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I sentieri di Cimbricus / Atletica, magazzino dei mondi

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Lunedì 7 Ottobre 2019


khalifa-stadium


Post-Doha: "Il Grande Malato, la nostra atletica, non è guarito, è ancora sotto osservazione: i bip delle macchine alle quali è attaccato sono più regolari, meno preoccupanti". Già qualcosa.


Giorgio Cimbrico

Vorrei dire a Sebastian Coe che non è necessario internazionalizzare l’atletica. E’ già universale e non perchè 43 paesi abbiano conquistato una medaglia e 68 abbiano avuto almeno uno/una tra i primi otto. L’atletica, prima dei giochi di luce, delle telecamere piazzate ovunque – tra poco, micro, anche addosso o in qualche recesso privato degli atleti – è così da sempre, quando la Giamaica era ancora una colonia e stupiva, quando un atleta di Ceylon finiva secondo nei 400hs di Londra ’48, quando un islandese per poco non fregava il divino Ademar e, prima ancora, quando il Sudafrica non ancora in mani rigidamente boere mandò due maratoneti bantu, quando il miglior mezzofondista del Canada era un indiano Onondaga, destinato a coprirsi di gloria correndo tra le trincee delle Fiandre.


L’atletica è un magazzino dei mondi, è una biblioteca di Babele, è un viaggio di Alice nel paese delle meraviglie. C’è sempre un felice, improvviso, imprevisto compleanno, c’è sempre un cappellaio matto: a Doha è stato Anderson Peters. Baltico? No, caribico di Grenada.

Il più alto standard medio nella storia dei campionati, si sono affrettati a comunicare dalla IAAF (pardon, WA) perché oggi, è noto, la comunicazione è tutto, e se è veloce il segno rimane, come una volta gli scripta. Non ne dubito: certe gare sono state grandi e profonde: peso, 400, 1500 e 400hs donne, 10.000. Persino l’alto che tutti pensavano miserello è riuscito ad innalzarsi e a diventare l’apoteosi casalinga di Barshim.

Fuori dal Khalifa, che a furia di regalar biglietti, bene o male nella seconda parte ha offerto un dignitoso colpo d’occhio, situazione diversa e un ritorno al passato, in termini di prestazioni, intuibili alla vigilia e anche più drammatiche alla prova dei fatti. Ma non c’è “skappato” il morto ed è questo che conta. Cosa ci si poteva aspettare dalla Promenade des Qatariens, etichettata Corniche. Mi domando chi ci vada a passeggiare e in quale stagione.

Vorrei dire ad Alfio Giomi che il Grande Malato non è guarito, che è ancora sotto osservazione dopo aver offerto qualche sintomo di miglioramento: i bip delle macchine alle quali è attaccato sono più regolari, meno preoccupanti.

Ma la sensazione con la quale mi sono alzato e che mi ha accompagnato tutto il giorno (sono ormai passate 14 ore) è che comincio a essere troppo vecchio per pensare di vedere un italiano o un’italiana campione del mondo o olimpico. Ne ho visti tanti in tv e dal vero, da quando ho cominciato ad amare, a seguire, a scrivere di questo sport che è un treno di vita.

Avevo 9 anni quando ho visto Berruti, 48 quando ho buttato giù due pezzi di lunghezza analoga aspettando il verdetto Mori, 52 la sera parigina di Gibilisco, 53 quando aprì Brugnetti e chiuse Baldini. Forse è tardi forse sono stanco, forse sono vecchio, forse sono in preda a un attacco di pessimismo della ragione perché l’ottimismo della volontà mi sta abbandonando, lasciandomi solo una scorta di ricordi. Quelli, sinché le salve fatte scagliare dal Gross Admiral von Alzheimer non andranno rovinosamente a segno, non me li può togliere nessuno.

 

PS 1 - Alberto Salazar riparte da Doha senza accredito ma “accreditato” di cinque medaglie, tre d’oro (Hassan, Hassan, Brazier), due d’argento (Klosterhalfen e Kejelcha). Jenny Simpson, veterana USA: “Una nuvola oscura”. Laura Muir: ”Una nuvola” che tanto bianca non deve essere. Hassan: “E' un grande allenatore e con lui sono migliorata lavorando duro. Mai visto o avvertito qualcosa di irregolare. Io sono un’atleta pulita”. Brazier, record americano, 1'42"34: “Lo vedo di rado. Mi allena un suo assistente”. Thomas Bach chiede un’indagine su Salazar e sul suo gruppo e scrive alla WADA.

PS 2 - Le sei migliori sui 1500, sino al fresco 3'51"95 di Sifan Hassan, sono Genzebe Dibaba, allenata da Aden, finito nei guai in Spagna, quattro cinesi allieve di Ma Yuren e del suo sangue di tartaruga e ora l’etiope d’Olanda, seguita dal responsabile del NOP, Nike Oregon Project. E tutti questi son fatti.

 

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