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Piste&Pedane / La squalifica di Salazar e le sue ricadute

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Martedì 1 Ottobre 2019

 
salazar-wiki

L’articolata sentenza dell’USADA apre scenari molto delicati per il presente, con il possibile coinvolgimento di diversi atleti di livello in gara anche a Doha. Ci si chiede: cosa accadrà ora con il team Nike?

Carlo Santi

DOHA – Due casi per l’atletica, due casi che fanno riflettere. Il primo è la squalifica per quattro anni di Alberto Salazar, campione in passato e coach dopo la carriera; il secondo riguarda la questione della femminilità che, per intenderci, ha bandito dai suoi 800 Caster Semenya, e che in questo Mondiale di Doha si sta ripresentando con un’altra atleta, Amina Seyni del Niger. Cominciamo da Salazar con una vicenda che imbarazza la Federazione Internazionale poiché il coach dell’Oregon, che lavora con atleti marcati Nike, segue ad esempio Sifan Hassan, la neo campionessa iridata dei 10 mila metri, oltre a Mo Farah, allo statunitense Galen Rop e alla tedesca Konstanze Klosterhalfen, donna in odore di medaglia nei 1500 metri.

Salazar, che ha vinto tre volte la maratona di New York, dal 1980 al 1982, dopo aver primeggiato in quella di Boston nel 1982 quando dopo il traguardo venne ricoverato per un collasso (gli iniettarono sei litri d’acqua perché completamente disidratato) da molto tempo era sotto indagine per via dei suoi metodi di allenamento e di pratiche ritenute doping anche con somministrazione di sostanze.

Adesso la USADA, l’Agenzia antidoping statunitense – con una sentenza di 140 pagine pubblicata ieri –, lo ha inchiodato e squalificato per quattro anni. Nelle accuse che riguardano Salazar ci sarebbe la somministrazione di testosterone, la manomissione del processo del controllo del doping e anche aver somministrato la L-carnitina, sostanza che trasforma il grasso in energia. (foto Wikipedia.org).

La questione è assai delicata, e riguarda tantissimi atleti di livello che, adesso, in base alle norme non potranno avere nessun contatto con lui. Cosa accadrà, anche con il team della Nike? Come si accerterà realmente che Alberto Salazar non avrà più contatti con i suoi atleti?

Questa atletica a volte diventa poco credibile con troppi fenomeni che fanno di tutto per gettare ombre inquietanti. Come è possibile credere che un atleta possa correre i 1500 metri in 3’28”81, che è il record europeo, i 5000 in 12’53”11, i 10.000 in 26’46”57 (altro primato d’Europa) e la mezza maratona in 59’32” per spingersi a chiudere la maratona in 2h05’11”? Parliamo di Mo Farah, il britannico seguito da Salazar. Francamente ci sembra un po’ esagerato.

Intanto a Doha, ieri sui blocchi di partenza dei 200 metri si è presentata Amina Seyni, 22.enne del Niger. Non certo una bellezza femminile. Sembrava, piuttosto, un ragazzo dalle sue fattezze. E del ragazzo Amina ha mostrato la forza, correndo in maniera esagerata gli ultimi 50 metri nei quali ha rimontato tutte le altre (aveva cominciato a farlo all’uscita della curva) per vincere la sua batteria, la quinta, in 22”58, primato personale (aveva quest’anno 22”89) e qualificandosi per la semifinale. Ha evitato, la Seyni, di iscriversi nei 400 metri dove quest’anno vanta un limite di 49”19 ottenuto in luglio a Losanna e che è il terzo crono al mondo della stagione. Perché? Per via del testosterone che secondo le norme Iaaf impedisce alle ragazze, a chi supera certi limiti, di correre in pista gare dai 400 metri al miglio. I 200 metri sono liberi da questa norma e lei/lui ha preferito questa distanza.

Il caso è aperto, la Iaaf dovrà ora trovare una soluzione per quello che viene definito il terzo sesso. Non è questione di discriminazione nei confronti di nessuna di queste atlete: si deve solo salvaguardare il valore e lo sport delle ragazze.

 

 

 

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