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I sentieri di Cimbricus / Sport: un corridoio per unire mondi

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Martedì 23 Luglio 2019

 

horton


Lontananze ed assonanze. Qui si tratta dello strano caso del nuotatore Mack Horton che ha rifiutato di salire sul podio e che ne ricorda un altro – Peter Norman – che invece il suo podio lo scalò, pur sapendo che l’avrebbe pagato a caro prezzo.

Giorgio Cimbrico

Sul salire e non salire su un podio, gli australiani sono maestri di coraggio, orgoglio, dignità, capacità di resistere alle critiche, di solito in malafede o all’insegna di quel narcotico che si chiama conformismo. Peter Norman salì, sapendo bene quel che sarebbe successo; Mack Horton non è salito per le ombre che da tempo accompagnano la lunga figura di Sun Yang, dal volto che è un bel cocktail delle varie gradazioni dell’arroganza. È senza dubbio un caso, ma sia Peter che Mack vengono dallo stesso luogo, Melbourne, capitale dello stato di Victoria, città olimpica e molto sportiva: tennis, nuoto, atletica, ippica (Melbourne Cup), rugby league più che union, insomma più XIII che XV, australian rules.

A questo punto, come in tutti i film che si rispettano, facciamo un flash back su fatti noti, ma sempre commoventi, nel senso che smuovono i gangli emotivi di chi ancora ne possiede.

Cinquant’anni dopo, Peter Norman ha avuto la sua statua: bronzo eretta al Lakeside Stadium di Melbourne. Meglio tardi che mai per il generoso aussie che e la sera del 16 ottobre 1968 espresse solidarietà a Tommie Smith e a John Carlos e al ritorno in patria si trovò a dover fronteggiare critiche e accuse, spesso basate su menzogne, preconcetti, intolleranza. Quattro anni dopo, pur avendone il diritto, non venne selezionato per l’Olimpiade di Monaco di Baviera. “Non avrei mai pensato che un bianco potesse correre così veloce”, disse Carlos di Norman.
Veloce e capace di lasciarsi alle spalle proprio John, il dominatore dei Trials numero 2 di Echo Summit, di correre in 20”06, dopo mezzo secolo ancora record australiano e dell’Oceania. Peter corse la seconda metà in 9”4, accusando solo un decimo da Tommie Smith e guadagnandone tre su Carlos che ruppe come un trottatore che aveva smarrito il senso del ritmo. Non aveva mai corso in altitudine ma, contrariamente al suo connazionale e compaesano Ron Clarke, ai 2000 metri abbondanti di quota si trovò benissimo.

Qualche minuto prima di entrare sul prato e di avviarsi verso il podio, né John né Tommie avrebbero pensato di trovare, più che un alleato, un uomo dall’animo generoso e di costruire un’amicizia così profonda in un tempo tanto breve. “Rese più potente la nostra protesta”: il corsivo è di Carlos, che in quel “dopo” memorabile aprì sino in fondo la saracinesca delle parole. Nel sottopassaggio Peter, insegnante e membro dell’Esercito della Salvezza (non un radicale, non un comunista, come sostenne qualcuno) chiese un distintivo dell’Olympic Project of Human Rights a Paul Hoffman, un canottiere (bianco) che glielo spillò sulla tuta. “Sono un sostenitore dei diritti umani e sono contro la politica sull’immigrazione praticata nel mio paese”: quella politica aveva un nome eloquente, White Australia. Peter regalò anche un consiglio spicciolo, legato alla necessità: “Avete solo un paio di guanti? Bene, mettetene uno a testa”. A Tommie toccò il destro, a John il sinistro. La scena era pronta, gli interpreti anche.

Quando, nell’ottobre di 38 anni dopo, Norman morì 64enne per un attacco cardiaco dopo aver passato lunghi periodi di esclusione e di depressione affidandosi alla stampella dell’alcol, Tommie e John, che nel frattempo avevano avuto la loro statua nel campus dell’università di San José, volarono a Melbourne e portarono la bara dell’amico. Quel mostro senza volto che si chiama potere lo aveva perseguitato e solo nel 2012 il Parlamento di Canberra approvò un postumo atto di riabilitazione per chi non aveva nascosto di amare la pace e la fraternità. Mezzo secolo dopo, la federazione australiana e il governo dello stato di Victoria l’hanno onorato con una statua, con un giorno, il 9 ottobre, che porterà il suo nome, e con un premio a sfondo umanitario, andato l’anno scorso a un’associazione impegnata tra chi in Uganda vive tra gli stenti.
Al tempo di Peter in ballo c’erano i diritti civili, l’uguaglianza, la speranza di un mondo migliore e lo sport diventò un corridoio per unire mondi che erano sempre stati tenuti separati, distanti e distinti. Quel repertorio è passato di moda, è finito in solaio, coperto di ragnatele mentre il Grande Ragno ha attirato tutti o quasi tutti nella Ragnatela della rete e dell’istupidimento globale. Basta andare in giro per rendersene drammaticamente conto.

L’occhialuto Mack Horton, oro a Rio nei 400 proprio davanti a Sun, non ha smosso ideali così grandi e lontani. Era un po’ incazzato per esser stato ancora battuto dal cinese, dotato di un passato nebbioso e di un presente temporalesco dopo una visita della WADA durante la quale pare abbia distrutto campioni ematici “Io vicino a quello non vado”, si è detto. E quando ha chiesto solidarietà a Gabriele Detti, non l’ha trovata. Mica tutti nascono a Melbourne.

 

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