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I sentieri di Cimbricus / Lo scenario non e' poi cosi' male

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Lunedì 24 Giugno 2019

 

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Se si giudica dai particolari, il bilancio dei nove mesi della gestione La Torre porta il segno più, in attesa che la stagione ci avvicini a Doha con qualche carta in più di quanto di poteva ritenere in inverno.

Giorgio Cimbrico

Diversamente da Eleni non sono attestato da qualche parte, magari “sull’atre sponde per varcar di Stige l’onde”, (vedi Orfeo e Euridice, musica di Christoph Willibald Gluck, libretto di Raniero de’ Calzabigi), ma continuo a passare il mio tempo a leggere risultati, un buon metodo per possedere a palmi uno scenario, per confutare la visione delle cassandre, per combattere le approssimazioni. Eh già, in finale ai Mondiali si va con 9”95 (con 9”85 si porta a casa il titolo), con 44”50. Forse questi intenditori non esaminano troppo la situazione o trascurano, ad esempio, che le modalità delle tre semifinali – che a me non piace – offre chance a chi sa piazzare un 10”02, un 44”88 al momento giusto.

Ma questi sono particolari, esempi. Oggi, verso fine giugno, voglio provare a disegnare uno stato delle cose azzurro in ambito europeo. L’aggettivo è “eccellente”, influenzato dalle cinque promozioni ottenute alle staffette mondiali (e non mondiali di staffette) di Yokohama e da tutto quel che è avvenuto a seguire. In quel complesso di 40 e più gare che è l’atletica, l’Italia è davanti a molte tradizionali avversarie, alla Germania (sparita, a parte la lunghista Mihambo e i giavellottisti, peraltro non lunghissimi), alla Francia (Lavillenie comincia a invecchiare, Vicaut e Martinot-Lagarde non sono animali da battaglia Mayer smonta e rimonta il decathlon in una sperimentazione continua), alla Spagna.


La Gran Bretagna ha la banda dei velocisti, una Dina Asher Smith destinata a pensare in grande e la coraggiosa tenacia di Laura Muir che non si rassegna ad ammirare i glutei delle africane, Genzebe Dibaba in paryicolare. La Polonia ha la sua pattuglia di uomini e donne forti, i suoi astisti; la Norvegia un magnifico selvaggio come Karsten Warholm e un ragazzino, Jakob Ingebrigtsen, che deve ancora frequentare lezioni impegnative nel campo dell’interpretazione: le gare non sono, come direbbe von Clausewitz, la riproposizione dell’allenamento con altri mezzi.

E se è per questo, anche la primavera americana dei risultati che fanno drizzare i capelli, va presa con le molle. Mi è capitato di vedere Kenny Bednarek, quello che aveva volato i 200 in 19”49 con un tornado alle spalle e in 19”82 con un metro abbondante in faccia, ciabattare a Rabat oltre i 20”50 e chiudere attorno ai 46” a Ostrava dopo essersi proposto, in 44”82, come uno dei protagonisti del double più arduo. È solo un esempio e tutto potrà diventare più chiaro giusto tra un mese quando a Des Moines, Iowa, i campionati americani serviranno a formare la selezione Usa per Doha e molti dei protagonisti di questi mesi eccitanti spariranno lasciando poche tracce.

Oggi Antonio La Torre, che viaggia molto, pensa e comprende altrettanto, può esser soddisfatto di questi nove mesi di gestazione del suo incarico, e chi l’ha sbeffeggiato, anche volgarmente, dovrebbe far le scuse che ovviamente non sono più di moda in questo mondo senza sentimenti, interessato solo al proprio interesse, spesso meschino.

Cimentandomi in un capoverso piuttosto lungo, l’Italia oggi può contare su Filippo Tortu, ancorato a una continuità attorno ai 10”10 e picchi da raggiungere  nelle settimane che verranno, sull’asse Stanford-Montecarlo; e su un secondo sprinter, Marcell Jacobs, da 10”13; su Davide Re, capolista europeo dei 400 e molto convinto di diventare il primo azzurro a doppiare il promontorio dei 45”; su Gian Marco Tamberi, fantasia e entusiasmo al potere in una stagione che attende un padrone; su Yeman Crippa che ha riproposto dopo un abisso di tempo un prestazione sotto i 13’10”confermando che il trentino d’Etiopia può puntare a Doha a un posto tra i primi otto sui 10.000, tra i primi dieci sui 5000.

Come si scriveva una volta, tutto il resto in pillole e con poco ordine: il record europeo di Eleonora Giorgi che si è convinta a questa traversata del deserto, i formidabili progressi di Massimo Stano, l’ingresso in nuove dimensioni di Luminosa Bogliolo e Hassane Fofana, le forti chance di finale – e non solo – della 4x400 donne, i progressi, ormai stabilizzati, di Daisy Osakue, l’attesa per l’esordio all’aperto di Claudio Stecchi, le ambizioni di Yassine Rachik, trasformato dall’exploit londinese. E per il futuro dietro l’angolo, i voli e gli atterraggi di Larissa Iapichino che all’età di sua madre salta 40 cm più lontano. L’intruglio delle streghe di Macbeth può continuare a sobbollire ma lo scenario non è così male. A che punto è la notte? Gli domandano. “Sta combattendo con il giorno”, risponde. Meno male che c’è sempre Shakespeare a dare una mano.

 

 

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