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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

Direttore: Gianfranco Colasante  -  @ Scrivi al direttore -  - 
Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
“Il più colto uomo di sport”

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Italian Graffiti / Piccola storia di un grande giornale

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Giovedì 24 Ottobre 2019

 digitalizzato_20191024 

La consegna della "Heritage Plaques" della IAAF alla federazione di atletica, in riconoscimento degli 86 anni (ed oltre) di vita del periodico federale, avrebbe meritato qualcosa di piĂą che una breve, e imprecisa, notizia sul sito federale. Proviamo ad integrare, se non altro come omaggio ai 113 anni che la federazione ha compiuto lo scorso lunedì.  

 

Gianfranco Colasante

 
Lo scorso 26 settembre, in apertura dei Mondiali di Doha, la IAAF ha insignito sette periodici di atletica – tutti nati nel secolo scorso – della prestigiosa “World Athletics Heritage Plaques”, un riconoscimento al loro contributo e al loro sostegno alla diffusione della “cultura” in atletica. Questi i titoli prescelti:

• Athletisme (Francia): fondato nel 1921
• Leichtathletik (Gemania): fondato nel 1925
• Atletica (Italia): fondato nel 1933
• Athletics Weekly (Gran Bretagna): fondato nel 1945
• Track & Field News (Stati Uniti): fondato nel 1948
• Rikujyokyogi (Giappone): fondato nel 1951
• Runner’s World (Stati Uniti): fondato nel 1966

Il sito della FIDAL – proprietaria di Atletica – ne ha dato notizia ricordando che il giornale era stato fondato da Bruno Zauli. Notazione inesatta, in quanto la testata ha altri genetliaci, anche se è pur vero che Zauli ne è stato l’anima per almeno un trentennio.

Ma a mio modo di vedere ha perso un’occasione per una rievocazione più ampia che, a ben vedere, potrebbe essere un vanto non tanto per la federazione (anzi, per “la Federazione”, come diceva Giulio Onesti), quanto per l'universo atletico, termini non sempre coincidenti. Così, sperando che nessuno se ne adombri, provo a colmare questa lacuna con alcune note tratte per lo più dal mio libro su “Bruno Zauli, il più colto uomo di sport”. Ecco quanto.

Il primo organo federale per l’atletica, come oggi la conosciamo, apparve a Venezia nel 1907: aveva per titolo “Bollettino ufficiale della Federazione degli Sports Atletici (FISA)”, federazione costituitasi all’Arena di Milano il 21 ottobre dell’anno prima con l’intervento di una sessantina di società podistiche. Aveva periodicità settimanale. In seguito la pubblicazione seguì gli spostamenti della segreteria federale. Nel 1910 si pubblicava a Roma con cadenza quindicinale. Nel 1919 era a Milano e la dirigeva quel grande giornalista che è stato Edgardo Longoni, allora presidente federale e vice-presidente del CONI, nel dopoguerra fondatore dell’ANSA (per chi fosse interessato, di Longoni ho lungamento scritto nel mio libro dedicato a “Miti e Storie del Giornalismo sportivo”).

Tra cambi di direzioni e di sedi, il Bollettino uscì ancora (ogni giovedì in quattro pagine) fino al 1926, con redazione a Bologna (in via Saffi 21) dove aveva sede la FISA presieduta in quegli anni da Alberto Buriani. L’ultimo numero dell’anno – il n. 31 del 9 dicembre 1926 – annunciava il congresso straordinario di Firenze dell’11 e 12 dicembre seguente, lo stesso che provvide a mutare la dizione federale da FISA in FIDAL. Per quanto ne so, quello fu l’ultimo numero del Bollettino (del quale, per inciso, posseggo una raccolta che va dal 1919 allo stesso 1926, dono di un vecchio appassionato genovese).

Questo per le radici. Dopo una lunga interruzione, una nuova testata federale vide la luce il 15 gennaio 1933. Com’era? Dal bollettino si passava ad una rivistina, formato 21x29, sedici pagine al costo di 60 centesimi (6 lire per l’abbonamento annuale). La redazione era presso la sede federale, già dal 1929 trasferita a Roma nei sottoscala dello Stadio del Flaminio, impianto sorto sulle macerie del vecchio Stadium del 1911.

Sulla copertina di quel primo numero una foto del duce alla guida della sua Alfa scoperta – con la quale scorrazzava tra Roma e Ostia – e la dedica: “Atletica Leggera invia anche a nome di tutti gli atleti italiani il suo primo saluto, entusiastico e devoto, al Duce amatissimo, al primo sportivo d’Italia.” E come, diversamente? Il periodico, in parte stampato a due colori, ospitava per lo più comunicati federali e brevi articoli di natura tecnica. Direttore (e fondatore) ne era stato Puccio Pucci con il giornalista Giovanni Buratti direttore responsabile. Buratti, pseudonimo “Gibur”, un fiorentino nato nel 1895, all’epoca redattore del Nuovo Giornale di Firenze, lasciò presto la testata per dedicarsi ai nascenti servizi radiofonici. Non per nulla il giornale veniva stampato a Firenze, presso gli Stabilimenti Grafici Vallecchi. E in questo si avvertiva il peso, soprattutto economico, del marchese Ridolfi, salito alla presidenza federale nel 1930.

