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I sentieri di Cimbricus / Le date simbolo: il 15 luglio di Rudolf Harbig

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Lunedì 3 Giugno 2019 

harbig

Fu il campione che precedette la bufera e che dalla bufera fu catturato, travolto, spazzato. Nel ’39, nei cinquanta giorni che precedettero l’abbattimento del palo di confine tra il Reich e la Polonia, Rudolf scrisse una saga che assegnò una parte di prim’attore anche a Mario Lanzi, solidissimo e coraggioso talento di Castelletto Ticino.
 


Giorgio Cimbrico


Alcune date ricorrono nel ricordo, nella nostalgia: il 25 maggio 1935 ad Ann Arbor, il giorno dei giorni di Jesse Owens; il 6 maggio 1954 a Iffley Road quando Roger Bannister doppiò a vele spiegate e a fiato mozzo il promontorio dei 4’ nel miglio; il 3 settembre 1960, il capolavoro di Livio Berruti, due record mondiali in un tempo breve. Avvicinandoci all’80° anniversario, non resta che aggiungere all’elenco dei fatti memorabili (il più inflazionato degli aggettivi, “straordinario”, lo lasciamo ai banditori, agli imbonitori) il 15 luglio 1939 all’Arena di Milano. Il Rudolf Harbig Tag, il giorno di Rudolf Harbig che ebbe vita breve, luminosa e drammatica.

Se nell’estate del ’43, in Sicilia, era caduto Luz Long, avversario e amico di Owens, furono i primi giorni di marzo del ’44 e la fornace del fronte orientale a divorare uno dei più grandi e calligrafici atleti della storia, capace di tempi moderni su 400 e 800.

Harbig finì nell’Ucraina occidentale per portare aiuto alle forze tedesche rinchiuse nelle sacche in cui erano finite dall’arrembante e travolgente avanzata del Fronte comandato da Ivan Konev, piĂą tardi uno dei conquistatori di Berlino. Le formidabili spallate dell’Armata Rossa fecero vacillare il Gruppo d’Armate Sud e invano il maresciallo Manstein volò al quartiere generale di Hitler nella Prussia orientale, la Tana del Lupo, per provare a convincerlo a rettificare il fronte del Dniepr, un artifizio dialettico per non parlare di ritirata. Il disastro prospettato divenne realtĂ  in aprile quando i carri armati sovietici iniziarono a dilagare verso la Moldavia e i Carpazi. Harbig era morto il 5 marzo, nei pressi di Kirovograd. Era sassone ed era caporalmaggiore. 

Fu il campione che precedette la bufera e che dalla bufera fu catturato, travolto, spazzato. Nel ’39, nei cinquanta giorni che precedettero l’abbattimento del palo di confine tra il Reich e la Polonia e le bordate della nave scuola Schleswig Holstein sul Westerplatte di Danzica, Rudolf scrisse una saga che assegnò una parte di prim’attore anche a Mario Lanzi, solidissimo e coraggioso talento di Castelletto Ticino, secondo Brera esponente di purissima razza ligure.

Harbig aveva 26 anni, lavorava all’azienda del gas di Dresda (destinata a diventare simbolo delle città martiri sullo stesso piano di Stalingrado, di Hiroshima, di Nagasaki), addetto alla lettura dei contatori e così costretto a lunghi itinerari in bicicletta sugli acciottolati della città che, due secoli prima, i principi elettori (e re di Polonia) avevano trasformato in una Firenze sull’Elba: al Bomber Command di sir Arthur Harris bastò l’ultimo giorno di carnevale del ’45 per spazzarla via.

Se pigiando sui pedali Rudi plasmò i garretti e costruì capacità di resistenza alla fatica, fu sotto la guida di Woldemar Gerchsler, allenatore e studioso di fisiologia, che si trasformò nell’uomo che anticipò un futuro che non avrebbe visto. Grazie a una preparazione invernale sulla neve indurita, nei boschi, e a sedute in pista lungo le quali venne temprata la sua eccezionale tenuta veloce, Harbig dominò la distanza dell’asfissia muscolare – i 400 – e, come un iniziato, varcò la soglia degli 800, mettendosi alla prova su un’accoppiata riservata agli eletti: solo Alberto Juantorena e Marcello Fiasconaro (che compie 70 anni quattro giorni dopo l’impresa dell’Arena, futuro palcoscenico della sua pazza e coraggiosa corsa) possono esser messi al suo fianco nella galleria di chi seppe interpretare il quarto e il mezzo miglio.

