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I sentieri di Cimbricus / E se rimandassimo a scuola i giudici?

Domenica 14 Luglio 2019

 

gardiner 


Crisi di identità o mancanza di competenza? Il consiglio che vendo gratis alla quasi trapassata IAAF e alla nascente WA è formare al più presto una categoria professionale nuova da utilizzare per manifestazioni di spicco. Si eviterebbe qualche farsa.

Giorgio Cimbrico


La IAAF fra poco si chiamerà WA, World Athletics perché così è più forte l’odore di brand. Argomenti favoriti: una sempre più forte attività nei social media, il marketing, la street athletic, le gare miste, la campagna per la bontà dell’aria, l’affare Semenya, la progressiva riduzione delle specialità che avranno diritto di cittadinanza nella Diamond League (dopo le corse lunghe, presto toccherà al triplo) e dei tempi dei meeting, come se la minaccia della noia fosse come quella portata della Signora con la falce. Ma nessuno ha pensato di formare un gruppo – pardon, un panel – di giudici professionisti, come in tutti gli sport professionistici.


Lo spunto è lo scempio compiuto nei 400 dell’Herculis: falsa netta dell’americano Montgomery, nessuna segnalazione del controstarter e i tre nelle corsie più esterne – Davide Re, il colombiano nthony Zambrano e Jonathn Jones di Barbados – che corrono sino a quando dal pubblico arriva l’invito a fermarsi. Re, imperiese e quasi un enfant du pay - si blocca attorno ai 150, Zambrano ai 180, Jones arriva sino in fondo e si guarda in giro. Ma è solo il primo atto.

Logica vorrebbe che gli atleti fossero inviati negli spogliatoi e la gara collocata in coda o, come minimo, una mezz’ora dopo. No, si corre subito. Zambrano e Jones “scioperano” e non si presentano ai blocchi. Nel frattempo nessuno ha mostrato a Montgomery il cartellino rosso. Morale: vince l’elegante bahamense Steven Gardiner in 44”51, Re regge Abder Samba sino ai 300, paga i 150 supplementari e chiude in 46”21, sesto. (foto IAAF). Ma diventa quinto dopo che Montgomery viene squalificato a posteriori. C’è una parola per etichettare tutto questo: casino. Qualche testimone sostiene che a contribuire a crearlo sia stata anche la musica fracassona che invadeva il Louis II. Mai che gli altoparlanti offrano un quartetto di Haydn. Per di piĂą, absit iniuria verbis, i giudici sembravano un po’ avanti con l’etĂ .    

Il rugby, poco più di vent’anni fa, è diventato uno sport professionistico e così gli appuntamenti che contano (Coppa del Mondo, 6 Nazioni, The Championship, Superugby, Champions) sono governati da arbitri che quello fanno nella vita: arbitrano. Non sono molti, ma sufficienti. Che poi abbiano un’uniformità di giudizio, è da discutere, ma il rugby è una faccenda piuttosto complessa e non è il caso di entrare nei particolari.

Il consiglio che vendo gratis alla quasi trapassata IAAF e alla nascente WA è formare una commissione – una commissione non si nega a nessuno … – per formare una categoria professionale nuova da utilizzare in un’area di manifestazioni di spicco: campionati che prevedono l’assegnazione di un titolo, Diamond League e “seconda serie” dei meeting internazionali. Non sarebbe male che fossero invitati alla collaborazione ex-atleti che potrebbero fornire consigli e suggerimenti per limitare l’applicazione di regolamenti iniqui. La prima falsa partenza diventata “sudden death”, ovviamente, ma anche altri discutibili interventi che hanno portato a esclusioni: che vantaggio porta, in un 3000 siepi, percorrere un palmo fuori dalla pista?

Ovviamente l’atletica non è il rugby, non è il calcio, non è il tennis dove le decisioni, oltre che al Var o all’Occhio di Falco, sono demandate a un gruppo molto ristretto di arbitri o all’autoritĂ  del giudice di sedia. I giudici sono una piccola legione sparsa per il campo, con compiti diversi. Il primo passo può portare all formazione di una categoria stipendiata di starter e di responsabili di giuria ai quali unire specializzati in corse e concorsi, sino ad avere una solida compagine da utilizzare nelle occasioni importanti. Quelle che non possono trasformarsi in un casino.         

PS. Ormai uno degli stilemi più usati, nel calciomercato e in politica – che sono la stessa cosa, interpretati dalla stessa gente – è “alzare l’asticella”. Sarò all’antica ma a me, fuori di metafora o di allegoria, piace vedere alzare l’asticella, quella vera, come qualche sera fa a Montecarlo quando Piotr Lisek l’ha alzata sino a 6.02 e l’ha pure superata. Credo sia un record del mondo: se è vero quel che dice la scheda del polacco, portare 96 chili oltre il secondo piano è una bella impresa, tempestata di urla alla Tarzan, come quel buonanima di Don Bragg.

 

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