La rivista assunse la testata Atletica il 1° gennaio del 1935. Brevemente sospesa all’epoca delle “sanzioni” comminate dalla Società delle Nazioni che limitavano/vietavano l’uso della carta, tornò come bollettino a periodicità settimanale il 10 dicembre 1936 (riprendendo la numerazione, come se nulla fosse accaduto, come Anno IV, n. 15, senza collegamenti col Bollettino ch’era stato per vent’anni la voce federale). Lo firmava ora Zauli, condirettore assieme a Pucci (che poi diventerà segretario e presidente del CONI), quattro o otto pagine di grande formato (32x44), mantenendosi in vita fino al n. 19 del 15 luglio 1943: quell’ultimo numero riportava i risultati degli Assoluti disputati all’Arena di Milano, sotto il rischio dei bombardamenti alleati.

Ma Zauli? Sin dall’ottobre 1938 era stato stipulato un contratto tra “la Federazione Italiana di Atletica Leggera ed il Dott. Bruno Zauli, entrambi residenti in Roma, in merito alla gestione del giornale Atletica.” Da tempo Ridolfi meditava infatti di chiudere il giornale, le cui uscite s’erano fatte problematiche proprio a seguito dell’assenza di Zauli (come medico, era partito volontario per la Spagna dove infuriava la guerra civile), e i cui costi lievitavano oltre misura. Così Zauli, appena tornato in Italia, s’era fatto avanti, offrendo quella che riteneva una soluzione onorevole e salvifica per il giornale. Ma di sua tasca.

Secondo quella scrittura privata, la FIDAL gli cedeva la gestione della testata, – per un periodo di cinque anni, dal 29 ottobre 1938 al 28 ottobre 1943 (i giornali seguivano la datazione dell’anno fascista, che aveva inizio dalla marcia su Roma) –, pur conservando la proprietà letteraria/editoriale. Il “gestore”, cioè Zauli, di contro, si impegnava a pubblicare il giornale, in uscita sempre ogni giovedì, con i comunicati ufficiali, sostenendo le spese di redazione e di stampa e provvedendo a spedirlo agli indirizzi forniti dalla FIDAL, incassando in cambio le somme derivanti dalla vendita in proprio e … dalla pubblicità.

Non si trattava di un grande affare, anche perché Zauli dovette accollarsi i debiti che al momento della stipula ammontavano a ben 17.222,50 lire, somma comprendente i mancati pagamenti ai fornitori, alla tipografia e zincografia, ma anche tre mesi di stipendio non percepiti e quindi ormai persi. C’era però di più, come si leggeva al punto 8) dell’accordo notarile: “Se il bilancio consuntivo annuale della gestione presenta una differenza passiva, i debiti da essa risultante sono a carico del gestore, che ne risponde di fronte alla FIDAL ed ai terzi.” Solo all’inizio del 1940 Atletica ricevette un contributo pubblico – 24.000 lire – erogate da Alessandro Pavolini, appena nominato ministro della Cultura Popolare.

Il primo numero della gestione Zauli uscì il 3 novembre ’38, come n. 1 dell’Anno VII, senza apparenti modifiche rispetto al passato. Continuavano a firmare, assieme, Zauli quale direttore e Pucci come responsabile. In prima pagina un articolo sulla riunione tenuta a Milano il 31 ottobre dalla commissione IAAF della marcia, a firma “Domenico Stilo”, fin troppo trasparente nome-di-penna di Zauli, e l’annuncio dell’imminente campionato femminile di società. Tra i contributori figuravano Giorgio Giubilo e Mario Saini. Per vedere il nome di Zauli sotto un articolo fu necessario attendere il n. 8. Da allora, comunque, per Zauli Atletica rimase sempre più la “cucina” per l’amalgama federale e il pulpito preferito per affrontare i temi più pressanti per la FIDAL, per discutere, commentare, proporre, stimolare. Non di rado, bacchettare.

Finita la guerra, Atletica riprese le pubblicazioni nel gennaio 1946, un foglietto e due facciate nel formato 24x35 per una tiratura di 200 copie (direttore era Alessandro Fraschetti, segretario della federazione cronometristi al cui foglio, Cronos, era abbinato), mantenendo la periodicità mensile fino al dicembre 1949. Poca cosa, ma era una rinascita. Uscito di nuovo come quindicinale a partire dal 5 gennaio 1950 – direttore responsabile Giovanni Guabello, caporedattore Pasquale Stassano –, il giornale tornò settimanale solo dal n. 4 del 9 febbraio 1963 (responsabile sempre Guabello, caporedattore Alfonso Castelli, nella sua lunga vacanza dall’atletica pesante). Di lì a poco, dal n. 29 del 3 agosto 1963, Guabello lasciò la direzione dopo diciassette anni nelle mani del presidente Giosuè Poli che la tenne fino alla morte avvenuta nell’aprile 1969. L’ultimo numero del bollettino Atletica – che nel frattempo aveva prodotto un supplemento per il GGG – apparve come n. 43 del 23 dicembre 1967. Come diceva la testata – come segno di continuità appariva come Anno XXXIII –, era stato in vita per 33 anni.