Il 15 luglio 1939 l’Arena di Milano ospitava la seconda giornata dell’incontro che cementava (si diceva così…) l’amicizia e l’alleanza tra la Germania nazista e l’Italia fascista e il clou era lo scontro tra i due più forti ottocentisti europei: Harbig, campione europeo un anno prima a Parigi, e Lanzi, argento a Berlino '36. Il via alle 17,30 quando la canicola aveva lievemente allentato la morsa, davanti a 5000 spettatori: Lanzi, coraggioso, a volte scriteriato, lancia la gara su ritmi inammissibili all’epoca: 52”5 alla campana. Harbig non ne è impressionato e va via ai 200 finali guadagnando sull’azzurro un margine impressionante: sul traguardo sarà di una dozzina di metri. I tempi registrati dai cronometristi concordano: per tutti e tre Harbig ha corso in 1’46”6, record del mondo migliorato di quasi due secondi, cancellando un limite, l’1'48”4 di Sydney Wooderson, che un anno prima aveva fatto gridare al miracolo quando il britannico aveva a sua volta demolito l’1’49”7 dell’americano Glenn Cunningham. Lanzi, con 1’49”0, diventa il terzo della storia. Il tempo di Harbig resisterà sedici anni, sino a quando il belga Roger Moens correrà in 1’45”9.

Meno di un mese dopo, quando la Germania ha ormai ammassato le sue truppe sul confine polacco, la sfida si rinnova: è Lanzi a salire in Germania per il meeting internazionale, l’ultimo, al Riederwald Stadion di Francoforte sul Meno. Il confronto è sui 400 e Mario li affronta con il solito coraggio: 11”2 sui primi 100, un irreale 10”5 sui secondi. Una furia. Harbig, capelli biondi ben ravviati all’indietro, solido, un volto molto scolpito, molto tedesco, è dietro, a tre decimi, Ma sulla seconda curva offre la sua attitudine all’implacabilità: agguanta Lanzi, copre l’ultima parte in 12”4 contro i 13”7 dell’azzurro rimasto a secco. E’ 46”0, un altro record del mondo, questa volta invadendo i domini americani e ritoccando di un decimo il tempo di Archie Williams, firmato a Chicago nell’avvicinamento ai giochi berlinesi che Rudi aveva affrontato con poca esperienza, arenandosi in semifinale. E’ uno dei crucci dei biografi del sassone: avesse raccolto anche un oro olimpico, dove potrebbe esser collocato malgrado il così breve tempo che gli fu concesso e in cui, in uno degli ultimi impegni, seppe forzare anche i confini mondiali dei 1000?

Poco più di tre anni dopo, il novembre russo porta la stagione della rasputitza, del fango vischioso che intrappola i veicoli e frena i cavalli per lasciar spazio alla neve, alle temperature in picchiata. Tocca a Gerhard Stock, oro nel giavellotto a Berlino, informare il Comando delle Operazioni della Wehrmacht che i russi stanno iniziando la manovra a tenaglia – Operazione Urano - tra Volga e Don che di lì a poco avrebbe formato la sacca di Stalingrado, il disastro, il giro di boa del conflitto. La notizia viene accolta con un certo scetticismo, frutto di un’apprensione troppo accentuata: possibile che Ivan abbia tutta questa potenza dopo le spaventose batoste dell’estate del ’41? Sperimentare quella forza d’urto toccherà poco più di un anno dopo ai reparti inviati a dar sostegno, senza fortuna, al Gruppo d’Armate Sud.

Dresda lo ricorda con un cenotafio: “Rudolf Harbig 1913-1944. Solo i dimenticati sono morti”. Uno degli stadi della città sull’Elba, lentamente risorta dopo la tempesta di fuoco scatenata dal Bomber Command l’ultima sera di Carnevale del ’45, porta il suo nome.

 

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