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I sentieri di Cimbricus / Breve viaggio nell'ecumenismo dell'atletica

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Venerdì 12 Luglio 2019


rabat 














La timida esplosione sul giro di pista della nigerina Aminatou Seyni, conferma - ove ce ne fosse stato ancora bisogno - la diffusione planetaria dello sport piĂą antico e vitale del mondo. 

 

Giorgio Cimbrico

Una delle poche informazioni che possono essere rintracciate consultando l’annuario internazionale di atletica è che la sigla del Niger è NIG. La Nigeria è NGR. Quelli dei Niger sono nigerini, quelli della Nigeria nigeriani. Per il resto, nient’altro, né l’elenco dei campioni nazionali dell’anno precedente né qualche breve biografia di spicco. Nella prossima edizione Peter Matthews e i suoi collaboratori dovranno dedicare un piccolo spazio a questo paese senza sbocchi al mare dell’ex Africa Occidentale Francese, attraversato dal fiume che gli dà il nome e che, all’inizio del XIX secolo, fu al centro di perigliose e catastrofiche spedizioni, soprattutto britanniche.

Il Niger entra nella sterminata famiglia dell’atletica per merito di Aminatou Moumoun Adamou Seyni, 22 anni, nata a Niamey, la capitale, qualche giorno fa 49"19 a Losanna. “Ho vinto io?”, ha domandato Salwa Naser, mamma nigeriana, papà bahrenino, in pista sotto la bandiera dell’emirato e prima sfidante di Shaunae Miller per i Mondiali di Doha. “Sì, hai vinto, ma di poco”, le hanno risposto. Seyni a due centesimi, in fondo a un rettilineo che l’ha vista divorare, con azione selvaggia, il vantaggio ampio di Salwa, riuscita a rintracciare ancora due zampate per salvare la pelle.

Aminatou è entrata ampiamente tra le prime 20 di sempre, è diventata la seconda africana dopo la nigeriana Falilat Ogunkoya, 49"10 nel ’96 quando portò a casa il bronzo di Atlanta. La biografia è smilza: prima apparizione a Rovereto, meno di due anni fa, 50"59 e record nazionale. Nel 2018 si rivede a Chorzow, Memorial Szewinska, vittoria in 51”11. Quando non è a casa, si allena a Blois, valle della Loira, con Claude Guillaume. Un’altra traccia è un 23"42 sui 200, a  La Roche sur Yon, localitĂ  famosa per aver ospitato il quartier generale di Rommel prima dello sbarco di 75 anni fa-

L’esordio in Diamond League è africano e fresco, a Rabat: vince Naser in 50"13, Seyni è nei pressi, 50"24. E questi pressi saranno anche più stretti a La Pontaise, quando progredisce in una botta di un secondo abbondante. Per il momento è tutto quel che è stato rintracciabile. Non è molto ma è utile a sostenere quel che è storicamente evidente: non c’è nulla di più ecumenico dell’atletica. Anche uno tra i dieci paesi più poveri della terra può ritrovarsi con una campionessa.

Qualche esempio per rinfrescare la memoria: Silvio Cator, haitiano, primo a spingersi oltre i 7.90 (7.93 a Colombes) e sei settimane prima argento olimpico ad Amsterdam '28; Duncan White, Ceylon (quando ancora non si chiamava Sri Lanka), secondo nei 400hs di Londra ’48, quelli di Ottavio Missoni sesto e ultimo; Josy Barthel, suddito pelatino del Granduca del Lussemburgo, oro nei 1500 a Helsinki, la grande occasione mancata da Roger Bannister; Kim Collins, St Kitts&Nevis, campione mondiale dei 100 a Parigi 2003, perfetto per uno nato in un pesino che si chiama Bastille; Amantle Montsho, Botswana, ex-Bechuanaland, campionessa mondiale dei 400 a Daegu 2011 e successivamente pizzicata per doping; Isaac Makwala, anche lui botswaniano, cavallo brado noto per le accoppiate monstre 200-400 a Le Chaux de Fonds e per la qualificazione  a cronometro ai Mondiali di Londra; Brian Wellman, Bermuda, e Jerome Romain Dominica (non Dominicana) che occuparono gli altri due scalini del podio nel giorno di grazia di Jonathan Edwards.

E’ un galleria lunga e commossa, proprio come il viso dei due giornalisti che in quella mattina umida di Atlanta festeggiavano piangendo Jefferson Perez, primo oro dell’Ecuador. Lui, tornato a casa, marciò per 500 chilometri, per creste e forre, sino al santuario della Madonna del Cobra. L’aveva promesso.

 

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