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I sentieri di Cimbricus / La tristezza dei contenitori vuoti

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Lunedì 1° Luglio 2019

 

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"Oggi è tutto un gioco, superficiale, effimero, imposto da chi sostiene che i tempi sono cambiati e così è necessario offrire un altro spettacolo, smart, cool o come lo etichettano questi che non si capisce se siano manager o iloti."

 

Giorgio Cimbrico

“Sono qui per divertirmi”, dice oggi l’atleta-tipo decretando la fine del dramma. Proprio ieri la IAAF ha proposto un revival delle grandi pagine del miglio e non uno di quei volti – Bannister, Landy, Walker, El Guerrouj – mostrava la lietezza superficiale e un po’ stordita di questi nostri giorni, sempre più simili a contenitori vuoti, ai “baccelloni” dell’invasione degli ultracorpi. Quei volti erano segnati, straziati, appena illuminati da sorrisi strizzati.

Ricordo altri volti, invecchiati in poche ore di sforzo simile a un’agonia: Coppi sarebbe stato un perfetto modello per Caravaggio, per Zurbaran, e i vincitori di tante Roubaix, con quell’effetto bianco-nero-fango secco sarebbero stati soggetti ideali per Robert Capa.

Rimpianti che galoppano in una “recerche” che riesce  a trovare un varco per inoltrarsi in boccaporti poco illuminati: squadre di rugby che paiono i morituri te salutant, volti di pugili segnati dal neon, ostentate sicurezze, paure mimetizzate. Un palcoscenico dei sentimenti. Nessuno aveva voglia di divertirsi. Erano lì per qualcosa di drammatico, per terribile bellezze, per un gesto che poteva essere assoluto (il pugno finale a Kinshasa, scioglimento non di un tragedia ma di un ciclo intero, con un coro guidato da Miriam Makeba, sacerdotessa e maga), per una tempesta che scuotesse loro e chi era venuto a vedere, soffrire, inveire, perdere la testa in un processo che poteva essere apollineo, volgare, dionisiaco, isterico, liberatorio. Forse Nietzsche c’entra qualcosa. Il campione e il tifoso erano accomunati da qualcosa di selvaggio, da un’aspirazione ancestrale, dalla furia che spesso era anche furia delle parole: Roberto Duran verrebbe censurato.

Oggi è tutto un gioco, superficiale, effimero, imposto a una massa obbediente o creato da chi sostiene che i tempi sono cambiati e così è necessario offrire un altro spettacolo, smart, cool o come lo etichettano questi che non si capisce se siano manager o iloti. Che sia grottesco, senza senso, che sovverta i canoni, che sia di un livello su cui un tempo non ci saremmo soffermati, non importa.

In una riproposizione dei Giochi Infantili di Bruegel (i bambini sono attoniti fantocci, il quadro è di una tristezza desolante), ne inventano ogni giorno: il calcio su gomma altrimenti etichettato a 5, il rugby sulla sabbia, lo snowboard in tutte le salse possibili (non è difficile pensare che a Milano-Cortina 2026 la “tavola” sarà sontuosamente apparecchiata), il surf, l’arrampicata, la breakdance. L’età del dramma ha lascito spazio al tempo del disimpegno, della superficialità, della passione ondivaga o improvvisamente guidata da chi controlla un’esistenza con sempre meno spazi di libertà, di pensiero originale, di passione.

L’altro giorno ho seguito la Dna, che sta per Dynanic New Athletics: c’erano saltatori che si affrontavano uno a 1.90 e l’altro a 2.16, c’erano gironcini da cui scaturivano accoppiamenti, c’era the Hunt (la caccia), ovviamente mista e atto finale desunto dallo sci nordico. Ho notato – e mi pare sia l’unica cosa sensata – che con questa novità il già cospicuo equipaggiamento di cui necessita l’atletica (siepi, dischi, martelli, barriere, gabbie, ecc.) si è arricchito: ora anche i cancelletti di partenza.

 

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