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Universiadi '19 / Lo sport universitario e il suo futuro

Venerdì 12 Luglio 2019

 

napoli-19 

 

L'edizione partenopea può costituire uno spartiacque per la FISU, da tempo impegnata a cercare un nuovo modello di sport universitario che, nel rispetto delle specificità, non entri in collisione con l'attività internazionale di livello assoluto. Possibile?


Alberto Gualtieri

La mattina ci vedevamo al Bar sul Lungomare per passare il tempo della colazione commentando le notizie del giorno. Lui, l’indimenticabile Candido Cannavò, era a venuto a Catania per un paio di eventi e qualche presentazione del Giro d’Italia; io ero lì come organizzatore, designato da Primo Nebiolo, delle Universiadi siciliane del 1997. I commenti avevano quasi sempre una connotazione lievemente disperante. I quotidiani sia audio che cartacei (Internet era agli inizi) con le loro informazioni principalmente focalizzate su disgrazie, incidenti, terremoti e negatività diffuse, davano spunto a riflessioni spesso aspre e talvolta persino amare. E Candido si alzava dalla sua sedia per iniziare la nuova giornata di lavoro sospirando una frase forse non sua, forse non nuova, ma in seguito usata non poco da altri: “Sarebbe bello avere una prima pagina dei giornali piena di tutte buone notizie!”.

Ho ripensato a questo brano delle mie esperienze ed al grande giornalista, uscendo dalla Cerimonia di apertura di Napoli 2019. Mercoledì 3 luglio avevo registrato una buona notizia da riportare sui media. Anzi una bella notizia. La Cerimonia appena conclusa al San Paolo era stata una delle migliori se non la migliore tra tutte quelle (se non ricordo male in numero di 25) a cui avevo assistito.

La sensibilità e l’intelligenza di Napoli e dei napoletani sono riuscite a produrre e a proporre con la Cerimonia una sorta di cammeo da aggiungere agli innumerevoli monili di cui questa città si adorna. Le Cerimonie di apertura di un evento come le Universiadi hanno molte pretese. Cercano di trasmettere storia, cultura e tradizioni del Paese che le ospita. Con il risultato, nella maggior parte dei casi, di essere prolisse fino alla noia.

Qui, a Napoli, la scelta è stata precisa. È la città al centro, la napoletanità, lo spirito “guaglione” dei suoi cittadini ma anche la meraviglia e lo spirito di una città piena di contraddizioni, di negatività talvolta imbroglioncelle ma risplendente di luci, di colori, di vitalità avvolgenti.

Napoli allora, con le sue allegorie, le sue canzoni, le sue melodie. Ed anche con il sapore ed il profumo della sua famosa Pizza che veniva preparata e cotta al momento nell’antistadio da decine di miniforni e distribuita al mondo (è il caso di dirlo) di meravigliati ospiti.

A questi ospiti si sono rivolte le Autorità, con l’onore della presenza del Presidente della Repubblica, con discorsi di prammatica finalmente brevi (bello quello del Presidente della FISU) e scenografie firmate e di gran livello.

Se una pecca va riscontrata è quella di una non perfetta coordinazione nella sfilata delle Delegazioni che ha allungato i tempi totali di permanenza al San Paolo. A cui però ha fatto riscontro positivo il parziale superamento del tanto temuto problema del traffico che in quell’occasione – ma anche nei giorni successivi –è stato risolto con percorsi dedicati e con un rigoroso impiego di forze dell’ordine dispiegate in tutta la città che però non ha potuto impedire ritardi, orari di gare differiti e le usuali proteste.

Parliamo di Napoli ovviamente. La Cerimonia, il villaggio atleti sulle navi, Caravaggio nello splendido Parco di Capodimonte, la Pizza, la copertura mediatica, gli impianti ristrutturati, l’allestimento promozionale hanno fatto di queste Universiadi un evento decisamente godibile. Lo stesso non credo possa essere attribuito alle molteplici situazioni ostative creatisi in periferia: i soliti trasporti non all’altezza, alloggi non graditi da gruppi di atleti, fortunatamente ridotti ed impianti non proprio perfetti.

Rimane il grande quesito dell’interesse per l’uomo della strada ad una manifestazione del genere. Le tribune praticamente vuote durante le competizioni (ad eccezione del Nuoto), un San Paolo quasi deserto per le gare di Atletica, impianti con poche decine di atleti spettatori, per allenamenti ed attività nei Comuni fuori Napoli.

