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I sentieri di Cimbricus / Dalla parte bassa della clessidra

Mercoledì 30 Ottobre 2019

 

rugby-yokohama

 

Ancora una volta Inghilterra-Sudafrica, prossimamente sugli schermi di 30 milioni di inglesi e di altrettanti sudafricani, assegnerà la Coppa: a pub aperti, alla Brexit non penserà nessuno. L’ora più bella sarà scandita a Yokohama.

Giorgio Cimbrico

Inghilterra e San Giorgio per i fortunati molti che sabato saranno riusciti a raggiungere Yokohama per Inghilterra-Sudafrica, finale della Coppa del Mondo di rugby. I precedenti storici – e bellici – non sono favorevoli a chi parte da favorito: il 2 novembre di 120 anni fa i britannici subirono una disastrosa sconfitta e furono costretti a rifugiarsi a Ladysmith, Natal, dove vennero assediati dagli uomini del generale Joubert. Poco più di un mese dopo, il tentativo di rompere l'accerchiamento si trasformò nella rotta di Colenso. La guerra anglo-boera ebbe dei vincitori: gli editori di Fleet Street.

Le edizioni straordinarie si inseguivano come le onde del destino e l’epopea di Mafeking, circondata e difesa dagli uomini di Baden Powell (che si servì di giovani staffette, i primi boy scouts) minacciò le riserve di carta dei quotidiani, sia gli autorevoli che i popolari.

Come capita quando di mezzo c’è l’Inghilterra, la linea di confine tra sport e storia è sempre incerta, scavalcabile con una certa disinvoltura. Se l’avversaria è l’Irlanda si finirà per parlare di sette secoli sanguinosi, dalla battaglia di Clontarf a quella del fiume Boyne, dalle domeniche di sangue ai troubles degli anni Settanta e all’automartirio di Bobbie Sands; se è la Scozia, non si potrà che riesumare le vittorie e lo squartamento di William Wallace o la disperata carica dei clan a Culloden More, fermati dal fuoco della lunga linea rossa; se è la Francia, il repertorio saltabeccherà da Crecy a Azincouru, campi di battaglia fatali per la cavalleria pesante dei francesi tempestata dalle frecce scagliate dall’arco lungo di inglesi e gallesi, per arrivare a Waterloo e alla giornata che segnò un’inversione a “U” nel gioco mondiale delle supremazie.

Inghilterra-Sudafrica, molto prossimamente sugli schermi televisivi di almeno 30 milioni di inglesi e di altrettanti sudafricani di un’infinità di gradazioni epidermiche, è uno dei tanti rivoli: il grande trek dei boeri, le battaglie senza quartiere con i matabele e i mashona, la scoperta della più grande vena d’oro del mondo, il Rand, e dei diamanti di Kimberley, l’arrivo dei proconsoli inglesi, il sovvertimento di un mondo pastorale ad opera di un sistema capitalistico già avanzato (un esempio era stato fornito trent’anni prima, con la Guerra Civile americana), interpretato in prima persona da Cecil Rhodes, non fecero che condurre a un conflitto logorante che finì per generare il peggio. Gli inglesi domarono i commandos boeri rinchiudendo le famiglie nei campi di concentramento, esponendole a micidiali epidemie e finendo per rendere rigoglioso un seme già presente nella Chiesa Riformata olandese: l’intolleranza avrebbe prodotto il razzismo: il razzismo, l’apartheid.

Il Sudafrica ha attraversato quella che venne etichettata un’arida stagione bianca, dominata dall’elemento boero, ugonotto e tedesco, con la componente britannica impegnata nella battaglia perché alla popolazione di colore venisse concessa se non una parità almeno qualche elementare diritto. Erano gli anni, neppur troppo lontani, in cui la South Africa House affacciata su Trafalgar Square, era costantemente assediata da manipoli di attivisti neri e bianchi. Il Sudafrica, costituitosi in repubblica gli albori degli anni Sessanta, non era un dominion, viveva in un sempre più accentuato isolamento e i tentativi di spezzarlo (soprattutto da parte del rugby neozelandese) erano costati il boicottaggio dei paesi africani ai Giochi di Montreal ’76.

L’alba della libertà coincide con il Mondiale del ’95: Mandela con la maglia numero 6 di Francois Pienaar, la vittoria degli Springboks, l’Inghilterra spianata in semifinale dagli All Blacks di quel buonanima di Jonah Lomu. Il faccia a faccia sarebbe stato rimandato a dodici anni più tardi, alla Coppa del Mondo di Francia 2007, a un’ispida finale con punteggio basso (15-6) risolta ancora ai calci e ancora viva nel ricordo accorato di Mark Cueto, l’ala inglese che, a imitazione dei leggendario Bobbie Deans, continua a ripetere: “Quella meta era buona e avrebbe cambiato il senso del match”.

E ora eccole ancora davanti, le acerrime nemiche di una guerra lontana poco più di un secolo, in un clima di eccitazione che anima più gli inglesi che i sudafricani. “La gente ha bisogno di qualcosa che scaldi gli animi”, dice Eddie Jones, lo stratega che ha portato l’Inghilterra in finale dopo la disastrosa coppa casalinga di quattro anni fa. Jones, tasmaniano e giapponese, è suadente, furbo, bravissimo nel valutare il quadro generale e curare ogni particolare, anche quello che può apparire insignificante. Sono sparite le riserve, sono stati eliminati i panchinari: ora si chiamano “finishers” perché in questo rugby sempre più evoluto, veloce, spesso spietato, si gioca e si vince in 23. L’annichilimento degli All Blacks fa parte di questa filosofia che si sta rivelando vincente.

A Yokohama è arrivato – e sta arrivando – un esercito così numeroso che avrebbe fatto comodo a Enrico V e magari anche a Wellington. C’è lo stesso senso di eccitazione di sedici anni fa, a Sydney, quando in 82.957, molto giallo Australia, molto biancorosso England, attesero che gli ultimi granelli scendessero nella parte bassa della clessidra per veder disegnato nell’aria il drop di Jonny Wilkinson. L’Inghilterra tornava campione del mondo di uno sport a squadre 37 anni dopo i Ramsey’s’Boys del 1966, era la prima e unica europea nel pianeta ovale.

Già raccolto il titolo del cricket, il 2019 ha una buona chance di trasformarsi in un anno mirabile, come il 1588 (Armada dispersa), come il 1815 (vedi Waterloo). Sabato mattina, a pub aperti, alla Brexit non penserà nessuno. L’ora più bella sarà scandita a Yokohama.

 

 

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