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I sentieri di Cimbricus / Solo un gesto per entrare nella storia

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Venerdì 25 Ottobre 2019


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La leggenda di William Webb Ellis: non aveva ancora 17 anni quando "con supremo disprezzo delle regole del football, per primo prese la palla tra le braccia e con essa corse originando il gioco del Rugby".


Giorgio Cimbrico

«Dite che avete vinto»: le parole di Arthur Wellesley suonano fredde, perentorie e il maresciallo William Carr Beresford china la testa. Al comandante in capo delle truppe britanniche nel teatro iberico – colui che più tardi passerà alla storia e alla gloria come il duca di Wellington, indefesso collezionista di successi e di titoli – non si può dar torto: è Nicolas Soult, maresciallo dell’Impero, ad abbandonare per il primo il campo di battaglia, lasciando centinaia dei fanti che qualche ora prima avevano marciato contro la sottile linea rossa inglese. È il maggio 1811, Albuera è un pezzo di Estremadura arida, spezzata dal rio Guadiana: Badajoz non è lontana.

Tra i caduti sparsi su quella terra che il sole forte comincia a battere, un capitano dei Dragoni, James Ellis: la notizia della sua morte impiegherà lunghi giorni per raggiungere il Lancashire, dove Ann Webb vive con i figli Thomas e William. Thomas nasce nel 1803, quando James e Ann vivono in Irlanda, William il 24 novembre 1806 dopo il trasferimento della famiglia a Salford.

Nel suo dolore Ann capisce che la piccola pensione di cui godrà, unita al vitalizio che ha avuto andando sposa all’ufficiale di cavalleria, non saranno sufficienti per permettere ai figli di frequentare una scuola di una certa distinzione, ma esiste una possibilità e lei la sfrutta: nel capoluogo dello Warwickshire, la Rugby School offre frequenza gratuita a chi risiede nel raggio di dieci miglia dalla torre dell’orologio. La scuola è antica, nasce nel 1567 da un progetto di Laurence Sheriff, e diventerà un modello per tutto il paese: studio e sport, quello dei cortili scolastici così amati dal Duca di Ferro. Il più importante e praticato è il cricket; accanto, un gioco sospeso tra la zuffa e l’abilità: il football.

 

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La leggenda di William Webb Ellis nasce sul campo della Rugby School, il Bigside, in una data non conosciuta, di solito indicata nella seconda metà del 1823, forse il 1° novembre. Non ha ancora 17 anni quando "con supremo disprezzo delle regole del football come era giocato a quel tempo, per primo prese la palla tra le braccia e con essa corse originando il gioco di Rugby". La citazione è tratta dalla targa in pietra che sul luogo del fatto viene posta nel 1900 quando i diretti testimoni, a cominciare da Webb Ellis, sono tutti scomparsi.

Storia e indagine cominciano da qui, nel 200° anniversario della nascita dell’uomo che, per ripercorrere un titolo kiplinghiano, volle farsi sport. Ma il vero interrogativo è: si rese conto di averlo inventato? Nessun dubbio che quella coscienza era in James Naismith, l’insegnante che nel 1895, a Springfield, dettò le 13 regole che governano la pallacanestro. Ma il giovane Webb Ellis? Andarlo a visitare non è difficile, ottenere informazioni è meno agevole: dal termine del suo periodo mortale, il 24 gennaio 1872, il reverendo William riposa nel vecchio cimitero di Mentone: chi era debole di petto finiva i suoi giorni in quel sud della Francia frequentato anche dalla Regina Vittoria: una statua della Vedova sorge sulla piazza principale della città a un tiro di sasso dalla frontiera.

La tomba, a lungo abbandonata, è stata riscoperta da Ross McWhirter alla fine degli anni Cinquanta ed è diventata meta dell’omaggio del popolo che ama la palla ovale. Ultimi a visitarla, gli organizzatori del Mondiale di Francia 2007: fiori, parole di rito e, più tardi, dalla stazione, la partenza del treno che ha battuto i dipartimenti francesi in una campagna di promozione dell’evento nel paese dove il rugby è amatissimo (nei Pirenei, nella zona atlantica e a Parigi) e ignorato da normanni, bretoni e abitanti del Pas de Calais.