Cosa era accaduto? Permettete ora qualche ricordo personale. Negli ultimi mesi dell’anno, Pasquale Stassano – da sempre referente per la comunicazione federale – aveva stabilito che il bollettino tornasse a trasformarsi in rivista mensile. Lo seppi in un giorno dell’inverno ’67, quando – giovane dirigente della sezione atletica del CUS Roma, in tale veste estensore del mitico “Comunicato” sociale dattiloscritto, creato ed ereditato da Alfredo Berra – venni avvicinato all’Acqua Acetosa – il nostro “Campo della via Pal” – da Stassano e dal capitano Poli che mi proposero di occuparmi della redazione del futuro giornale (parola grossa: in effetti si trattava solo di una piccola scrivania al terzo piano di viale Tiziano, per di più disponibile saltuariamente e solo a pomeriggio inoltrato e con telefoni a disco bloccati dai lucchetti, ad evitare malumori sindacali, …).

Anche se non ero mai entrato in una tipografia, mi parve scortese rifiutare: anzi, per farlo, chiusi la mia collaborazione con la Gazzetta dello Sport dove, da un paio d’anni, firmavo una rubrichetta settimanale di commenti atletici intitolata (Berra docet) “La settimana di Colasante”. Così, armato di entusiasmo e tanta improntitudine, mi presentai a Vicolo Sciarra, tra Via del Corso e Piazza Colonna, dove aveva sede l’antica tipografia D’Urso, ospitata in cunicoli sotterranei che s’inoltravano sotto i palazzi del centro, opificio da sempre di alcuni quotidiani romani.

Difficile spiegare oggi – a chi è aduso alla rapidità un po’ fredda del digitale – com’era complicato allora mettere in piedi un periodico: tra la rigidità implacabile delle righe di piombo, i titoli composti lentamente a mano, le foto da “tagliare” un po’ alla cieca prima di mandarle alla riproduzione zincografica, operazione che richiedeva, quando andava bene, almeno una settimana. Mi fu di aiuto e conforto un noto giornalista romano, Enzo Balboni, che dal Corriere dello Sport stava passando in RAI, e che Stassano aveva incaricato dell’impaginazione. Mi insegnò molto. Così, dopo qualche settimana di preparazione, a partire dal Marzo 1968, Atletica riapparve nel formato A4, stampata a due colori, 70 pagine, copertina dedicata a Renato Dionisi. I contributi maggiori erano di Gianni Brera e di Ottorino Mancioli, un grande artista ch'era stato atleta e i cui disegni introducevano i paginoni centrali dedicati alla tecnica.

Furono mesi un po’ frenetici e che sfociarono – in quell’anno del Messico – a fine anno nella prima copertina in quadricromia dedicate alle due medaglie di bronzo conquistate da Gentile e da Ottoz, con due fotocolor che ci “regalò” il compianto Aldo Durazzi della mitica agenzia Du-Foto (allora, di soldi, non ce n’erano molti per Atletica e neppure per l’Atletica: direi che si contava molto, se non soprattutto, sul volontariato e sulla buona volontà). In un certo senso quel numero doppio di 96 pagine concluse il mio apprendistato e chiuse la fase scapestrata della mia esistenza. A sfogliarlo si incrociano nomi di grande qualità e spessore, ma che oggi forse, ai più giovani, dicono poco. Alla rinfusa: Gualtiero Zanetti, Antonio Ghirelli, Gianni Romeo, Alfredo Berra, Gianni Melidoni, Luigi Vespignani, Bruno Bonomelli, Renato Morino, Roberto L. Quercetani, Gianni Brera, Giulio Signori, Salvatore Massara, ecc.

Ma tutte le storie hanno un principio e, inevitabilmente, una fine. Sul finire dell’anno seguente ci fu l’ingresso (o il ritorno) in federazione di Primo Nebiolo che comportò un cambiamento presso ché totale, una vera rivoluzione rispetto agli antichi schemi. Che, per quanto mi riguardava, preparò la strada per il mio passaggio al CONI, che si concretizzò – come promesso – con l’elezione di Mario Pescante alla segreteria del Comitato Olimpico. Me ne andai a malincuore, ma Atletica rimase in buone mani: di Sandro Aquari prima, di Carlo Santi, di Ottavio Castellini, di Enrico Jacomini in seguito, eccellenti professionisti che ben più di me hanno contribuito alle fortune e all’autorevolezza della rivista. Almeno fino al termine del 1998, quando la testata venne soppressa. Mi pare che abbia ripreso ad uscire come bimensile nel 2002, trasferendo in seguito i suoi contenuti in edizione digitale e, a quanto mi dicono, oggi anche in una edizione a stampa.

 

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