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I sentieri di Cimbricus / Una faccia piena di pugni

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Giovedì 23 Maggio 2019

 

la motta 2 


Un personaggio perfetto per l’America degli anni Quaranta, impegnata in una guerra che l’avrebbe cambiata alla radice, e alla ricerca, in quegli anni difficili, di simboli esemplari e no: in questo Jake era perfetto nella sua imperfezione.

 

Giorgio Cimbrico

 

Qualche sera fa ho rivisto per la quarta o quinta volta “Toro Scatenato”. È avviato ai quaranta anni ma tiene ancora benissimo. Ricordo che qualche anno fa, al termine di un lungo e serio referendum, organizzato dal Guardian, venne indicato come miglior film sportivo della storia. Tutti attendevano “Momenti di Gloria” e invece Martin Scorsese battè ai punti, piuttosto nettamente, Hugh Hudson. In realtà, più che un film sportivo, più che l’ascesa e la caduta di Jake la Motta, è la storia dei demoni che tormentavano la mente del Toro del Bronx.


Così mi è venuto in mente di andare a ripescare ll “coccodrillo” che scrissi di furia quando, appena messo piede a casa e ancora con la borsa in mano, mi chiamarono per dirmi che Jake era morto e avevano bisogno d’una settantina di righe. Eccole. Agli appassionati del genere e del periodo posso promettere che avrei in serbo anche un Basilio.

“Nessun figlio di puttana è riuscito a farmi uscire dal ring da sdraiato”: gridò Jake a Ray Sugar Robinson che l’aveva pestato, non spezzato. In realtà quando la sua ferocia, la sua aggressività, il suo repertorio di scorrettezze avevano imboccato il viale del tramonto, Danny Nardico lo fulminò alla settima. E ora che Jake La Motta se n’è andato vecchissimo, per una polmonite e a un’età incerta come quella di Napoleone (era nato nel ’21 o nel ’22?) non resta che provare a rintracciare e a ripulire le tracce che ha lasciato sul ring e altrove. Con una difficoltà in più rispetto a tanti altri campioni che, come diceva Shakespeare, hanno intrapreso il viaggio da cui nessuno ha fatto ritorno: Jake e un altro italo-americano, Robert De Niro, si sovrappongono, rendono difficoltoso distinguere tra la storia e la sceneggiatura, tra la verità e l’epos in bianco e nero scritto per immagini da Scorsese.

Jake picchiava duro, parlava molto, non era schizzinoso nelle frequentazioni, anche quando erano pericolose, imbarazzanti. Un personaggio perfetto per l’America degli anni Quaranta, impegnata in una guerra che l’avrebbe cambiata alla radice, e alla ricerca, in quegli anni difficili, di simboli esemplari e no. Jake era perfetto nella sua imperfezione: riformato all’arruolamento (un’operazione gli aveva lasciato un orecchio leso e per le commissioni di leva un soldato deve avere buon udito), figlio del Bronx, sfrontato, tecnicamente rozzo, in grado di interpretare il ruolo che il voyeur appostato sulle tribune e nel parterre, assetato di sangue, pretende: una belva libera da lacci.

La Motta è passato alla storia per un paio di match selvaggi, senza respiro. Quando ebbe finalmente la sua chance mondiale, nel giugno del ’49 a Detroit trovò di fronte Marcel Cerdan, francese d’Algeria, bello, duro, elegante. Lo mise giù alla prima e Marcel, nella caduta, si infortunò al braccio destro Andò avanti e andò avanti anche Jake quando qualcosa si ruppe nella mano sinistra. Al nono round, accecato dal dolore, sparò 104 pugni: Cerdan non si rialzò dopo il minuto di riposo. Il destino impedì la rivincita: il Constellation su cui viaggiava l’amore di Edith Piaf si schiantò contro il Pico de Santa Maria alle Azzorre e Edith andò in scena a New York: ancora una volta l’hymne à l’amour prima di cadere nel delirio.

Meno di due anni dopo, a Chicago, anche la boxe ebbe il suo Massacro del Giorno di San Valentino. Per la sesta volta La Motta affrontò il più elegante ed efficace dei campioni, Ray Sugar Robinson. Lo aveva battuto solo una volta, interrompendo una magica imbattibilità, e dopo il terzo incontro ravvicinato aveva detto che gli avevano rubato il match. “Ray domani parte per il servizio militare: lo hanno premiato”. A Chicago fu una spaventosa punizione: da quel momento il Toro non fu più scatenato.

Dei medi era rimasto re per meno di due anni e per la prima difesa, al Madison, la nemesi gli aveva messo di fronte Tiberio Mitri, una faccia d’angelo che avrebbe percorso un cammino simile di piccole fortune e spaventosi drammi: la fugace avventura nel cinema, la morte dei figli (un cancro e un incidente aereo per quelli di Jake, la tossicodipendenza per quelli di Tiberio) sino a finali di partita diversi: Mitri, come un antieroe pasoliniano, come uno Stracci, trovato morto lungo i binari, dalle parti della Tiburtina; Jake scomparso ieri, vegliardo, in una casa di cura, sposo ancora quasi novello: il settimo matrimonio era del 2013.

Il Toro non andava per il sottile: ebbe bisogno di tredici anni ma alla fine confessò che, se nel ’47 aveva perso con Bill Fox, era perché il giro mafioso che aveva al centro Frankie Carbo gli aveva promesso che, in cambio di quel match addomesticato, avrebbe avuto la sua chance mondiale. “Gli assestai subito due diritti in faccia e vidi era già vicino alla resa. Così rallentai. Chi quella sera al Madison non aveva capito come stavano andando le cose, era ciucco perso”.

Ha aperto bar e night (quello di Miami gli costò sei mesi di galera per sfruttamento di una minorenne ma lui negò sempre), ha fatto l’attore (nella sala da biliardo dove lo spaccone Paul Newman sfida Jackie Gleason-Minnesota Fats c’è anche la sua faccia piena di pugni), e l’intrattenitore, ha rimesso i guantoni vicino ai sessant’anni per allenare De Niro che, diventato lui sino allo sfinimento e all’ingrasso (20 chili messi addosso), ebbe l’Oscar. Nel cartellone, un volto feroce e sudato. Jake e Bob, fusi.

 

 

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