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I sentieri di Cimbricus / Il calcio sbranato, e non solo

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Lunedì 27 Maggio 2019

football




















Si annuncia la Champions prossima ventura. La filosofia che la ispira è quella del numero chiuso, regola aurea dello sport professionistico americano, e degli imbonitori che più che lo spettacolo (?) inseguono il profitto a tutti i costi. Che ne sarà del calcio che abbiamo amato?

Giorgio Cimbrico

Boston 2010, XXI Supercoppa, uno di quegli Urania di cui ci siamo riempiti la casa: gli uomimi veloci, il franco tiratore che ha a disposizione tre pallottole, il giavellottista che aspetta al varco chi corre verso il touchdown, il campo di gioco tracciato in tre isolati della città, la palla chiusa dentro una tasca nel giubbotto corazzato, la audience televisiva che sale alle stelle, la pubblicità venduta a peso di diamanti. Quando l’ho letto, mi divertivo proprio come quando mi imbattevo in racconti sui viaggi nel tempo. E ora, trent’anni dopo – anche questo è un viaggio nel tempo – ci siamo tutti dentro: i vecchi canoni, spazzati; le abitudini, cancellate; la passione ingenua e l’adesione entusiastica, demolite. Il potere ha preso il potere, un Moloch, un Grande Fratello, un Mago di Oz, un cocktail di autoritarismo che la gente assorbe e digerisce. Qualcuno con rassegnazione, la maggior parte con indifferenza.

Dal 2024 la Champions League sarà padrona; meglio, il simbolo della razza padrona, spazzerà le vecchie consuetudini dei campionati nazionali, li spedirà negli angoli del calendario, li trasformerà nei tornei dei vivai (cantera, bisogna dire, mi raccomando …), nelle occasioni offerte ai giovani per diventare gladiatori titolari nella League che conta. Chi andrà a vedere la Spal se l’imbonitore martellerà con Manchester City-Real Madrid che sta per andare in onda?

Trentadue squadre, quattro gironi da otto, quattordici partite garantite, ventuno per chi arriverà in fondo. La filosofia, a parte qualche particolare ancora da ritoccare, è quella del numero chiuso, regola chiave delle leghe americane. Si retrocede – o meglio, si scompare – soltanto per peccati finanziari. Chi investe, impone sicurezze, solidità, non può rischiare che le gerarchie vengano sconvolte, che chi ha i fatturati più alti possa subire attacchi, vivere incertezze, attraversare procelle in borsa.

E’ nata la Corporazione, e anche qui viene in aiuto la fantascienza che ci ha regalato pagine così assurde da trasformarsi nella realtĂ  che stiamo toccando, attraversando, vivendo. Pensate a Rollerball, a un gioco violento, senza regole, amatissimo da folle che hanno subito un condizionamento drogato, imposto da potenti che abitano in grattacieli nascosti dalle nuvole. Lì, almeno, c’è un protagonista, Jonathan E, che si ribella, che vuol capire il perchĂ©  dei suoi privilegi e dei suoi obblighi.


Gli uomini dell’Eca, European Club Association (l’acronimo può essere reso anhe come Ecatombe Calcio Annunciata) stanno lavorando al progetto, sotto la presidenza di Andrea Agnelli che sta intravvedendo i modo di vincere una Coppa dei Campioni che alla Juventus manca da quasi un quarto di secolo. O stanno semplicemente battendo i sentieri di un calcio che non è più calcio, solo affari. La vecchia Fiat, diventata Fca dopo la fusione con la Chrisler, non sta proponendo un menage a trois con la Renault? Con tutte queste fusioni, Vulcano oggi sarebbe un imprenditore di successo.

Profitto, cosa non si fa per stringerlo tra le mani, non mollarlo, farlo crescere con il lievito  di una comunicazione sempre piĂą martellante, seducente per quella sua immediatezza, estranea a chi, come quelli della mia generazione, erano abituati a tempi diversi, a regole piĂą semplici: alla Coppa dei Campioni venivano ammesse le squadre che vincevano il loro campionato e se capitava – come capitò – che il Napoii dovesse affrontare il Real Madrid al primo turno, pazienza, era nell’ordine delle cose, dei verdetti che potevano apparire spietati ed erano affascinanti. Le attese erano umanamente febbrili, perchĂ© legate ad appuntamenti rari, non inflazionati come oggi o come sarĂ  domani.

Ci stanno sbranando, ci hanno già sbranati, i russi, gli arabi, gli americani che comprano club grandi, medi e piccoli, i gruppi di potere che stanno costruendo il peggiore dei futuri possibili, quelli (le tv, i grandi marchi, le major delle scommesse) che hanno la loro impellente convenienza ad affiancarli, la gente senza una capacità di giudizio, i più vecchi senza memoria, come se un’enorme gomma, un gigantesco cancellino si fossero abbattuti sulle loro coscienze.

La capacità di adattamento all’ambiente – come notò Darwin per i fringuelli delle Galapagos – accomuna tutti: in un quarto di secolo di professionismo il rugby ha abbandonato le abitudini da Circolo Pickwik, ha accantonato le vecchie melodie che l’avevano accompagnato per un secolo e mezzo, sta spazzando affascinanti anacronismi (i Barbarians sono stati i primi a pagare), sta proponendo nel mondo quel che è l’europrogetto dei signori del calcio: un campionato globale, incorporando 6 Nazioni, Championship degli antipodi e Giappone, confidando che verrà il giorno in cui il gioco sfonderà anche sul mercato americano.

A noi, vecchi e ormai deboli samurai senza padrone, non resta che osservare e comporre tristi e luminosi haiku sullo sport che abbiamo amato e che ci è stato sottratto: “la luna tramonta senza annunciare il chiarore del mattino”.



 

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