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I sentieri di Cimbricus / Elogio (postumo) dei magnifici perdenti

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Mercoledì 12 Giugno 2019

zatopek-mimoun


"Degli sconfitti si parla solo se è consentito ricorrere al meccanismo crudele della beffa, sempre perpetrata a danno delle italiche sponde."


Giorgio Cimbrico

Nell’urlio inarticolato che assorda il nostro tempo, nell’isteria a comando (alla quale è dovuta immediata e totale obbedienza), in quel trionfo delle sensazioni a buon mercato (per la definizione non finirò di ringraziare uno scrittore inglese morto in giovane età, Edward Romilly) che vengono vendute in una sequela di Black Friday senza fine, non figurano, perché non devono figurare, i magnifici perdenti, gli invitti come li chiamava Hemingway.

 

Per chi non lo conoscesse, consiglio – o meglio, ordino - la lettura di uno dei 49 racconti – “L’invitto”, appunto – protagonista un torero che esclude la resa, malgrado essa gli sia appollaiata addosso come uno degli avvoltoi disegnati da Goya nelle impietose incisioni dei Disastri della Guerra.

Degli sconfitti si parla solo se è consentito ricorrere al meccanismo crudele della beffa, sempre perpetrata a danno delle italiche sponde: ultimi episodi, la penalizzazione inflitta a Vettel, il gol annullato all’under 20 di calcio mentre la clessidra stava facendo scivolare gli ultimi granelli nella semifinale contro l’Ucraina.

Quelli della mia generazione, che guardavano e continuano a guardare allo sport come a una commedia umana (magnifica? drammatica? L’aggettivo è a piacere), non come a un mercato delle vacche, a una fiera delle convenienze - sono cresciuti con un altro spirito. Più nobile? Più intriso di retorica? Non lo so. Diverso, senza dubbio.

Per quelli nati nel piombo (nel senso di stampa, non di pallottole) e di bianco e nero, la pagina più bella del rugby è stata la Mala Pasqua del ‘63 quando l’Italia andò a Grenoble contro una Francia feroce e elegante, andò avanti e lì rimase sino a quando Darrouy, che correva come un veltro, segnò la meta del sorpasso: mancava meno di un minuto. Quei XV divenne, in scala 1 a 20 per via del numero, come i 300 delle Termopili e nessuno oggi, incontrando quelli che sono ancora su questa terra, oserebbe dire “Sì, va be’, ma avete perso”.

Come è noto, il rugby è generoso di questi fatti d’arme, epici e commoventi proprio perché confezionati in tempi in cui l’esasperazione dell’esattezza era lontana. Bobby Deans continuò ad affermare che quella meta contro il Galles era buona: se l’arbitro, lo scozzese Dallas, l’avesse accordata, non sarebbe stato necessario attendere sino al 1924 per coniare per gli All Blacks l’aggettiov “Invincibili”. La parola sarebbe stata fusa vent’anni prima. Deans rimane un esempio di coerenza, di lealtà, e la sua pervicacia si trasforma in una prova: the try was good, la meta era buona.

Molti anni fa ho incontrato Alain Mimoun, uno dei più sconfitti della storia: sembrava il mercurio che fugge dal termometro e saltella irraggiungibile. Al suo fianco aveva Eml Zatopek, il suo giustiziere, la sua nemesi, uno dei volti di una delle più belle foto che siano mai state scattate, un lavoretto degno di Robert Capa: la volata dei 5000 di Helsinki è stata appena lanciata, Chris Chataway ha appena conosciuto il sapore della tennisolite vischiosa e Emil, Alain e il tedesco Herbert Schade stanno assumendo fisionomie da morte e trasfigurazione, musica di Richard Strauss. Emil ha estratto i dentii, Alain ha gli occhi ridotti a fessure, Schade è sorpreso di essere agganciato a quel carro.

Sono costretto a continue ritirate nel tempo per trovare quando uno sconfitto veniva onorato, non accantonato in fretta e furia. Nel ’70, poco prima di sottoporci all’esame di maturità, io e i miei amici più cari accogliemmo con una rassegnata tristezza la sconfitta dell’Italia con il Brasile che aveva più bocche da fuoco della Yamato. Eravamo troppo eccitati, ancora, di quel che avevamo vissuto con la battaglia dei giganti ambientata all’Azteca. Riva non era più Achille, ma Ettore, e noi non potevamo smarrire il nostro orgoglio. Non eravamo stati beffati dalla sorte, fregati dall’arbitro, avevamo perso e basta. L’anno prima eravamo andati, tutti assieme, a vedere il Mucchio Selvaggio e avevamo capito quanto può essere grande e umana la sconfitta.

 

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