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I sentieri di Cimbricus / Erasmus o l'elogio della normalita'

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Mercoledì 13 Novembre 2019


erasmus


"Mentre ci avviavamo alla finale, a chi temeva la pressione ho risposto che l'incertezza è non avere un lavoro, che il dramma è sapere che un amico è stato ammazzato: il rugby non può provocare timore o paura".


Giorgio Cimbrico

Non ho il pennello di Hans Holbein e la penna, com’è noto, serve ormai per prendere qualche appunto, più o meno frettoloso. Provo lo stesso, orza di polpastrelli, a offrire un ritratto di Erasmus da Despatch, provincia orientale del Capo, l’uomo che ha ridato vigore, forza, fiducia, futuro al rugby sudafricano, scrivendo un elogio della normalità, non della follia. Danie Craven ha avuto il suo monumento: l’uomo che nel rugby sudafricano interpretò ogni parte, sul palcoscenico e in regia, indossa un pastrano ed è accompagnato dall’amato cagnolino.


E’ scontato che a tempo debito un onore del genere toccherà a Johan “Rassie” Erasmus non perché abbia vinto la Coppa del Mondo (due suoi predecessori avevano centrato lo stesso obiettivo) battendo l’Inghilterra favorita, ma per ragioni che verranno scritte sul basamento: ha salvato il rugby sudafricano da una caduta in vite, ne ha preservato un’ortodossia che ne è anche anima, ha saputo rispettare nuove realtà sociali traendo il meglio dal nuovo paese nato nella visione di Nelson Mandela, da un quarto di secolo, impegnato a percorrere un lungo e travagliato viaggio verso la normalità.


Erasmus non è un demagogo: se ha affidato il ruolo di primo capitano nero a Siya Kolisi è perché ha capito che c’era della stoffa. Meglio, c’era della fibra. Era tutto già noto ed è diventato chiaro quando Siya ha parlato appena la partita era finita e sullo sfondo si aggiravano sconsolati inglesi. “Nell’intervallo Rassie ha detto che dovevamo farlo per il Paese”. E loro l’hanno fatto e le altre parole di Kolisi hanno lasciato il segno e hanno commosso:”Il Sudafrica ha molti problemi: questo giorno è per chi abita nelle zone rurali, per chi è in difficoltà, per i senzatetto”. E intanto Eben Etzebeth, il prototipo del boero, stampava un bacio sulla testa di Mbonambi. Nel vecchio Sudafrica sarebbe stato più facile vedere un asino volare.

“Mi domandavano quanta pressione avvertissi, quanta ne gravasse addosso ai giocatori mentre ci avviavamo verso la finale. E io ho risposto che l’incertezza è non avere un lavoro, che il dramma è sapere che un amico è stato ammazzato. Il rugby non può provocare pressione, paura”, raccontava Rassie che porta occhialini da professore di letteratura, ha modi pacati e solo una piccola scaramanzia: in caso di vittoria, la camicia (bianca) verrà indossata anche per il match successivo. A Yokohama è andata così, con quella del Galles piegato una settimana prima ai meno 4’: può essere uno spunto per chi sarà chiamato a realizzare la statua. Rassie, l’uomo con la camicia.

Non è importante, oggi, stendere la sua vita, mettere in prosa le sue cifre, le sue percentuali. Forse è il caso di fare un’eccezione per quella catena di felicità lunga 17 successi (Rassie era uno dei punti fermi: ne gioca 15) che venne saldata da Nick Mallett: in quella parentesi qualcosa ha imparato da quel maestro di pragmatismo dalle mani extralarge che qualcuno in Italia ancora rimpiange.

Tra il senso del precipizio e l’alba in inglese c’è solo una vocale di differenza: down e dawn. Il 2015 non era stato down, anche se era arrivato il disastro di Brighton, più ricordato che il terzo posto finale. Allister Coetzee diventa CT degli Springboks nella primavera del 2016: se, come diceva un grande poeta, aprile è il mese più crudele, il fato e i fatti non concedono tregua al primo capo-allenatore più o meno nero: nel vecchio Sudafrica l’etichetta per chi aveva sangue di diverse etnie era “colored”. A seguire, ventuno mesi controversi, fallimentari: nel tour autunnale del 2016, sconfitte, un pareggio senza significato con i Barbarians, la caduta di Firenze con l’Italia. Protagonisti, tra gli altri, dieci di quelli che oggi sono campioni del mondo. Nel 2017, l’agonia è straziante come quella dell’antilope raggiunta da un proiettile di grosso calibro che si trascina nel veld: 57-0 in Nuova Zelanda, 15-57 a Durban.

Il 1° gennaio 2018 Erasmus, dopo aver lasciato l’irlandese Limerick e la Red Army del Munster, prende le briglie. Vince la serie con l’Inghilterra, cancella i disastri con gli All Blacks (vince a Wellington e perde nelle briciole finali a Pretoria, in entrambi i casi con margini stretti, due punti), riproponendo equilibrio nella vecchia, spietata rivalità; mischia il vecchio con il nuovo, non alza la saracinesca davanti a chi gioca all’estero, accetta, senza farsi schiacciare, i lineamenti governativi delle quote nere, riporta in patria il titolo, anche se in formato ridotto, del Championship strappando il pareggio con la Nuova Zelanda.

Si altera quando, nella partita d’esordio in Giappone, i suoi perdono per tre minuti le coordinate e prendono due mete decisive dai Neri. Sa di aver costruito un meccanismo semplice e solido e condenserà tutto in una frase che può apparire banale e non lo è: “Hanna vinto, non pensavo avrebbero perso”. Per gli amanti della storia, era il 2 novembre: 120 anni prima gli uomini del generale Joubert costrinsero alla rotta le truppe di White e le assediarono a Ladysmith, Natal.


Viste come sono andate le cose, Erasmus ora ha il compito di reinstaurare la Springbok. C’era, sì, ma molto piccola, quasi invisibile, sulla manica Protea e gazzella: possono convivere: la Springbok mangia erba tenera, non quei petali duri.

 


 

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