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Osservatorio / Perche' dovrei chiedere scusa a Mascolo

Giovedì 4 Luglio 2019

 

olimpico 


Padri e figli. Un aneddoto, e non solo, che si colloca all’origine del successo del più grande velocista della nostra atletica. Ma anche uno spunto di riflessione sul rapporto che può crearsi quando ad allenare è un genitore.

Luciano Barra

L’ultimo articolo su Filippo Tortu ha riscosso molti consensi ma nello stesso tempo mi ha causato alcuni rimorsi. Cercherò di spiegare il perché, di essere breve ed il meno possibile referenziale. Ai primi di giugno, entrando all’Olimpico per il Golden Gala, ho avuto come spesso accade la possibilità di salutare tutta una serie di ex compagni di viaggio di bellissime avventure atletiche consumate negli ultimi 60 anni. Al momento di prendere il posto assegnatomi dal protocollo, combinato e disposto, dalla Presidenza della Repubblica e dalla FIDAL, ho gioito nel trovarmi vicino a Mauro Nasciuti e Roberto Fabbricini, amici di una vita con cui durante la sera è stato possibile scambiare battute e lazzi.

Pensate che ad un certo punto Fabbricini al culmine del gracchiamento assordante di uno dei buttafuori al microfono, mi ha confessato: “Luciano, credo che dovremmo tornare a prendere possesso del microfono noi due”, ricordandomi anni in cui insieme abbiamo “dominato” le platee atletiche romane e nazionali.

Tutta la sera sono stato sempre rivolto verso il basso in quanto entrando avevo visto dietro di me, in un settore confinante, il prof. Franco Mascolo, elegante e profumato. Ricordandomi di quanto fosse petulante e soprattutto quanto fosse difficile capirlo quando parlava, esprimendosi in barlettano stretto, ho evitato di salutarlo e per tutta la serata mi son ben guardato di girarmi rischiando un incrocio di sguardi.

Poi, verso le 21, guidato dall’esperta mano di DDT, che si faceva accompagnare da due corazzieri in borghese, è arrivato il presidente Mattarella. Bella la scena del presidente che è andato a salutare tutta la prima fila dove erano fra l’altro seduti alcuni campioni olimpici come Gabriella Dorio, Sara Simeoni, Alessandra Sensini e Stefano Baldini. Nello stesso momento il mio occhio sinistro ha colto un movimento brusco alla mia sinistra. Era il Mascolo che spostandosi dalla posizione assegnata cercava di entrare nella Tribuna d’Onore CONI presidiata dagli addetti e, in quel caso, anche dai funzionari del Quirinale, facilmente riconoscibili dall’abbigliamento e dal quel distintivo all’occhiello che si vede anche quando si muove il Presidente degli Stati Uniti.

Si capiva chiaramente che Il Mascolo cercava di entrare nella tribuna Presidenziale e con il suo gesticolare spiegava loro il perché della sua richiesta. Non ho sentito, ma ho intuito che faceva riferimento alla moglie di Mennea e quindi il motivo per cui volesse entrare. Nulla accadde, non so perché i funzionari erano troppoligi o perché non capivano cosa diceva.

Mi ero quasi dimenticato di questo episodio. Ma nella valanga di email e telefonate dopo il mio articolo su Filippo Tortu, l’episodio mi è tornato alla mente. Come non ricordare quell’inverno 1971/72 quando – dopo i Campionati Europei Junior – nacque all’interno della FIDAL il dibattito se il giovane Pietro Menna dovesse lasciare la costola di Mascolo e trasferirsi a Formia sotto le grinfie di Carlo Vittori. Non fu argomento da poco. Se ne trattò in Presidenza Federale e Consiglio Federale. Ricordo Ruggero Alcanterini, dirigente dell’AICS Nazionale difendere i diritti dell’atleta allora tesserato per l’AICS/AVIS Barletta. La storia sarebbe lunga da raccontare, ma alla fine Nebiolo la ebbe vinta e Mennea andò a Formia. Il resto lo sapete.

Oggi quando si parla di Mennea, lo si associa subito alla figura del tecnico federale Carlo Vittori. Pochi ricordano oggi chi è stato Franco Mascolo. Eppure la generosità di Mascolo e la sua volontà di lasciare Mennea a Vittori è stata la chiave di volta del successo agonistico del nostro.

Questo pensavo nel rispondere a telefonate in cui mi si metteva in dubbio che uno come Tortu potesse essere allenato dal padre, suo scopritore. E mi si ricordavano i dolorosi precedenti di Andrew Howe e di Federica Del Buono e delle rispettive madri. A quel punto mi sono nati i rimorsi e un certo senso di gratitudine. Ho pensato che sarei dovuto tornare all’Olimpico. Di sicuro Mascolo, anche se era passato del tempo, era ancora lì a litigare con i funzionari della Presidenza. L’avrei abbracciato e ringraziato per quanto aveva fatto allora, sacrificando il proprio io, a favore del suo pupillo. Poco importa se non avrei capito cosa diceva e cosa mi chiedeva. Era una forca caudina che avrei attraversato molto volentieri.

 

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