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Fatti&Misfatti / Attenti alla rabbia e all'idolatria

Sabato 15 Giugno 2019


 basket-poff 2  

“Per tutti gli allenatori viene la fase veleno come diceva Velasco: il momento in cui i tuoi pensano di voler vivere come Steve McQueen e non più ascoltando la madre che ti dice mettiti la maglia della salute.”

Oscar Eleni


Fra i fiori selvatici della Nuova Zelanda maledicendo il giorno in cui ha deciso di rimediare alle notti senza senso, domandandosi perché il basket notturno gli ha creato tante inimicizie nei giornali, promettendo di parlare delle finali scudetto almeno su questi territori che rappresentano almeno libertà. Chi ci capisce qualcosa nella sfida che Venezia ora conduce 2-1 su Sassari? Impazzivano tutti per il Poz e dalle armerie livornesi è arrivato uno come De Raffaele che ci ha dimostrato come si possano salvare stagioni balorde, con giocatori balordi, credendo almeno nella difesa.

Poteva pensarci anche Milano, ma erano troppo impegnati a farci sapere di essere così bravi da non temere nulla, convinti che intorno ci fosse soltanto gente con l’anello al naso. Furenti per la sconfitta, per il benservito, al punto che adesso cercano di insinuare l’idea che Ettore Messina era un tirapiedi di Popovich, uno frustrato dai troppi colloqui andati male con le società di NBA alla ricerca di un nuovo allenatore, come se fosse facile entrare in quelle logge, un po’ come da noi nel calcio, come se Ettorre i suoi 27 titoli li avesse trovati al Monopoli.

Attenti alla rabbia, all’idolatria, e anche se si possono mettere a confronto Messina ed Obradovic cosa diranno adesso che Ataman, dopo aver eliminato il grande padrone delle coppe dall’Eurolega, forse gli porterà via anche il titolo turco. Succede a tutti. Anche ai grandissimi. È accaduto a Messina nella stessa Virtus, con la Nazionale. Pensate all’epilogo della stagione di Allegri con la Juve dopo tanti scudetti conquistati in serie, come se gli avversari fossero altrove, in verità molti impegnati altrove a cercare colpevoli come si fa quando Golia non sonnecchia, come succede se fingi di non sapere che negli spogliatoi vale il concetto dei parenti serpenti. A Roma, Napoli, Firenze, ovunque.

Lo imparammo da ragazzi stando nello spogliatoio del Milan. Quelli che sembravano fratelli sul campo, quando erano dietro il muro, protetto da credenti come un padre che per anni ha sofferto e gioito con i rossoneri da dirigente accompagnatore, insomma prima della doccia, se ne dicevano di tutti i colori, magari per uno scontro involontario su un’uscita del portiere. Manca l’aria e per tutti gli allenatori viene la fase veleno come diceva Velasco: quella che fa crollare tutto e cioè il momento in cui i “tuoi” pensano di voler vivere come Steve McQueen e non più ascoltando la madre che ti dice mettiti la maglia della salute. Ci si consola vedendo facce nuove, ascoltando Caterina Caselli una regina cantante vittoriosa su mali crudeli, creatrice, scopritrice di talenti, saltando le pagine che nascondono il futuro tragico dell’economia con sempre più gente in piazza senza lavoro e finti imprenditori che si lamentano di non trovare personale che accetti stipendi vergognosi per sfruttamento da dieci ore al giorno.

Per fortuna il calcio, che pure si prende mezze pagine per Montero (amavamo quel combattente) alla Sambenedettese come tecnico, ci propone anche Paolo Nicolato, allenatore della under 20 che ha fatto un bel Mondiale. Ha vinto e non si è esaltato, ha perso e non ha preso scuse questo Leonida di Lonigo. Magari il grande calcio riaprisse le porte a chi insegna a giocare e vivere come direbbe ancora l’arzillo avvocato Sergio Campana. Magari lo ascoltassero in questo basket che nel giorno in cui Scariolo ha accarezzato il titolo NBA con Toronto nessuno ha fatto caso al Dies Irae federale contro la Virtus, dimenticandosi i latrati su certe eliminazioni, tipo quella della Milano senza scuse, perché anche con tanti infortunati le grandi, vedi Golden State, super sfortunata davvero, alle finali almeno ci arrivano. A proposito, giudicando i campioni, non rimpiangiamo di aver sempre preferito Durant a molti assi più celebrati. Per giocare da infortunato si è bruciato un tendine d’Achille, perderà un anno, sì, non i soldi, ma una stagione alla sua età può essere la fine.

