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I sentieri di Cimbricus / Decadenza e rinascita del “killer event”

Mercoledì 15 Maggio 2019

 

samba 2 


Questa era una volta l’etichetta dei 400 metri con ostacoli, la più internazionale delle gare che, dopo anni di appannamento, sta per vivere la stagione del riscatto. A cominciare dalla DL di Shanghai.


Giorgio Cimbrico


Nobiltà, decadenza e rinascita dei 400 ostacoli che stanno per vivere – sabato a Shanghai – un primo vertice tra chi, da non molto tempo, si è impadronito del secondo e del terzo posto nella lista di tutti i tempi: Abderhamman Samba e Rai Benjamin, entrambi dalle singolari provenienze. Samba, qatarino per bandiera, è mauritano di nascita e saudita per crescita, sudafricano per sviluppo tecnico; Benjamin, da qualche mese statunitense, è originario di Antigua e Barbuda. In realtà il “quarto” con barriere non è nuovo a offrire campioni provenienti da angoli del mondo nuovi, disparati, eccentrici.

Vediamoli: Amadou Dia Ba, padrone del più grande tempo perdente della storia (47”23 a Seul) è senegalese; il solidissimo Sam Matete, sesto all time con 47”10, è nato nello Zambia, ex Northern Rhodesia; Felix Sanchez, due volte campione olimpico (la seconda volta regalando un commovente miracolo) e due volte mondiale, ha visto la luce a New York da genitori  dominicani; Hadi Soua’an al Somaily, piegato di un soffio da Angelo Taylor a Sydney, è frutto dell’Arabia Saudita. L’elenco potrebbe continuare con il kenyano Nicholas Bett, campione mondiale a Pechino, con Kyron McMaster delle Isole Vergini Britanniche, con Jehue Gordon che portò a sorpresa a Trinidad il titolo mondiale in palio a Mosca nel 2013 e con Karsten Warholm, campione mondale in carica. All’atletica la Norvegia ha dato giavellottisti e qualche buon ottocentista. Ostacolisti, mai. Usando un’allegoria agreste, è un’immensa distesa dove possono nascere funghi prodigiosi, inaspettati.

L’etichetta di nobiltà appiccicata ai 400 hs proviene in larga parte da David George Brownlow Cecil, lord Burghley e marchese di Exeter, discendente del lord Cecil che fu a lungo al fianco di Elisabetta la Grande, vincitore dell’oro olimpico ad Amsterdam, quarto a Los Angeles (vinse un altro prodotto di Cambridge, Robert Tisdall che aveva optato per la bandiera dello Stato Libero d’Irlanda), al vertice dei Giochi di Londra del ’48, presidente della IAAF e implacabile avversatore del professionismo.

Le svolte inferte da David “Drake” Hemery e da John Akii Bua poi (ecco un’altra inaspettata presenza, l’Uganda) aprirono la strada a chi non possedeva un altisonante titolo aristocratico ma sapeva esprimere nobiltà al gesto, trasformando la ritmica in un momento musicale: Edwin Moses. il lungo regno dell’uomo dell’Ohio, scandito da una sovrumana imbattibilità, venne interrotto dopo sedici anni da Kevin Young, il primo e l’unico, sino a meno di un anno fa, ad essersi inoltrato nel territorio dei sub 47”. Quel 46”78 tiene da quasi ventisette anni.

In questa lunga parentesi la distanza ha offerto momenti di altissima tensione e di formidabile qualità: la lotta selvaggia negli ultimi metri, a Edmonton 2001, tra Sanchez e Fabrizio Mori (erede della tradizione azzurra Facelli-Missoni-Filiput-Morale-Frinolli) rimane un caposaldo e, per il magnifico livornese (prossimo al mezzo secolo e campione vent’anni fa a Siviglia), costituisce un rammarico … anagrafico: quel 47”54 “perdente” gli avrebbe dato la vittoria in tutti gli appuntamenti globali dal 2012 ai giorni nostri, sino al vantaggio abissale, otto decimi, sull’attuale detentore della corona mondiale: Warholm 48”35. A Londra 2017 venne toccato il culmine di aride stagioni in cui le puntate sotto i 48” potevano esser contate con le dita di una mano. Solo il secondo Sanchez, quello del miracoloso recupero da gravi danni muscolari, seppe offrire una prestazione, 47”63, degna del tempo dell’abbondanza.

Nel giro di una stagione l’affacciarsi di una “nouvelle vague” ha dato una forte scossa. Samba, allenato dal sudafricano Heni Cotze, ha lasciato un primo segno al Golden Gala dell’anno scorso (47”48) e dopo l’acuto di Benjamin a Eugene, un improvviso 47”02 che lo ha portato ad affiancare Moses, ha scelto Parigi per la discesa a 46”98. Warholm ha rivalutato il titolo mondiale intascato con troppa facilità conquistando anche quello europeo in 47”64, non lontano dal record continentale di Stephane Diagana, vecchio anche quello: 47”37 nel ’95.

Samba ha cominciato la stagione con 44”60 e 47”51 ammettendo che un tempo nell’ordine dei 46”5 gli appare verosimile; Benjamin non si più visto sugli ostacoli ma ha dimostrato di avere una gran base veloce (19”99 la sera dell’exploit di Samba), e di recente 44”31 dietro a un Michael Norman formato fast-and-furious, 43”45, quarto di sempre, a 27 centesimi dal record americano di Michael Johnson.

Se davvero il differenziale è attorno ai due secondi, non resta che fare facili calcoli e aspettare il primo scontro, sempre più vicino.

 

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