Certo, se si esclude il calcio al globo della torcia per la sua accensione dato da un ben noto Insigne, il livello tecnico delle Universiadi è in grande misura molto ridotto. A parte gli addetti ai lavori e gli appassionati, a quanti volete siano noti i partecipanti alle gare di Atletica? Mentre gli studenti-atleti gareggiavano quasi solitari al San Paolo, due eventi come il Meeting di Lucerna e la tappa della Diamond League di Losanna richiamavano l’attenzione con risultati tecnici di gran qualità con i migliori atleti mondiali di specialità. Nessuno si aspetta di vedere una Fraser-Pryce alle Universiadi (anche se Mennea c’era, …) o un Duplantes o il formidabile Lyles ma dobbiamo renderci conto che le competizioni universitarie di alto livello hanno perso la loro originale funzione. Che era quella di costituire un bacino di attività propedeutica alle così dette schiere di atleti seniores. Sappiamo tutti come siano cambiate le cose. Professionismo, allargamento della base, proliferazione di competizioni internazionali di livello assoluto, modalità di partecipazione ed altri fattori hanno fatto sì che un atleta alla fine della sua carriera universitaria (24 anni) sia considerato ormai stagionato. Va da sé che i migliori impegnati nelle competizioni “top level” siano ben lontani da quelle universitarie.

Deve quindi essere ripensato il ruolo degli Organismi e delle Associazioni nazionali ed internazionali e le attività che gli stessi promuovono ed organizzano. Un’esperienza come quella di Napoli 2019 rimarrà nella memoria dei partecipanti per tutte le cose buone fin qui descritte, ma non certo per il suo valore tecnico e per il calore di tribune piene. Per questo il Presidente FISU Oleg Matytsin, ben coadiuvato dal Segretario Generale Eric Saintrond, si sta muovendo da tempo in una nuova dimensione tentando di avviare un modello di sport universitario planetario che rispetti la specificità dei partecipanti senza tentare di competere o rischiando di invadere le consolidate attività internazionali di livello assoluto. Ovviamente non mutuando altri modelli, del tipo Sport&Salute!

E in Italia? Il CUSI? A Napoli è un illustre sconosciuto anche se il logo CUSI è presente sui “banners” perché da regolamento è l’Associazione dello Sport Universitario Nazionale che, in teoria, ospita. Ma dei Dirigenti che avrebbero dovuto essere l’asse portante della Manifestazione non si nota l’evidenza e il lavoro, a parte il da farsi del Presidente CUSI Lorenzo Lentini nell’organizzare gite gratuite al Presidente FISU come viatico per una sua elezione nel Comitato Esecutivo della Federazione in occasione della prossima Assemblea Generale a Torino!

Quanto poi questo sport universitario (o lo sport in genere?) non sia proprio ben conosciuto, balza agli occhi in modo evidente quando addirittura il cronista del mio quotidiano preferito, in un suo articolo su Napoli 2019, fa assurgere quasi ad eroe il responsabile del Delegation Center “per aver dovuto risolvere i problemi più disparati: da quattro peruviani che non avevano formalizzato l’iscrizione correttamente e sono stati ammessi in extremis, a gruppi come il Senegal risultati più numerosi del previsto”.

Questi sono stati i problemi? Suvvia, non scherziamo! Questi microscopici inconvenienti sono fisiologici in manifestazioni del genere, Olimpiadi comprese! Dove i documenti certificanti il corretto status del partecipante hanno provenienze incerte, i numeri indicati all’origine non corrispondono mai, la domanda di accredito non è mai arrivata, i passaporti sono scritti nella lingua del paese d’origine e non c’è un traduttore ufficiale per quell’idioma e così via. E quando tutto sembra corretto c’è sempre qualcosa che andrebbe approfondita ancora meglio.

Un esempio di scuola: nella Delegazione italiana delle Olimpiadi di Monaco ‘72, figurava iscritto ai 5000 metri (distanza mai corsa, ma con “minimo” fantasioso di 13’50”2 e a cui i tedeschi avevano attribuito il pettorale-gara n. 503) un giovane ed appassionato Dirigente (che diverrà poi una delle colonne portanti dell’Atletica Leggera “vera”, quella di Nebiolo) il quale era ricorso a questo stratagemma (assieme ad altri) per sfuggire alle forche caudine del numero di Dirigenti contingentato in proporzione a quello degli atleti ed ormai esaurito. Il tutto con il CONI che prendeva esempio dalle famose tre scimmiette di Mickey Spillane.

Una nota finale. Le bordate di fischi che hanno accolto il Presidente De Luca all’inaugurazione hanno probabilmente consigliato allo stesso De Luca di farsi vedere in giro il meno possibile. Così la sua assenza è risultata evidente anche quando da protocollo avrebbe richiesto invece una presenza istituzionale. La cosa ha mandato in bestia la FISU che per ripicca ha disertato le Cerimonie ufficiali promosse dalla Regione.

La Terra è rotonda: non si può pretendere che tutti siano quadrati!    

 

 



 

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