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Fatti&Misfatti / Julio chiude un grande libro

Sabato 11 Maggio 2019

 

velasco 2 


A 67 anni il filosofo Velasco si ritira dalla panchina, ma, per favore, non lasciatelo troppo tempo a meditare. Ci servirà sempre questo cavaliere che ha sfondato i muri del conformismo nazionale. Specie in questi tempi opachi.

Oscar Eleni

Per lui era così facile cambiare gli altri, ma troppo difficile cambiare se stesso. Per questo Julio Velasco, l’allenatore di pallavolo che ha plasmato una generazione di fenomeni, l’uomo che ha stravinto ovunque è andato ad insegnare, il gigante dello sport che incantava i potenti e persino quelli del calcio, lascia il suo lavoro di allenatore. Si ritira dopo l’ultima esperienza a Modena, la sua Camelot dall’85 all’89 dove vinse quattro scudetti di fila, perché a 67 anni si deve essere convinto che una vera educazione, anche sportiva, non può essere inculcata a forza dal di fuori perché in questa era di telefonini sempre accesi era diventato troppo difficile andare a cercare certi tesori nascosti nel super io dei giocatori.

Soffrivamo con lui vedendolo guidare la sua squadra nell’ultima semifinale contro i campioni di Perugia. C’erano ancora antiche vibrazioni, ma una stagione iniziata alla grande vincendo la super coppa si era complicata troppo e dopo aver fatto un inchino a Lollo Bernardi, uno dei grandi della sua Panini e della Nazionale, ha scelto di seguire la carta degli arcani maggiori, quella dell’eremita. Per meditare, rivedere tutto, perché un grande capisce che se ami veramente quello che fai e i tuoi giocatori, allora devi farti da parte quando comprendi che non c’è più sintonia.

Stanchezza, non certo la sconfitta. Delusione, ma non per aver mancato l’ultimo capolavoro come si sogna sempre anche se non si parla più la stessa lingua.

Ora ci auguriamo che la pallavolo e il mondo dello sport trovino per lui un ruolo giusto perché, come ci diceva a Brasilia e poi a Rio, prima di vincere il mondiale con la squadra ereditata da Pittera e portata al successo europeo in Svezia nel 1989, la memoria di quello che fai non va buttata via.

Arrivato in Italia a 31 anni, dopo aver vinto 4 titoli in Argentina con il Ferrocaril Oeste, non chiese altro che un po’ di pace ed affetto, dopo i tormenti vissuti fra i colonnelli, e per questo accettò di partire da Jesi con il poco che gli offrivano. Per fortuna a Modena, l’università della nostra pallavolo, nella grande casa del commendator Panini, capirono subito il filosofo che non cercava mai scuse e gli affidarono la squadra con cui poi cavalcò imbattuto nelle finali scudetto dall’86 al 1989.

Piaceva l’uomo, affascinava l’allenatore e allora una federazione che sapeva guardare lontano, pur riconoscendo i meriti di chi aveva preparato quei giocatori, decise che toccava a Julio Velasco far scoprire a tutti che avevamo veri talenti a cui serviva un po’ di sano realismo: “disprezzate la vita dei sovietici e poi le prendete sempre, non vi piacciono le camere dove la luce del sole vi sveglia troppo presto, come mangiano i vostri avversari che vi hanno sempre messo dietro. Proviamo a cavalcare con loro, anche nel loro territorio”.

Così fu, per fortuna della pallavolo e del nostro sport anche se in mezzo al fiume c’è sempre l’acqua avvelenata di due Olimpiadi maledette per colpa degli olandesi, bastarda quella di Barcellona ’92, dolorosa anche se finita con l’argento quella di Atlanta ‘96.

Due ferite dolorose in mezzo a tanti trionfi: tre titoli europei conquistati dopo Svezia ’89, sui campi finlandesi (’93) e in Grecia (’95), nelle stesse arene, l’anno dopo aver preso l’oro mondiale che già era stato meraviglia per l’Italia e il mondo nel 1990 in Brasile, nel tumulto del Maracanaizinho di Rio, restituendo a Cuba la coppa al veleno che lo squadrone caraibico ci aveva servito a Brasilia. In quegli anni d’oro, dal 1990 al 1996, Julio Velasco e i suoi moschettieri vinsero anche 5 coppe del mondo che nel volley erano il massimo.

Ricordiamo gli occhi di Alberto Bucci quando lo portammo ad incontrare Velasco che era in ritiro con la Nazionale a Verona nell’anno in cui il nostro dottor Stranamore, che purtroppo ci ha appena lasciato, preparava uno dei suoi capolavori vincendo la Coppa Italia di basket con la squadra che era in A2. Rimase folgorato. Era sempre così con Velasco anche se nel calcio non la capirono davvero, non tanto alla Lazio di Cragnotti dove nel 1998 fece un buonissimo lavoro, quando all’Inter di Massimo Moratti. Più o meno come con la Nazionale femminile dove la semina fu ottima, ma anche i problemi furono molti fino ad obbligarlo ad una pausa di riflessione prima di riprendere con la nazionale ceca, di passare per Piacenza e tornare a Modena puntando poi su Montichiari prima di tornare nel grande giro internazionale: Spagna, la scoperta dell’Iran portato all’oro nei giochi asiatici di Teheran e Dubai, per chiudere con il quadriennio nella sua Argentina con cui ha trionfato nei Panamericani di Toronto del 2015.

Ha vinto tanto, in molti gli devono la loro fortuna e non è un caso se molti dei giocatori che erano nella sua squadra del secolo, da Bernardi a Giani, da Fefè De Giorgio a Gardini e Anastasi ora sono fra gli allenatori più quotati.

Si ritira dalla panchina, ma, per favore, non lasciatelo troppo tempo a meditare. Ci servirà sempre questo cavaliere che ha sfondato i muri del conformismo nazionale.

 

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