La realtà è che, a parte il piacere commosso della visita, William non può essere di alcun aiuto. Al massimo, il suo doppio cognome – segno distintivo dell’appartenenza a una certa classe sociale – e l’alfa e l’omega della sua esistenza possono portare alla ricerca e alla stesura di una breve biografia, al racconto di una vita mai agitata da fatti rilevanti: dopo Rugby, gli studi a Oxford, l’ingresso nei ruoli della Chiesa d’Inghilterra, la nomina a cappellano a Londra, nella chiesa di St George, ad Albemarle Street (stano destino: è proprio un gioielliere di quella via che espone la Calcutta Cup, prima che a Twickenham Inghilterra e Scozia se la disputino), poi rettore a St Clement Danes, sullo Strand. Nella maturità, prossimo ai 50 anni, il trasferimento alla parrocchia di Laver Magdalen, nell’Essex: a quel periodo risale l’unico ritratto conosciuto, pubblicato dall’Illustrated London Post dopo un suo sermone particolarmente vibrante sulla guerra di Crimea: William è un bell’uomo dai capelli scuri, toga nera e fedine bianche.

Sull’episodio che lo ha reso leggendario, non un rigo, non una memoria, non un ricordo. Tutto qua e non è molto per diradare la nebbia, per far luce sull’inventore che, a differenza di W.G. Grace, corpulento padre e codificatore del cricket moderno, non ha lasciato tavole della legge. Solo un gesto.

Un testimone a futura memoria può essere Thomas Harris, anche lui ecclesiastico e con l’indubbio vantaggio di aver conosciuto William: «Lo ricordo perfettamente. Era un giocatore di cricket di ottimo valore ma era anche considerato uno incline a prendere vantaggi poco corretti (unfair advantages) quando giocava a football». Harris intende dire che William era un modesto giocatore di football e tentava di arrangiarsi alla meno peggio? In realtà William e il suo attimo destabilizzante salgono in superficie cinquant’anni abbondanti dopo, in alcuni articoli scritti per il Meteor da Matthew Holbeche Bloxam, avvocato, uno di quegli eminenti vittoriani che, negli anni dell’espansione imperiale, trascorrono la vita nel borgo d’origine coltivando fatti e tradizioni locali.

La testimonianza di Bloxam: «Un ragazzo di nome Ellis, mentre giocava a football a Bigside, prese la palla tra le braccia. Secondo le regole del tempo, avrebbe dovuto arretrare quanto voleva per calciare, mentre gli avversari dovevano portarsi sul punto dove lui aveva raccolto la palla. Ellis, per la prima volta, disattesa la regola, corse con la palla nel campo opposto». Perché lo fa? Per trarre unfair advantages? Perché il fratello gli ha trasmesso ricordi di un duro gioco irlandese di contatto, il caid? Perché gli viene naturale?

In realtà, il brano di Bloxam è un fascio di luce puntato sul football del primo Ottocento, quel che può esser facilmente etichettato come un genere misto: sufficiente consultare i modi in cui i punti venivano segnati (palla tra i pali a Eton, Cambridge, Shrewsbury e Harrow, sopra la traversa a Rugby, sulla linea a Winchester) per finire dentro una giungla di regole (un mese per leggerle, una vita per non capirle, è il motto) che variavano da un luogo all’altro, da una scuola all’altra. Il risultato era uno sport magmatico in cui era accettato che la palla venisse fermata con le mani, ma solo per ridare subito spazio all’azione (e alle segnature) di piede.

È un fatto, comunque, che, proprio a Rugby, William Gilbert capisca che qualcosa di nuovo sta nascendo e inizi a rivestire in cuoio le vesciche di animali: è il primo atto del monopolio di un marchio. Quello letterario verrà apposto da Phelam Grenville Wodehouse: "So che tutto consiste nel portare la palla attraverso il campo e nel depositarla oltre la linea avversaria. So pure che per intralciare questo programma ogni giocatore può tentare un certo numero di assalti e fare a un suo simile cose che fuori dal campo gli frutterebbero al minimo quaranta giorni di prigione senza la condizionale, con l’aggiunta di una paternale da parte del giudice".

Il cambiamento di codice (correre con la palla in mano) impone realtà nuove che occuperanno quarant’anni di dibattiti e che sfoceranno nel 1863 nella nascita della Football Association e nel 1871 - dopo un estremo tentativo di conciliare le due attività - in quella della Rugby Football Union, pochi mesi prima della morte di un inventore che, solo molto più tardi, verrà onorato. Prima con una targa; poi con una statua nel cortile della Rugby School; dal 1987 con la Coppa del Mondo che porta il suo nome e che rappresenta il momento ecumenico e l’approdo professionistico di uno sport praticato per un secolo abbondante con snobismo, ferocia, generosità.

William riposa sulla collina. Chissà se, come Balilla, si è mai reso conto di quel che combinò quel giorno, nel fango del Bigside.
 

 

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