. Sai la novità, così come non siamo stupiti che sia lui a dare 48 milioni al fisco che poi li rigira a quella tipa eletta e appena svergognata. Un po’ come i sequestri e gli arresti nella malavita. Tagli una testa, ne crescono cento.

Un bel giro fra le nefandezze e i dolori per chi sogghigna vedendo Venezia allagata, rassegnati a lasciare un mondo peggiore a chi viene dopo. Nella via dolorosa, mentre Mattarella elogia il movimento paralimpico di Pancalli, nei giorni in cui vinciamo medaglie con questi veri eroi dell’esistenza non fortunata, ci tocca stare alla finestra mentre il basket scopre che la sua nazionale femminile, anche portata via a Crespi, ormai re di Svezia più di quello che annuncia il ritorno della casa reale (chi?) in Italia, non ce la fa contro le Ceche. Logico e non è colpa di Capobianco, come non le era di Paperoga se siamo con poco da spendere fra giocatrici che palleggiano troppo e tirano pure male, unite solo portando lo striscione per Venezia. Il basket impoverito che guarda con invidia gli inserti pagati in Gazza: quello dei cestisti è brodaglia, quello del volley è creatività. Certo loro il progetto giovani di Velasco lo hanno appoggiato in pieno, noi con Tanjevic ci siamo inventati di tutto pur di farlo allontanare mentre i “bravi” del sistema ballavano sulle ceneri di roghi annunciati.

In questo clima ci ha fatto malissimo vedere il finale dell’Armani in Eurolega a Khimki e non veniteci a dire che ci stava perché la squadra di Kurtinaitis ha un budget più alto di quella del re Giorgio.

Ci erano piaciuti i primi 23 minuti di Mosca, anche se le debolezze si intuivano. Poi il buio. Messina, che non ha mai cercato scuse, pensa di poter rimediare. Se lo augurano quelli che andranno a vedere Milano al Forum nella doppia della settimana prossima: martedì col Maccabi, poi giovedì l’Efes di viperino Ataman. Certo martedì ci saranno tutti, nello spirito anche noi zoppi, per il ritiro della maglia numero 11, quella di Meneghin Dino, l’uomo per tante bellissime stagioni del nostro basket, da giocatore, da chioccia per l’Azzurra splendida da Parigi in poi, il presidente federale che dopo un po’ non ce la faceva a trattare con tutte le facce di bronzo del piccolo reame, quello che si vanta di essere un altro sport e ha una serie A confinata in cinque regioni.

Il Maccabi è stato amore e odio, vittorie come quella di Losanna, sconfitte come quella di Belgrado. Per capire la squadra dove giocò il nostro più grande basta leggere i messaggi degli ex compagni, da McAdoo felice di lasciargli la numero 11 che era la sua corazza. Fanno squadra ancora oggi, così come a Varese, cosa non compresa dai bauscia che non potendo prendere a calci la storia hanno tirato sassate sul sentiero dove camminava chi li avrebbe aiutati a capire e a non sperperare un patrimonio.

Questo, fortunatamente, Messina non lo sta facendo e con Dell’Orco prova a ricostruire quello che deve essere protetto: la storia di un club. Glielo diceva Porelli alla Virtus. Glielo cantava il Bertocchi che lunedì scorso ha accompagnato nell’ultimo viaggio. Lui ci crede, così come in tanti credono che ce la farà a portare Milano più in alto in Eurolega e a competere per scudetto più coppa Italia. Resta il lato oscuro che ancora oggi, infortuni a parte, cosa che rovinò anche il viaggio nell’ego di Pianigiani, non crediamo che Mack e White possano dare più di questo e che non esista una pozione magica per far dimenticare gli anni di Scola, Rodriguez e dei veterani di questa Armani. Credevamo nel suo lavoro anche quando ci cacciava dal palazzo di Modena, gli crediamo anche adesso, ma se sono avanzati dei talleri li spenda per rimodellare una squadra che sa soffrire, ma fa anche soffrire come nei 13’ finali di Mosca.

 

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