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I sentieri di Cimbricus / "Coppi ultimo", prova di commozione

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Lunedì 21 Ottobre 2019

 

coppi 2

 

"Marco Pastonesi ha scritto un libro che ripercorre gli ultimi mesi di un quarantenne cui le Parche avevano assegnato poco filo, pronte al taglio, dando la voce a chi gli ha dato un mano e a chi l’ha incrociato anche solo per un attimo fuggente ma senza dimenticarlo."

 

Giorgio Cimbrico

Non so se facciamo recensioni e non so nemmeno se questa sia una recensione o un invito alla lettura o un prova documentaria di una commozione autentica. Il libro è “Coppi ultimo” di Marco Pastonesi, l’editore è 66thand2nd che ha un magnifico catalogo di sport e che ha il mio affetto per aver ristampato, dopo molti anni, “Il Campione, A sporting life" di David Storey. La versione cinematografica, in un bianco e nero degna del Terzo Uomo, aveva protagonista Richard Harris, rugbysta vero, senza bisogno di controfigura.


Pastonesi è amico e un concittadino, ha giocato a rugby (come portava lui il secchio dell’acqua, non lo portava nessuno, scrisse di sé, nel risguardo di qualche copertina) e ha amato e ama il ciclismo, quasi sempre quello visto dalla parte degli ultimi, i Malabrocca poi diventati Lievore, quelli che tiravano l’anima con i denti, i collezionisti di borracce, i disseminati sulla lunga linea rossa del tempo massimo. Pastonesi è il Pelizza da Volpedo del ciclismo.

A un secolo dalla nascita di Fausto, Marco ha scritto un libro ripercorrendo gli ultimi mesi di un quarantenne cui le Parche avevano assegnato poco filo, pronte al taglio, dando la voce a chi gli ha dato un mano, a chi l’ha incrociato anche solo per un attimo fuggente senza dimenticarlo, a chi, quasi sessant’anni dopo il miserere all’ospedale di Tortona, pensa che Coppi sia ancora qui. A metà del libro c’è una foto: Fausto, solo, guarda verso un infinito senza futuro. Pensando, dubitando. Più che un corridore, sembra Camus, sembra Sartre.

Quel che ha messo insieme Pastonesi, con una precisione matematica, con una passione che assume le cadenze dell’onda che spazza i ciottoli e li fa vibrare, è un invito a non smarrire quel che abbiamo vissuto, quel che ci è stato tramandato, spesso con iperboli dettate dal sentimento che un tempo era ricco di umori gentili e generosi, non rinsecchito dall’esattezza a tutti i costi di questo nostro tempo asettico e vuoto.

E così, mi sono trovato anch’io testimone implicato in questa storia se è vero, come dice Churchill, che i primi ricordi, anche se vaghi, sono la costruzione della nostra coscienza. E così ritorno a un inverno del ’56: Coppi, cappotto dagli ampi risvolti e martingala, aveva quel suo sorriso sincero quando con una carezza scompigliò i capelli del bambino che lo fissava dalle parti di salita di San Matteo, distogliendo lo sguardo dai giocattoli esposti in un vetrina che a quel tempo era la sorgente dei desideri.

Glielo aveva indicato il padre, bartaliano: “Guarda, c’è Coppi”. Il padre aveva stretto la mano a Fausto e, dopo, aveva confessato che, volate a parte per via dell’animo sgherro di Gino il pio, Fausto era meglio dappertutto, in salita, a cronometro, quando si trattava di fare passo rotondo, su pista anche, perché aveva gambe lunghe e aveva ampia quella che veniva definita la “cassetta”, il torace carenato, da airone, e la vasta capacità polmonare. Non era ancora il tempo di raffinati studi fisiologici, si andava a palmi, per intuizioni (il cieco Cavanna, tastando, capì tutto), sostenute da successi e da cadute: era frequente vederlo ingessato, con gli occhi socchiusi dal dolore. Ossa sottili, da uccello nobile: gli avvoltoi sono più robusti.

E, qualche anno dopo, molto di quel che era necessario sapere su Coppi era contenuto in un volume che rilegava rotocalchi anni Cinquanta in bianco e nero, sfogliato e risfogliato quando le giornate di agosto erano segnate dai temporali e impedivano passeggiate su colline da pernici non lontane da quella dove Fausto era nato: il calcare perfetto per coltivare la vigna, i rigagnoli dove dar la caccia alle salamandre, l’acacia bassa e spinosa, le robinie, il frullare improvviso di qualche volatile che cercava cibo nel sottobosco.

Tutto sarebbe stato rivissuto anni dopo, alla prima lettura di “Coppi e il diavolo” di Gianni Brera. La collina di Castellania, il bosco basso, i piccoli corsi d’acqua come luogo di un’iniziazione, dello svago. Che Brera fosse stato capace di trasformarle in pagine degne delle “Memorie di un cacciatore” di Turgenev o di un racconto di Maupassant, Ă¨ solo un particolare aggiunto dal tempo trascorso, dai sedimenti accumulati nell’interludio che è la vita.

 

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