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Piste&Pedane / Personaggi: Pawel, il figlio della liberta'

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Giovedì 3 Ottobre 2019

 

fajdek

 

La storia del re polacco del martello - a Doha salito al quarto titolo mondiale - che a Tokyo dovrà tentare di sfatare la tendenza a "bucare" proprio le gare olimpiche. Come nel 2012 e nel 2016.

 

Daniele Perboni

Ti piace vincere facile? Recita una pubblicità. Probabilmente le teste pensanti che l’hanno ideata si sono ispirati al gigante con gli occhiali, il quattro volte campione mondiale del martello Pawel Fajdek. Trent’anni, 125 chili piantati su un metro e ottantacinque. Due gambe come tronchi che in pedana girano velocissime e dopo le classiche rotazioni “sparano” l’attrezzo di sette chili a oltre 80 metri, con una velocità di uscita abbondantemente superiore ai 100 chilometri orari. È con questa tecnica che il polacco nella finale di Doha si è messo in saccoccia l’ennesimo trionfo iridato con un lancio a 80.50. Unico finalista a oltrepassare la soglia degli 80. (foto iaaf.org).

La serie felice era iniziata a Mosca (2013) con 81.97 (il più giovane martellista della storia a primeggiare in un campionato mondiale), ed è proseguita ininterrotta sino in Qatar – passando per Pechino (80.88) e Londra (79.81). A tutto questo vanno aggiunte le medaglie continentali: secondo a Zurigo ‘14 (82.05) e Berlino ‘18 (78.69), oro ad Amsterdam 2016 (80.93). Giochi Olimpici? Un disastro: tre nulli in qualificazione a Londra 2012, eliminato nelle qualificazioni a Rio 2016 con un misero 72 metri. Dita incrociate, dunque, per Tokyo 2020.

In Polonia si dice che Fajdek è “un figlio della libertà”. È nato, infatti, il 4 giugno 1989, data in cui si sono celebrate le prime elezioni libere in Polonia dopo il crollo dell'impero comunista nell'Europa dell'Est. «Forse la data della mia nascita – riflette – è una sorta di premonizione: non tutto nella mia vita sarà ordinario e mediocre».

Il primo a notare le sue capacità superiori alla media è stata Jola Kumor, insegnante di educazione fisica nel villaggio natale di Fajdek, Żarów. «È cresciuta con mio padre, erano vicini di casa, forse è per questo che mi ha guardato con un po' più di attenzione – confessa – ed ha convinto i miei genitori e il sottoscritto a provare i lanci. All'epoca ero un normale ragazzino di 12 anni che si divertiva a calciare il pallone», ricorda Fajdek.

Da bambino non era affascinato da nessun lanciatore famoso, ma la sua carriera non sarebbe iniziata se non fosse stato per l'influenza di due grandi modelli: Szymon Ziółkowski e Kamila Skolimowska, entrambi campioni olimpici nel martello a Sydney. Nel 2001 hanno visitato il villaggio natale di Fajdek e così Jola Kumor ha deciso di creare un gruppo di ragazzi non particolarmente bravi a correre e saltare. Paweł si è unito alla compagnia e, fin dal primo allenamento, si è accorto che lanciare lo divertiva, decidendo così che nel 2012 sarebbe andato ai Giochi Olimpici.

Per molti anni la prima allenatrice gli è rimasta accanto, anche quando Pawel è entrato nella squadra nazionale polacca, pur cercando altri tecnici più preparati che potessero mettere a frutto il suo talento. Dopo il quarto posto ai Campionati del Mondo junior nel 2008, ha iniziato ad allenarsi a Varsavia con Szymon Ziółkowski. Il sodalizio non ha funzionato, cosi Pawel dopo una sola stagione è tornato da Jola. «Ma Londra (Olimpiadi) si stava avvicinando e noi non avevamo mezzi o conoscenze sufficienti per quel tipo di evento» ammette.

Non restava che provare il centro di allenamento olimpico di Cetniewo, dove la squadra nazionale era seguita da un tecnico straordinario, Czesław Cybulski. Un allenatore che ha contribuito allo sviluppo di moltissimi lanciatori polacchi ma con un carattere piuttosto difficile. Quando si sono incontrati Cybulski si era appena separato da Anita Włodarczyk, campionessa olimpica e primatista mondiale. «Gli abbiamo chiesto aiuto». Così è iniziata una cooperazione a tempo pieno, con Pawel che si è trasferito a Poznań. Collaborazione continuata per sei anni, sino all’indomani della debacle olimpica di Rio, quando ha deciso di ritornare alle origini.

«Coach Cybulski mi ha aiutato molto, con lui sono cresciuto ai massimi livelli, ma per un uomo della sua età – 82 anni – gestire un atleta professionista potrebbe essere troppo gravoso. Così sono tornato dalla mia prima allenatrice, al mio villaggio natale. Ora siamo in grado di mantenere la nostra collaborazione ad un livello molto alto e traggo profitto dal mio conforto mentale. I miei risultati parlano da soli».



 

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