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I sentieri di Cimbricus / Spoon River della memoria in onore di Livio

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Giovedì 16 Maggio 2019

 

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Raccontano che gli avversari si domandassero cosa faceva quell’italiano che nascondeva lo sguardo dietro lenti scure (“da vista”): se ne stava lì, senza scaldarsi, senza provare partenze. Troppo sicuro di sé. Snob. “Macchè snob. Aspettavo”.

 

Giorgio Cimbrico

Berruti 80 anni: sapessi usare il bulino e avessi i macchinari, stamperei un francobollo a tiratura limitata per commemorare la data, il traguardo raggiunto, e lo distribuirei alla festa di domenica, all’Isef di Torino, quando i vecchi incroceranno i giovani (a cominciare da chi non è suo erede ma reincarnazione, Pippo Tortu) e al centro ci sarà lui, che appartiene a un passato lontano e lieve, quello dei personaggi di Somerset Maugham, di Evelyn Waugh, di Graham Greene. Elegante, all’apparenza distaccato, terribilmente efficace: il nostro agente all’Olimpico.

I parametri possono essere sinonimi di una certa rigidità, estranea a chi era aereo come Ariel, leggero come un gas esilarante. E così, con Livio che arriva al traguardo degli 80, in uno scontro tra poetica e pragmatismo e in un tentativo di conciliazione tra questi registri degni del grande organo dell’atletica, non resta che fornire i dati semplici, che ritengo molto solidi, per una dimostrazione di tipo affettuoso e matematico: Berruti è stato l’autore del più grande gesto della storia sportiva italiana. Non lo dice lui, non lo diciamo noi che siamo cresciuti e abbiamo tratto ispirazione e direzione di vita da quelle immagini, lo dicono i fatti: due record del mondo e un oro olimpico in due ore e mezzo. Contro i migliori.

“in effetti quella semifinale era piuttosto dura e infatti, dopo che la composizione divenne nota, Giorgio Oberweger non mi disse nulla”. Oberweger, ostacolista e discobolo (in quei tempi felici era possibile), inventore, commissario tecnico, italiano di un incerto confine con la Mitteleuropa, non dicendo niente era come avesse detto: “Veditela da solo”.

Perché Livio, 21 anni compiuti poco più di cento giorni prima di quel 3 settembre 1960, avrebbe corso contro Peter Radford britannico, primo ad approdare a 20”5 (a Wolverhampston, il 28 maggio, sulle 220 yards, ai campionati dello Staffordshire) prima che Stone Johnson e Ray Norton il 2 luglio, in momenti distinti dei Trials di Stanford (batteria e finale), si ponessero allo stesso livello dell’inglese che aveva passato parte dell’infanzia su una sedia a rotelle.

Erano appena passate le 15,15 quando Radford diede l’addio alla finale e Livio la conquistò diventando il quarto della storia a toccare quel tempo. “Un po’ incazzato – ricorda lui, quando il giubileo di diamanti di quella giornata non è lontano – per un paio di ragioni: avevo rallentato e buttato via la chance di finire in 20”4, forse in 20”3 e non sapevo, a poco più di due ore dalla finale, quante energie avessi speso. Quel periodo che mi parve molto lungo lo passai riflettendo, in preda al timore. Al terrore, no”. Raccontano che gli avversari si domandassero cosa faceva quell’italiano che nascondeva lo sguardo dietro lenti scure (“da vista”): se ne stava lì, senza scaldarsi, senza provare partenze. Troppo sicuro di sé. Snob. “Macchè snob. Aspettavo”.

Dopo aver rivisitato la gara per un numero x di volte (“diverse centinaia, direi”) ma di non averla mai rivisitata in sogno, Livio conviene di aver corso piuttosto bene: curva perfetta (“quando in Giappone dissi che dipendeva dal fatto di aver praticato il pattinaggio di velocità, spedirono gli sprinter del Sol Levante sul ghiaccio, con quali risultati non so ma direi non rilevanti”), buon rettilineo senza badar troppo al tambureggiare dei piedi (assai avvertibile sulla tennisolite) di Lester Carney: “Il meno accreditato dei tre americani si rivelò il più pericoloso”.

Carney è vivo, ha computo 85 anni un paio di mesi fa e una pista della cittadina dove vive, in Ohio, porta il suo nome. Anche Ray Norton, 82 anni, testimone e protagonista di quei momenti, abita ancora su questa terra. Stone Johnson se n’è andato a 23 anni, dopo un placcaggio mortale. Il football era la via che molti imboccavano per bravura, per necessità, per ambizione. Su quelle 100 yards di campo, in quei cozzi spietati Bob Hayes tuonò a lungo. “E felice senza confini – aggiunge Livio – era Abdulaye Seye: lo incontrai proprio qui a Torino, mezzo secolo dopo quella giornata, poco prima che se ne andasse”. In questa Spoon River appena accennata, Seye ha la parte del primo che abbraccia Livio che, per sua ammissione, sentiva di essere un po’ attonito. Capita quando si forzano i cancelli del cielo.


PiĂą che attonito, Bannister era senza respiro. Su Hillary avrebbe potuto testimoniare solo Terzig Norgay. Jan Morris, unico cronista presente al campo base, raccanto che al ritorno dalla vette Edmund era molto tranquillo. Neozelandese di scorsa dura.

 

Livio non perse mai la calma, non si lasciò andare a gesti plateali, a manifestazioni isteriche e volgari così popolari nel nostro tempo. Vecchi suiveur raccontano che il vulcano eruttò in tribuna, in tribuna stampa dove il gesto di accendere la prima di molte sigarette andò di pari passo a quello di infilare nel rullo della macchina da scrivere il primo di molti fogli. Ogni riga di 64 battute, era la misura raccomandata. Sulla lunghezza del pezzo, nessuno ebbe il coraggio di porre limiti.


 

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