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I sentieri di Cimbricus / A che punto e' la notte

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Venerdì 11 Ottobre 2019


1h59


La scelta dell'industria chimica Ineos è caduta su Vienna, sul Prater, proprio dove Graham Greene ambientò il "Terzo Uomo", per fare di Eliud Kipchoge il "primo uomo" capace di correre la Maratona in 1h59'. Ma c'entra qualcosa con l'atletica? 


Giorgio Cimbrico

“A che punto è la notte’ domandava Banquo. “La luna è calata”, gli veniva risposto prima che in scena entrasse Macbeth, già divorato dall’attesa. Anche noi del popolo, spesso contiguo, dell’atletica e del rugby aspettiamo, come dice il Bardo, che la notte combatta con l’alba in un 12 ottobre di scoperta possibile di un nuovo continente: correre una maratona anche in un secondo sotto le due ore, con tutti gli aiuti del caso, “in vitro” viene da dire, magari non è atletica come la intendiamo, ma è una porta che si apre sulle possibilità umane.

E quelle di Eliud Kipchoge sono vaste: abbiamo cominciato a intenderle sedici anni fa ai Mondiali di Parigi, quando, sconosciuto e giovanissimo, vinse i 5000 in fondo a un’interminabile volata, a un progressivo alzarsi del tono e del ritmo, al fianco e davanti a Hicham el Guerrouj e Kenenisa Bekele.

Di quel Kipchoge, oggi, è rimasto solo l’essenziale, poco più di 50 chili prosciugati e una mente sempre nitida che lo ha reso il più grande maratoneta della storia: manca solo il secondo oro olimpico perché il titolo sia assegnato senza possibilità di smentite, di dubbi residui.


Da quando ha abbandonato la pista, una solo sconfitta sul filo delle 2h04’, dietro a un Kipsang da record del mondo. Eliud ha vinto ovunque, quattro volte a Londra, e a Berlino poco più di un anno fa ha donato il record del mondo a 2h01’39”, insidiato pochi giorni fa, stesso luogo, da un risorto Kenenisa Bekele (perché ll titolo mondiale non si assegna su uno di quei percorsi, optando invece per soluzioni mediocri o penalizzanti?). Ora l’attesa è per la sfida tra veterani, aggiungendo Mo Farah, sale, pepe e spezie della maratona olimpica di Tokyo, 56 anni dopo Bikila non più scalzo, ma calzato Puma.

Se due anni fa il tentativo (a Monza, fallito per 26”) era marchiato Nike, ora la titolarità spetta a Ineos, l’industria chimica che ha ha avuto più di un problema con gli ambientalisti e che ha fatto irruzione nello sport rilevando Sky e allineando un altro Tour con Bernal. Si era parlato di Londra, di Battersea Park. La scelta è caduta su Vienna, sul Prater. Graham Greene vi ambientò il Terzo Uomo, l’1h59’ Ineos Challenge sta per ambientarvi il Primo Uomo. Sostenuto da un gruppo di lepri che vengono da Kaptagat e altre che sono state invitate dalla Nike, tante quante può contenere una collina dei conigli, per dare un mano a chi 42 volte dovrà correre in 2’50”, ben protetto dal vento, con scarpe che sono il frutto di una ricerca ossessiva, sostenuto da rifornimenti, costantemente informato sullo sviluppo della corsa.

Ripeto: non è atletica come la intendiamo. E’ più o meno come se Bolt fosse stato convinto a correre in un galleria del vento, con condizioni da 2000 metri di quota e con due metri di vento di coda. 9”30? Chissà. Di sicuro, anche in condizioni ideali, facilitate, una maratona è un’altra cosa. Non so bene come spiegarlo, ma mi sono fatto l’idea che Eliud ce la farà. Mi è anche apparso il tempo: 1h59’53”. Sono “socialmente” assente, oltre che refrattario, e non rischio pernacchie o prese per il culto (sic).


 Attendendo i pareri del gruppo di esperti metereologi ingaggiati, è presumibile che Kipchoge corra intorno alle 7 del mattino, con una temperatura fresca, tendente al freddo: tra i 7° e i 14. Molto più a est, sette furi di differenza, alle 6,45, a Toyota City (in Giappone ci sono città che hanno preso il nome delle grandi corporazioni: come se Alba si chiamasse Ferrero…) l’Italia gioca contro gli All Blcks il quarto match del suo Mondiale sempre uguale: quarti negati e promozione alla prossima edizione. Ovalia, ormai è una certezza, è la più forte delle scarse, è la più scarsa delle forti. Può solo aggrapparsi a un ricordo che con il rugby non c’entra niente, maturato su suolo giapponese, ai Giochi del ‘64. Nessuno fece mai una domanda a Billy Mills, nessuno concesse un’oncia di fiducia al giovanotto nato a Pine Ridge, South Dakota, per metà Sioux. Vinse i 10.000.

 

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