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I sentieri di Cimbricus / Un secolo fa, la carneficina appena finita

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Martedì 27 Agosto 2019

 

old rugby

 

Su quel fronte caddero milioni di uomini per brevi palmi di terreno conquistato: decine erano giocatori internazionali. Il Torneo Imperiale, o King’s Cup, nacque in loro ricordo, in loro onore.

 

Giorgio Cimbrico

Giorgio V, appassionato collezionista di francobolli, in gioventù ufficiale di marina, padre di Edoardo l’Abdicatore e di Alberto (suo successore con il nome di Giorgio VI), nonno di Elisabetta, titolare del più grande Impero che storia abbia registrato (più di Giorgio III, colui che perse le colonie americane; più di Victoria, che si compiaceva di veder molto ‘rosa carico’ sul planisfero), inventò il Mondiale di rugby, quello del campo dell’onore.

Capitò giusto cento anni fa, nel 1919, quando la carneficina era appena finita e l’Europa ospitava quel che rimaneva dei corpi di spedizione che avevano combattuto sul Fronte Occidentale. La Gran Bretagna si era dissanguata sin dall’estate del ’14 (primo carnaio, Loos) e aveva chiesto aiuto ai grandi Dominions, in una fratellanza di sangue già sperimentata, su scala meno ampia, durante la Guerra Anglo-Boera che chiuse il XIX secolo e aprì il XX: canadesi, australiani,  neozelandesi, sudafricani arrivarono e conobbero l’orrore della guerra di trincea.


Chi abbia la ventura di visitare il Museo della Guerra, a Johannesburg, troverà esposta una Springbok impagliata, mascotte di un reggimento del Transvaal, morta di bronchite nel freddo della Fiandra. Su quel fronte caddero milioni di uomini per brevi palmi di terreno conquistato: decine erano giocatori internazionali, alcuni erano capitani come il ricco Poulton Palmer o il macellatore kiwi Dave Gallaher. Il Torneo Imperiale, o King’s Cup, nacque in loro ricordo, in loro onore.    

I neozelandesi avevano un così gran numero di giocatori che il New Zealand Rugby Army Team poteva disporre di una squadra A e di una B e toccava a quest’ultima battere (nel senso di recarsi e di vincere) le contee inglesi, scozzesi, gallesi. Così si spiega il gran numero di match giocati (38, trentatre vinti, due pareggiati, tre persi) su suolo britannico e francese, ai quali ne seguì, sulla strada di casa, una dozzina in Sudafrica: la grande rivalità stava nascendo.

Tra i fanti, i mitraglieri, i pionieri, i genieri di razza bianca o pakea (ma nel’elenco figurano anche un Tepene e un Tairuri di indubitabile radice maori), figurano diciotto giocatori che avevano o avrebbero indossato la maglia nera con la felce d’argento. .

Al richiamo rugbystico del re e imperatore risposero anche le Australian Imperial Forces (che a Bradford ebbero la meglio proprio sui neozelandesi con uno strenuo 6-5), le South African Forces, le Canadian Forces, la squadra della neonata Royal Air Force (Royal Flying Corps sino al 1916) e l’Armata britannica che ricevette il toccante nome di Mother Country.

La partita decisiva si giocò il 16 aprile a Twickenham, tra New Zealand Army e Mother Country: i rustici neozelandesi non facevano differenza tra ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa; i britannici sì, e finirono per schierare un solo soldato semplice, un gallese. Vinsero 9-3 gli uomini degli antipodi e Giorgio V consegnò la Coppa al capitano: era Jim Ryan, del reggimento di fanteria di Otago. Appena tre giorni dopo, sullo stesso prato, i freschi campioni vennero sfidati dall’Armata Francese: dopo un primo tempo equilibrato (3-3) i neozelandesi dilagarono, per chiudere sul 20-3. Un paio di altri confronti, a Tolosa e a Pau, si chiusero con punteggi più stretti. Il minimo che si potesse fare era considerarli campioni del mondo.

Se oggi Giorgio V scendesse sul prato per consegnare la coppa, finirebbe per domandare se quelli sono giocatori o truculenti personaggi nati dalla fervida immaginazione di un giovane scrittore uscito sconvolto dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale: John Ronald Reuel Tolkien, nato a Bloemfontein, Orange, un posto da rugby.

 

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