Lo hanno capito persino gli americani abituati a giudicare spesso solo l’apparenza: tutti in casa Golden indossavano la 35 di Kevin e persino a Toronto, quando qualcuno ha gioito per l’infortunio, si è preso qualche schiaffo. Qui dovrebbero darli a chi usa i fischietti, a chi lancia cose, a chi ulula e dà sempre la colpa agli arbitri. Magari anche a chi si agita se uno come Ricci, il figlio dell’ex giocatore poi diventato anche sindaco di Chieti, lascia Cremona che lo ha lanciato, per andare alla Virtus. Ormai le cose vanno in questa maniera e poi Cremona ha rinunciato alle coppe mentre la Vu Nera, facendo infuriare Petrucci ha ballato su due tavoli, lasciando con 250 euro di penale la FIBA per la seconda coppa Uleb che aprirà le porte alla Champions appena Zanetti avrà costruito il nuovo palazzo che diventerà sospiro amaro per tutti quelli costretti a tornare al Taliercio per gara cinque e, magari, gara sette.

Eh sì chi li capisce questi protagonisti sulla graticola che tirano avanti alla meglio con il pallone saponetta e l’aria irrespirabile, no, tacete voi del vecchio basket che giocavate in posti angusti dove la gente fumava tanto e, se poteva ti faceva sbagliare la rimessa bruciandoti una coscia. Gara uno fu un regalo di Sassari a Venezia. Gara due una resa incondizionata della Reyer che sapeva tanto di benzina mentale finita. Gara tre ci ha detto che se Pozzecco non trova il modo per far giocare insieme i matador dell’Armani allora saranno guai anche se ha rimontato da meno 14, anche se per due volte aveva preso la coda del leone veneziano. Lo toccava e veniva subito morsicato dall’Austin Daye che adesso ricorda bene suo padre Darren nei giorni splendidi e splendenti di Pesaro. Per cambiarlo De Raffaele ha sofferto e rischiato. Certo in finale prendi quello che c’è, ma di sicuro il sistema d’attacco deve essere rivisto perché quella zona match-up di bucciana memoria confonde gli individualisti.

Gara tre l’ha vinta De Raffaele e persa il Poz. Lo sa bene pure lui, anche se si finge incompetente. Forse inesperto davanti agli umori di certi giocatori che si sono sentiti i piedi appiccicati a terra per il troppo miele sparso dopo le due serie micidiali con Brindisi e Milano. Ribaltoni cercasi e non perché i menestrelli del momento urlano ai pochi in ascolto e ai pochissimi nelle edicole, che stiamo vivendo una grandissima finale. Balle. Partite dure, interessanti, dove è facile riconoscere uomini e quaqquaraqua. Finali insomma nel calendario demenziale di una Lega che è sempre soltanto avida e se ne sbatte se i giocatori schiattano, se la combinazione mette contro per la finale gente che deve fare doppia fatica nei viaggi.

Pagelle di gara tre dopo aver affisso al muro una umile protesta per il Dies Irae federale, non riuscendo davvero a capire la rinuncia alla qualificazione europea in Italia, non comprendendo perché ci sia tanta irritazione contro la Virtus che con il signor Segafredo forse potrà davvero infastidire la Milano del grande ex Messina, permaloso il giusto, infastidito il giusto dal becerume sugli spalti dello sport italiano, non certo stupito dalle reazioni dei trombati della nobil casa, perché come dice Bosco di certi arbitri sussiegosi, ricordando un detto veneziano, in questo nuovo basket c’è gente più delicata delle tette di una monaca.


I voti, i voti. Calma.


• SASSARI 5,5 in una sfida dove ha tirato 31 liberi contro 9, certo sistemi di gioco diversi, ma pur sempre enormità e gli arbitri c’entrano poco – Pierre 5, gran lavoro, gran calci al secchio; Spissu 6 soffocato più che soffocante; Smith 4 fantasmino; McGee 4, c’era?; Gentile 6, reattivo e distratto; Thomas 5,5, molto fumo e troppi regali; Polonara 6, dopo tanti errori iniziali; Cooley 5,5, è rimasto nella ragnatela.
• VENEZIA 7 fede e difesa, non è poco – Daye 8, un artista finalmente torero; Haynes 6, troppo presto fuori gioco; Stone 6,5, la pietra su cui costruire sempre; Bramos 6, timido risveglio; Tonut 7,5, finalmente a testa alta; De Nicolao 6,5, furbo e metodico; Vidmar 5, perché le sue mani sono di pietra in ogni senso, ma il cuore è grande; Mazzola 6, fa sempre bene l’apripista; Giuri 6,5 lo chiamo e risponde; Cerella 6, fedele nei secoli; Watt 7 al giocatore, 4 al permaloso con allenatore e arbitri.
• 10 ai credenti che sono andati a vedere la nuova astronave di piazza Stuparich dove un tempo c’era il Palalido: grandi rievocazioni, bella quella del nano schiacciato Dan che fa bene a non considerare l’ultimo Cooley davvero di Evanston, dove è soltanto nato perché c’erano due ospedali.


 

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